Una ricerca dell’University of Edinburgh collega la minore esposizione solare nei giorni precedenti ai test a prestazioni cognitive più basse in due grandi coorti britanniche. L’effetto emerge soprattutto nei periodi dell’anno con meno luce
La quantità di luce solare a cui siamo esposti potrebbe avere effetti sul funzionamento cognitivo anche nel breve periodo. È quanto suggerisce uno studio dell’University of Edinburgh pubblicato il 7 settembre 2026 sulla rivista Photochemical & Photobiological Sciences, che ha analizzato i dati di due grandi coorti nazionali del Regno Unito. I ricercatori hanno confrontato l’esposizione alla radiazione solare nei due giorni precedenti ai test con i risultati ottenuti in diverse prove di memoria, fluenza verbale, comprensione del testo e abilità matematiche. Nel complesso, una maggiore esposizione alla luce è risultata associata a prestazioni cognitive migliori soprattutto quando i livelli di radiazione erano bassi, come accade nei mesi autunnali e invernali.
Lo studio ha utilizzato i dati della UK Household Longitudinal Study, che comprende circa 40 mila nuclei familiari e nella terza fase di raccolta ha sottoposto a test cognitivi partecipanti dai 16 anni in su, e della 1958 National Child Development Study, che segue una coorte nata nel Regno Unito nel 1958. Nella seconda coorte sono stati analizzati i risultati dei test effettuati a 16 anni nel 1974. Per la prima sono stati considerati, a seconda del test, tra circa 41 mila e 45.500 partecipanti; nella seconda sono stati analizzati 11.689 test di matematica e 11.750 di comprensione del testo.
I ricercatori hanno considerato la radiazione solare del giorno del test e di quello precedente, tenendo conto anche di temperatura e precipitazioni. Nella coorte adulta, l’aumento della radiazione solare è risultato associato a migliori risultati nella capacità cognitiva generale, nel richiamo immediato e ritardato di parole e nella fluenza verbale. Non è invece emersa un’associazione con il test delle sequenze numeriche, utilizzato per valutare il ragionamento fluido. L’effetto non cresceva indefinitamente: le associazioni più evidenti comparivano ai livelli più bassi di radiazione, fino a circa 8-10 MJ/m² al giorno, per poi attenuarsi. Anche nei partecipanti della coorte del 1958 è emerso un andamento simile. Nei test effettuati a 16 anni, una maggiore radiazione solare era associata a risultati migliori sia nella comprensione del testo sia nella matematica, con gli effetti più evidenti fino a circa 9 MJ/m² al giorno. Nel test di comprensione della lettura il punteggio previsto aumentava di 2,18 punti rispetto al livello minimo osservato di radiazione, mentre quello di matematica aumentava di 1,82 punti.
Il dato è interessante anche perché l’effetto osservato riguarda un’esposizione molto breve: solo il giorno del test e quello precedente. Gli autori sottolineano che questo rende poco plausibile una spiegazione basata esclusivamente sulla produzione di vitamina D, che richiede tempi più lunghi per modificare significativamente i livelli circolanti. Tra i possibili meccanismi vengono invece considerati i sistemi attraverso cui la luce può influenzare la regolazione circadiana, la vascolarizzazione e la disponibilità di ossido nitrico, una molecola coinvolta anche nella regolazione del flusso sanguigno cerebrale e nei processi di comunicazione neuronale. Si tratta però di meccanismi plausibili, non dimostrati direttamente da questo studio.
Il risultato non significa che prendere il sole renda automaticamente più intelligenti né che una giornata nuvolosa provochi un deficit cognitivo. Lo studio è osservazionale e misura l’esposizione solare a livello geografico, non la quantità effettiva di luce ricevuta personalmente da ogni partecipante. Gli stessi autori riconoscono inoltre la possibilità di fattori residui non completamente controllati. La forza del lavoro sta però nella coerenza dei risultati osservati in due popolazioni differenti, con età, periodi storici e test cognitivi diversi, e nella verifica attraverso una seconda misura indipendente della radiazione ultravioletta.
Per i pazienti il dato più interessante non è l’idea di esporsi maggiormente al sole senza precauzioni, ma la possibilità che la scarsa esposizione alla luce naturale durante i periodi più bui dell’anno rappresenti un fattore modificabile associato alla performance cognitiva. Gli autori ipotizzano che trascorrere più tempo all’aperto durante l’inverno o nelle giornate nuvolose possa essere una strategia semplice da approfondire, insieme a interventi basati sulla luce artificiale. Questo non elimina però la necessità di proteggere la pelle dall’eccessiva esposizione ai raggi UV: il lavoro suggerisce un possibile beneficio da livelli relativamente bassi di luce solare e non sostiene l’esposizione intensa o prolungata al sole.
Al momento non cambia la pratica clinica e non permette di prescrivere una determinata quantità di esposizione solare per migliorare memoria o attenzione. Servono studi sperimentali per capire se aumentare realmente l’esposizione alla luce naturale produca un miglioramento cognitivo e per stabilire quale intensità e durata siano sufficienti. Gli autori indicano inoltre la possibilità di studiare interventi che imitino la luce naturale, ma questa rimane una prospettiva di ricerca. Il valore attuale dello studio è soprattutto nell’aver individuato un’associazione tra bassi livelli di luce solare e peggiori prestazioni cognitive nel breve periodo, particolarmente evidente nei mesi con minore radiazione.
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