Il rapporto 2026 di UNDP e Oxford Poverty and Human Development Initiative fotografa un'inversione di tendenza: per la prima volta dal 2010 aumenta il numero delle persone in povertà multidimensionale
La povertà globale torna a crescere e coinvolge 1,2 miliardi di persone. È quanto emerge dal Global Multidimensional Poverty Index 2026, il rapporto elaborato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) insieme all’Oxford Poverty and Human Development Initiative dell’Università di Oxford. L’aggiornamento prende in esame 108 Paesi, nei quali vivono complessivamente 6,3 miliardi di persone. Di queste, il 18,9% sperimenta condizioni di povertà multidimensionale acuta. Il dato segna un’inversione di tendenza: per la prima volta dal lancio dell’indice, nel 2010, aumenta il numero assoluto delle persone coinvolte, con 51,5 milioni in più rispetto alla precedente rilevazione. Il quadro è ancora più preoccupante se si considera l’intensità delle privazioni. Quasi 534 milioni di persone, pari al 44,6% di quelle classificate come povere, si trovano in condizioni di povertà multidimensionale grave: subiscono cioè privazioni in almeno la metà degli indicatori ponderati utilizzati per calcolare l’indice. Altre 952 milioni di persone sono considerate vulnerabili, perché sperimentano diverse forme di deprivazione senza raggiungere la soglia prevista per essere classificate come povere.
L’indice Mpi non considera soltanto il reddito, ma analizza le condizioni di vita attraverso dieci indicatori distribuiti in tre dimensioni: salute, istruzione e standard di vita. Per la salute vengono presi in esame lo stato nutrizionale e la mortalità infantile. L’analisi comprende inoltre la frequenza scolastica, gli anni di istruzione, la disponibilità di acqua potabile, i servizi igienici, l’elettricità, le condizioni abitative, le fonti utilizzate per cucinare e il possesso di beni essenziali. Una persona viene classificata in condizioni di povertà multidimensionale quando subisce privazioni per almeno un terzo del punteggio ponderato complessivo. Questo approccio consente di evidenziare situazioni nelle quali diversi svantaggi si sommano, limitando le possibilità di miglioramento delle condizioni di vita. Tra i dati più significativi del rapporto c’è quello relativo all’utilizzo di combustibili solidi per cucinare, che rappresenta la privazione più diffusa tra quelle considerate: riguarda oltre un miliardo di persone in povertà multidimensionale. L’accesso all’acqua potabile e all’elettricità costituisce un ulteriore elemento di disuguaglianza, con una forte concentrazione delle privazioni nell’Africa subsahariana. Questi indicatori restituiscono una fotografia delle condizioni che possono compromettere il benessere individuale e familiare. Il rapporto, tuttavia, non misura direttamente gli esiti sanitari complessivi associati alla povertà, ma identifica le privazioni che contribuiscono a determinarne la gravità.
I bambini rappresentano il gruppo più esposto. Secondo il rapporto, 617 milioni di persone in povertà multidimensionale hanno meno di 18 anni: corrispondono al 51,5% del totale. Circa un bambino su tre vive in condizioni di povertà multidimensionale, rispetto a un adulto su sette. L’Africa subsahariana registra il maggior numero di bambini coinvolti, con 355 milioni. In questa regione, i minori rappresentano il 57,7% dell’intera popolazione in povertà multidimensionale. L’Asia meridionale segue con 181 milioni di bambini, pari al 46,1% delle persone povere della regione. Le conseguenze della povertà emergono anche dagli indicatori relativi all’alimentazione e all’istruzione. Nell’Asia meridionale, per esempio, 150 milioni di persone in povertà multidimensionale vivono in famiglie nelle quali un bambino in età scolare non frequenta la scuola. La regione presenta inoltre una particolare concentrazione delle privazioni legate alla nutrizione, alle condizioni abitative e agli anni di istruzione. Il dato evidenzia come la povertà non sia riconducibile a una sola condizione economica, ma possa tradursi in una combinazione di ostacoli che coinvolgono la salute, l’accesso all’istruzione e le opportunità di crescita.
