Superare il termine “pre-diabete” per introdurre una classificazione del diabete tipo 2 in stadi progressivi. È la proposta al centro del dibattito scientifico internazionale rilanciato da The Lancet Diabetes & Endocrinology
Per anni il termine “pre-diabete” ha descritto una fase intermedia, quasi sospesa, tra normalità glicemica e diabete conclamato. Un’etichetta nata per stimolare la prevenzione attraverso lo stile di vita, ma che oggi mostra i suoi limiti. Secondo la Società Italiana di Diabetologia (SID), che segue il confronto internazionale rilanciato anche da The Lancet Diabetes & Endocrinology, quella fase non è affatto “pre”: è già parte del processo di malattia. Le evidenze più recenti, infatti, mostrano come le alterazioni glicemiche siano associate a un aumento del rischio cardiovascolare, renale e neurologico, oltre che ad alcune forme tumorali. Definirle “pre” rischia di ridurre la percezione del pericolo e ritardare interventi fondamentali.
La proposta: il diabete come processo continuo
La nuova ipotesi scientifica propone di abbandonare il concetto di “pre-diabete” e di leggere il diabete tipo 2 come un continuum, legato al progressivo declino della funzione delle cellule beta pancreatiche e all’aumento della resistenza insulinica. In questa visione la malattia viene suddivisa in tre stadi:
Una classificazione che punta a intercettare la malattia molto prima della diagnosi tradizionale.
Intervenire prima per cambiare la storia della malattia
“Riconoscere gli stadi iniziali significa poter agire tempestivamente”, evidenzia la SID, sottolineando il ruolo centrale dello stile di vita, ma anche la possibilità di valutare precocemente strategie farmacologiche nei soggetti a più alto rischio. Per gli esperti, ridurre la progressione verso il diabete conclamato e prevenire complicanze come infarto, ictus e insufficienza renale. Non solo. Secondo la SID, distinguere tra progressione lenta e rapida permetterebbe di personalizzare gli interventi, evitando trattamenti inutili negli anziani e ritardi per i più giovani.
Una svolta anche culturale
Il cambiamento proposto non è solo terminologico. È, soprattutto, culturale. “Il rischio non è un interruttore, ma un processo continuo”, sottolineano gli specialisti, invitando a ripensare strumenti diagnostici e strategie terapeutiche. L’eventuale adozione di questo modello richiederà anche una nuova comunicazione sanitaria, capace di accompagnare cittadini e professionisti in un cambiamento di paradigma.
Prevenzione e futuro del sistema sanitario
Secondo la SID, la nuova classificazione potrebbe portare benefici concreti: diagnosi più precoci, terapie più mirate, riduzione delle complicanze e maggiore sostenibilità del sistema sanitario grazie alla prevenzione. Un cambiamento che, nelle intenzioni, punta a spostare il baricentro della medicina dal trattamento della malattia alla sua anticipazione. “Non si tratta solo di cambiare nome, ma di cambiare prospettiva”, è la sintesi del dibattito internazionale che nei prossimi mesi dovrebbe approdare a un documento di consenso condiviso.
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