Sanità 13 Maggio 2026 10:34

Infermieri, via libera alla prescrizione di presidi e ausili: cosa cambia con le nuove lauree specialistiche

La riforma pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Per i cittadini percorsi più rapidi e integrati, soprattutto nella gestione della cronicità, dell’assistenza domiciliare e delle dimissioni complesse.

di Redazione
Infermieri, via libera alla prescrizione di presidi e ausili: cosa cambia con le nuove lauree specialistiche

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei decreti del Ministero dell’Università e della Ricerca proprio nella data del 12 maggio, Giornata internazionale dedicata alla professione, prende forma la riforma delle lauree magistrali infermieristiche, che istituisce nuovi percorsi clinici specialistici e apre alla possibilità, per gli infermieri con formazione avanzata, di prescrivere trattamenti assistenziali, tra cui presidi sanitari, ausili e tecnologie specifiche.

La novità riguarda in particolare la nuova classe LM/SNT1-B in Scienze infermieristiche specialistiche, articolata in tre aree: cure primarie e infermieristica di famiglia e comunità, cure neonatali e pediatriche, cure intensive ed emergenza. Gli atenei dovranno adeguare i regolamenti didattici per l’avvio dei nuovi corsi dall’anno accademico 2026/2027.

Prescrizione infermieristica: cosa prevede la riforma

Il punto più rilevante, e anche più discusso, è la possibilità di prescrivere trattamenti assistenziali. Nell’allegato ministeriale, questa competenza viene indicata per tutti e tre gli indirizzi specialistici: nelle cure primarie e nell’infermieristica di famiglia e comunità, nelle cure neonatali e pediatriche e nelle cure intensive. Il riferimento non è alla diagnosi medica né alla prescrizione farmacologica in senso generale, ma a presidi, ausili, tecnologie specifiche o altri strumenti necessari a garantire continuità e sicurezza dell’assistenza.

Si tratta, dunque, di un’estensione formalizzata del ruolo infermieristico nell’ambito del processo assistenziale. La FNOPI ha definito la riforma un passaggio cruciale per rispondere ai nuovi bisogni di salute della popolazione e per offrire agli infermieri percorsi di carriera più coerenti con le competenze cliniche maturate sul campo.

Le tre nuove specializzazioni cliniche

Il primo indirizzo riguarda le cure primarie e l’infermieristica di famiglia e comunità. Qui l’infermiere specialista sarà chiamato a governare processi assistenziali rivolti a persone, famiglie e comunità, con un ruolo centrale nella presa in carico di pazienti cronici, fragili o con bisogni complessi. La riforma richiama espressamente la gestione proattiva, la prevenzione, l’educazione sanitaria, l’assistenza domiciliare e il raccordo con la rete territoriale.

Il secondo indirizzo è dedicato alle cure neonatali e pediatriche, con competenze avanzate nella gestione dei bisogni assistenziali del neonato, del bambino, dell’adolescente e della famiglia. Il terzo riguarda le cure intensive e l’emergenza, ambito nel quale l’infermiere specialista potrà intervenire nei contesti ad alta complessità, dall’emergenza-urgenza alla terapia intensiva, fino alla gestione di tecnologie e dispositivi a supporto delle funzioni vitali.

Il nodo con i medici: “Diagnosi resta atto medico”

La riforma ha acceso da tempo il confronto tra professioni sanitarie. La FNOMCeO aveva chiesto di modificare la formulazione del decreto, sostenendo che il termine “prescrivere” rischi di generare sovrapposizioni con l’atto medico. Secondo la Federazione degli Ordini dei medici, diagnosi, prognosi e terapia restano attività qualificanti della professione medica; per questo era stata proposta la sostituzione del verbo “prescrivere” con “richiedere”, dopo diagnosi medica e prima prescrizione.

Di segno diverso la posizione della FNOPI. La presidente Barbara Mangiacavalli aveva infatti chiarito che non si tratta di entrare nella diagnosi clinica o nella prescrizione terapeutica, ma di riconoscere formalmente attività già svolte nella pratica assistenziale quotidiana: per esempio la scelta di presidi per stomie, incontinenza o medicazioni avanzate, strettamente collegati al bisogno infermieristico del paziente.

Cosa potrebbe cambiare per il cittadino

Per i pazienti, l’impatto più concreto potrebbe riguardare la riduzione dei passaggi burocratici per ottenere alcuni presidi e ausili legati all’assistenza quotidiana. Un paziente con stomia, lesioni cutanee, incontinenza o bisogni assistenziali complessi potrebbe trovare nell’infermiere specialista un professionista in grado di valutare il bisogno assistenziale, indicare il presidio più appropriato e garantire continuità tra ospedale, domicilio e territorio. È un’ipotesi applicativa che dipenderà, però, da come Regioni, aziende sanitarie e servizi territoriali tradurranno la riforma nei propri modelli organizzativi.

Un secondo effetto possibile riguarda le dimissioni ospedaliere. Nei casi complessi, soprattutto per anziani fragili, bambini con bisogni assistenziali speciali o pazienti reduci da terapia intensiva, la presenza di infermieri specialisti potrebbe facilitare il passaggio dall’ospedale al domicilio, evitando ritardi nell’attivazione di presidi, tecnologie e percorsi di assistenza. La riforma richiama infatti la continuità delle cure, il case management, la presa in carico proattiva e il raccordo con famiglie e caregiver.

Potrebbe cambiare anche il rapporto con la sanità territoriale. Nelle Case della Comunità, nell’assistenza domiciliare e nei servizi di prossimità, l’infermiere specialista in cure primarie potrebbe diventare una figura di riferimento per monitorare i bisogni, intercettare precocemente peggioramenti clinico-assistenziali, educare il paziente all’autocura e coordinare gli interventi con medico di medicina generale, specialisti, assistenti sociali e caregiver.

Resta, tuttavia, un punto decisivo: la riforma formativa da sola non basta. Perché il cittadino percepisca un cambiamento reale serviranno protocolli chiari, integrazione nei sistemi informativi regionali, riconoscimento organizzativo delle nuove competenze e percorsi condivisi tra professionisti. Senza questi passaggi, il rischio è che la nuova figura resti confinata sulla carta o venga applicata in modo disomogeneo tra Regioni.

Una riforma che guarda al territorio

Il valore della riforma va letto anche nel contesto più ampio della trasformazione del Servizio sanitario nazionale: invecchiamento della popolazione, aumento delle cronicità, bisogno di assistenza domiciliare, carenza di personale e necessità di rafforzare il territorio. In questo scenario, l’infermiere specialista può diventare una leva per rendere più fluida la presa in carico, purché il nuovo assetto non produca conflitti di competenza ma integrazione reale tra professioni.

La sfida, ora, passa dall’università ai servizi. Le nuove lauree dovranno formare professionisti in grado di operare con competenze cliniche avanzate, ma anche dentro reti multiprofessionali. Per i cittadini, il beneficio potenziale è una sanità più vicina, più rapida nella risposta ai bisogni assistenziali e più capace di accompagnare la persona lungo tutto il percorso di cura.