Un’altra frattura significativa riguarda il luogo di residenza. Circa 998 milioni di persone in povertà multidimensionale, pari all’83,3% del totale, vivono nelle aree rurali. Nelle città, invece, le persone coinvolte sono circa 200 milioni. Il divario emerge anche osservando la diffusione del fenomeno all’interno delle due popolazioni: nelle aree rurali il 28,7% degli abitanti vive in condizioni di povertà multidimensionale, contro il 7% delle aree urbane. L’indice complessivo relativo alle zone rurali è inoltre oltre quattro volte superiore a quello registrato nelle città. La distribuzione geografica delle privazioni è altrettanto rilevante. Il rapporto individua 387 regioni, distribuite in 41 Paesi, nelle quali oltre la metà della popolazione vive in povertà multidimensionale. In questi territori risiedono 642 milioni di persone povere, pari al 53,6% del totale mondiale, a fronte di una popolazione che rappresenta soltanto il 14,9% degli abitanti delle aree considerate nell’analisi. Questi dati mostrano quanto le medie nazionali possano nascondere differenze territoriali profonde e perché la conoscenza delle condizioni locali sia importante per individuare le aree nelle quali le privazioni si concentrano maggiormente.
Il rapporto invita anche a distinguere tra l’aumento del numero assoluto delle persone in povertà e l’andamento dell’incidenza del fenomeno. Dei 51,5 milioni di persone in più rispetto alla precedente rilevazione, 15,8 milioni sono riconducibili alla crescita della popolazione nei 95 Paesi per i quali non erano disponibili nuove indagini. Per questi Paesi, infatti, l’aggiornamento delle stime demografiche, a parità di tasso di povertà, ha determinato un aumento del numero stimato delle persone coinvolte. La parte restante dell’incremento deriva dai 13 Paesi per i quali sono stati raccolti nuovi dati. In questi casi, le variazioni riflettono cambiamenti effettivi nella diffusione della povertà, dinamiche demografiche e differenze nella disponibilità degli indicatori tra le diverse indagini. La situazione non è uniforme. Egitto, Nepal e Tagikistan hanno registrato riduzioni significative sia dell’incidenza sia del numero assoluto delle persone in povertà. In Angola e Zambia, invece, la diminuzione della quota di popolazione coinvolta non è stata sufficiente a compensare l’aumento demografico. In Nigeria, dopo i progressi osservati tra il 2018 e il 2021, il periodo successivo ha registrato un’inversione di tendenza.
Nonostante il peggioramento del dato globale, il rapporto documenta anche esperienze positive. Tra gli 89 Paesi per i quali sono disponibili dati comparabili nel tempo, 33 hanno dimezzato il proprio indice di povertà multidimensionale in meno di 15 anni. Sei di questi si trovano nell’Africa subsahariana. La Cina ha raggiunto questo risultato in quattro anni, tra il 2010 e il 2014, quando l’incidenza della povertà è scesa dal 9,5% al 4,2%. Anche il Vietnam ha dimezzato il proprio indice nell’arco di sette anni. Sono risultati che dimostrano come la riduzione delle privazioni sia possibile, ma richieda interventi capaci di agire contemporaneamente su più fronti. L’obiettivo 1.2 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite prevede infatti di dimezzare entro il 2030 la quota di uomini, donne e bambini che vivono in condizioni di povertà in tutte le sue dimensioni. La sfida riguarda quindi non soltanto il sostegno al reddito, ma anche l’accesso all’alimentazione, all’istruzione, all’acqua potabile e ai servizi essenziali. Il rapporto mostra che i progressi sono possibili, ma evidenzia anche la necessità di rafforzare la raccolta dei dati: tra i 20 Paesi con i livelli più elevati di povertà multidimensionale, soltanto sette dispongono di indagini aggiornate al 2021-2022 o ad anni successivi.
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