Prevenzione 14 Ottobre 2026 11:41

Quando il chatbot diventa un amico: i rischi della dipendenza emotiva dall’AI

Al Congresso nazionale FeDerSerD di Napoli, esperti a confronto sulle nuove vulnerabilità digitali. Uno studio mostra che sei modelli di intelligenza artificiale hanno superato i campioni umani in alcuni test di intelligenza emotiva.

di Redazione
Quando il chatbot diventa un amico: i rischi della dipendenza emotiva dall’AI

Un interlocutore sempre disponibile, pronto ad ascoltare, offrire consigli e rispondere alle esigenze emotive di chi lo utilizza. L’intelligenza artificiale sta diventando per molte persone non soltanto uno strumento di lavoro o di ricerca di informazioni, ma anche una fonte di compagnia e conforto. Una trasformazione che solleva interrogativi sui rischi di sviluppare legami emotivi eccessivi con i chatbot, soprattutto tra adolescenti, giovani e persone in condizioni di fragilità psicologica.

Il tema è stato affrontato al XV Congresso nazionale FeDerSerD, in corso a Napoli dal 14 al 16 ottobre, durante l’intervento di Paolo Omero, esperto di intelligenza artificiale di infoFactory, che ha approfondito le conseguenze sociali della crescente capacità dei sistemi di AI di interpretare le emozioni e adattare le risposte ai bisogni degli utenti.

Secondo la rilevazione annuale sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa pubblicata da Harvard Business Review, richiamata durante il Congresso, “terapia e compagnia” si confermano per il secondo anno consecutivo al primo posto tra cento casi d’uso dell’AI. Una classifica costruita attraverso l’analisi qualitativa di testimonianze condivise online, che non rappresenta un campione statisticamente rappresentativo della popolazione, ma segnala la crescente rilevanza della dimensione emotiva nel rapporto con queste tecnologie.

“Stiamo assistendo a un passaggio molto importante: dalla competizione per catturare l’attenzione degli utenti a quella per conquistarne l’intimità”, spiega Omero. I sistemi di intelligenza artificiale, osserva l’esperto, riescono ormai a formulare risposte che possono apparire profondamente empatiche, pur senza provare emozioni o instaurare relazioni affettive nel senso umano del termine.

L’intelligenza artificiale riconosce le emozioni meglio degli esseri umani?

A rendere ancora più complesso il rapporto tra persone e chatbot è la capacità dei modelli linguistici di riconoscere le emozioni. Uno studio pubblicato nel 2025 su Communications Psychology ha rilevato che sei modelli di intelligenza artificiale hanno ottenuto mediamente l’81% di risposte corrette in cinque test standardizzati di intelligenza emotiva, contro il 56% dei campioni umani di riferimento.

I risultati riguardano la capacità di interpretare situazioni emotive e individuare risposte appropriate, ma non dimostrano che l’intelligenza artificiale sia in grado di provare sentimenti o sperimentare un’empatia paragonabile a quella umana.

È proprio questa apparente capacità di comprensione a rappresentare, secondo gli esperti, un possibile elemento di vulnerabilità. L’interazione continuativa con un interlocutore sempre disponibile e capace di adattarsi alle aspettative individuali potrebbe infatti favorire forme di utilizzo problematico, soprattutto nelle persone che vivono situazioni di solitudine o difficoltà relazionali.

“Le dipendenze non riguardano soltanto le sostanze, ma possono coinvolgere anche comportamenti e modalità di relazione”, sottolinea Roberta Balestra, presidente nazionale FeDerSerD. “Non significa che utilizzare un chatbot equivalga a sviluppare una dipendenza, ma dobbiamo interrogarci su cosa accade quando una persona comincia a non poterne fare a meno, rinuncia alle relazioni reali o delega alla macchina decisioni importanti della propria vita, perde insomma la consapevolezza critica”.

Giovani e dipendenze digitali: i segnali da riconoscere

Particolare attenzione viene rivolta agli adolescenti e ai giovani adulti, per i quali gli ambienti digitali rappresentano una componente importante della quotidianità. Il rischio è che, in presenza di specifiche fragilità, la ricerca continua di rassicurazione, approvazione e sostegno attraverso l’intelligenza artificiale possa contribuire all’isolamento sociale o a una crescente dipendenza dai consigli delle macchine.

Tra le nuove criticità anche la diffusione di immagini generate artificialmente che propongono modelli estetici idealizzati e standard di bellezza irrealistici, potenzialmente in grado di alimentare insoddisfazione corporea e confronto sociale, con possibili ripercussioni sulla salute mentale.

“Il rischio non dipende semplicemente dal numero di ore trascorse davanti a uno schermo, ma dal significato che quella relazione assume nella vita dell’individuo”, osserva Balestra. Diventa quindi importante riconoscere quando l’interazione con un sistema artificiale sostituisce progressivamente le relazioni personali e diventa l’unica fonte di conforto emotivo.

FeDerSerD: più prevenzione nelle scuole e formazione degli operatori

Per FeDerSerD, la risposta non deve essere quella di demonizzare l’intelligenza artificiale, che può offrire opportunità anche nell’assistenza sanitaria, ma di accompagnarne la diffusione con adeguate strategie di prevenzione ed educazione digitale.

La Federazione richiama quindi l’attenzione sulla necessità di aggiornare le competenze degli operatori dei Servizi per le Dipendenze, rafforzare la prevenzione nelle scuole e coinvolgere le famiglie nella promozione di un utilizzo consapevole delle nuove tecnologie.

“Non possiamo affrontare le nuove vulnerabilità digitali con categorie ferme al passato”, conclude Balestra. “È necessario investire nella formazione degli operatori dei Servizi per le Dipendenze, rafforzare l’educazione digitale nelle scuole e coinvolgere le famiglie. Dobbiamo aiutare soprattutto i più giovani a sviluppare un rapporto consapevole con queste tecnologie, distinguendo il supporto offerto da una macchina dal valore di una relazione umana”.