Salute 17 Settembre 2026 11:07

Plastificante DEHP in gravidanza, associazione con sintomi di autismo e ADHD

La ricerca, pubblicata su Med, individua modificazioni della metilazione del DNA associate all’esposizione prenatale al DEHP e a sintomi comportamentali osservati a 2 e 4 anni.

di Arnaldo Iodice
Plastificante DEHP in gravidanza, associazione con sintomi di autismo e ADHD

L’esposizione al di-(2-etilhexil) ftalato (DEHP) durante la gravidanza è associata a una maggiore presenza di sintomi riconducibili al disturbo dello spettro autistico (ASD) e al disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) nei bambini a 2 e 4 anni. A suggerirlo è uno studio australiano pubblicato sulla rivista Med, che ha analizzato il possibile ruolo di alterazioni epigenetiche nello sviluppo di questo legame.

I ricercatori hanno misurato i livelli di DEHP nell’urina di 847 donne alla 36ª settimana di gestazione e hanno analizzato il sangue del cordone ombelicale raccolto alla nascita. L’analisi ha evidenziato modificazioni della metilazione del DNA, un meccanismo capace di influenzare l’attivazione dei geni senza modificarne la sequenza. Le alterazioni hanno interessato reti geniche e vie di segnalazione ormonale coinvolte nello sviluppo cerebrale, in particolare a livello del cervelletto e del sistema limbico. I bambini sono stati successivamente valutati attraverso questionari compilati dai genitori.

Il DEHP e lo sviluppo del cervello

Il DEHP è un ftalato utilizzato come plastificante e può migrare dai materiali plastici, entrando nell’organismo attraverso l’ingestione, l’inalazione o il contatto con la pelle. La sostanza è da tempo oggetto di attenzione per i possibili effetti sul sistema endocrino e sullo sviluppo neurologico. Il nuovo studio si inserisce in un filone di ricerca che cerca di comprendere quanto le esposizioni ambientali possano contribuire all’insorgenza o alla manifestazione di caratteristiche associate ai disturbi del neurosviluppo. ASD e ADHD sono condizioni complesse, nelle quali intervengono numerosi fattori genetici e ambientali. L’aumento delle diagnosi osservato negli ultimi decenni, inoltre, non può essere interpretato semplicemente come conseguenza di un singolo fattore, poiché possono aver contribuito anche una maggiore consapevolezza, una migliore identificazione dei casi e cambiamenti nei criteri diagnostici.

Studi precedenti su ftalati e sviluppo cerebrale avevano già suggerito possibili associazioni, soprattutto attraverso ricerche sperimentali sugli animali e studi osservazionali nell’uomo. Rimaneva però meno chiaro quale meccanismo biologico potesse collegare l’esposizione prenatale a eventuali modificazioni dello sviluppo neurologico.

Dalla metilazione del DNA alle reti di geni

Per approfondire questo possibile meccanismo, i ricercatori hanno esaminato la metilazione del DNA in quasi 800.000 siti del genoma attraverso un microarray EPIC, confrontando i dati con le concentrazioni di DEHP rilevate durante la gravidanza. I bambini sono stati valutati a 2 e 4 anni mediante questionari rivolti ai genitori, con particolare attenzione a segnali precoci di autismo e ADHD, tra cui problemi di attenzione, iperattività, difficoltà sociali e relazionali. L’analisi statistica di mediazione causale ha quindi cercato di verificare se l’esposizione al DEHP fosse associata alle modificazioni della metilazione e se queste ultime fossero, a loro volta, collegate ai sintomi osservati nei bambini.

L’approccio non si è concentrato soltanto su singoli geni, ma sulle reti di geni che partecipano allo sviluppo e al funzionamento del sistema nervoso. È emersa una firma epigenetica associata all’esposizione al DEHP e, in particolare, una rete di 531 geni interconnessi denominata Co-MN1. La rete comprende geni regolati anche dagli ormoni sessuali, come estrogeni e androgeni, e coinvolti nello sviluppo delle aree cerebrali che partecipano alla regolazione delle emozioni, dell’attenzione e del comportamento sociale. Tra i geni presenti figurano anche FOXP1 e SHANK2, già associati nei precedenti studi ai disturbi del neurosviluppo.

I sintomi più evidenti nei bambini maggiormente esposti

Secondo i risultati, a una maggiore esposizione prenatale al DEHP corrispondevano livelli più elevati di iperattività, disattenzione e difficoltà nelle relazioni con i coetanei. Le associazioni risultavano particolarmente marcate tra i bambini appartenenti al 2% con i livelli di esposizione più elevati. I ricercatori hanno inoltre osservato un possibile ruolo della rete epigenetica individuata nel collegare l’esposizione alla sostanza e gli esiti comportamentali.

Si tratta di un risultato che offre un’ipotesi biologica per spiegare l’associazione osservata, ma che non equivale a dimostrare che il DEHP provochi direttamente autismo o ADHD. Le valutazioni, infatti, riguardavano sintomi e segnali comportamentali nei primi anni di vita e non diagnosi definitive delle due condizioni.

Il possibile ruolo dell’alimentazione e le implicazioni per la sicurezza

Un ulteriore elemento emerso dall’analisi riguarda l’alimentazione materna. Secondo i ricercatori, una dieta sana e ricca di alimenti integrali durante la gravidanza risultava associata a modificazioni della stessa rete di 531 geni, ma in una direzione opposta rispetto a quella osservata in relazione all’esposizione al DEHP. Questa associazione è stata collegata a una riduzione delle difficoltà di attenzione e a un comportamento maggiormente prosociale nei bambini. Anche in questo caso, tuttavia, il risultato non dimostra che la dieta abbia un effetto protettivo diretto, ma indica una possibile relazione che dovrà essere approfondita.

Gli autori sottolineano che i risultati forniscono elementi a sostegno dell’ipotesi secondo cui l’esposizione prenatale a sostanze chimiche con attività di interferenza endocrina possa essere collegata a modificazioni dello sviluppo neurologico. Particolare attenzione viene posta sui livelli di esposizione osservati nello studio, che, secondo gli autori, sarebbero inferiori alle soglie attualmente considerate sicure in Europa. Il dato viene quindi indicato come motivo per una rivalutazione dei limiti di esposizione al DEHP e a sostanze analoghe, soprattutto durante la gravidanza. Trattandosi però di uno studio osservazionale, i risultati devono essere interpretati con cautela: l’associazione tra esposizione, modificazioni epigenetiche e sintomi non stabilisce da sola un rapporto di causa-effetto e non consente di attribuire al DEHP un ruolo determinante nello sviluppo di ASD o ADHD. Saranno necessari ulteriori studi per verificare questi risultati, chiarire i meccanismi biologici coinvolti e stabilire quanto incidano effettivamente le esposizioni prenatali ai ftalati rispetto agli altri fattori genetici e ambientali.

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