Dal 5 al 14 agosto a Ginevra si è svolta la sessione INC-5.2 (Intergovernmental Negotiating Committee), uno degli appuntamenti chiave nel percorso delle Nazioni Unite verso l’adozione di un trattato globale giuridicamente vincolante contro l’inquinamento da plastica. Questa riunione supplementare, convocata dopo la quinta sessione ufficiale, aveva lo scopo di ridurre le divergenze fra i Paesi e consolidare un testo da presentare entro la fine del 2025.
Il mandato del Comitato è ampio e ambizioso: regolamentare l’intero ciclo di vita della plastica, a partire dalla produzione e dagli additivi chimici fino alla gestione dei rifiuti e al riciclo, tenendo insieme la tutela dell’ambiente, la prevenzione sanitaria e i principi di giustizia ed equità sociale.
Negli ultimi anni la plastica ha smesso di essere percepita come un semplice problema di smaltimento e si è rivelata un fattore di rischio ambientale e sanitario diffuso. Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che microplastiche e nanoplastiche sono ormai ubiquitarie: si trovano nei mari e nei fiumi, nel suolo agricolo, nell’aria che respiriamo e perfino negli alimenti e nell’acqua potabile.
Studi internazionali hanno documentato la presenza di particelle di plastica non soltanto negli ecosistemi, ma anche all’interno del corpo umano. Frammenti sono stati rintracciati nel sangue, nei polmoni e persino nella placenta, segnalando un’esposizione continua e inevitabile. Si tratta di una forma di contaminazione silenziosa che, pur non essendo sempre percepibile nell’immediato, solleva interrogativi urgenti sulla salute a lungo termine.
Gli effetti sull’ambiente sono ormai evidenti. Nei mari, le microplastiche vengono ingerite da pesci e molluschi, alterando le catene alimentari e minacciando la biodiversità. Nei suoli agricoli contribuiscono a modificare la struttura del terreno, riducendone la capacità di trattenere acqua e nutrienti. Nell’atmosfera, particelle sospese contribuiscono a un inquinamento invisibile che si deposita poi su colture e corsi d’acqua, con un ciclo di contaminazione difficile da interrompere.
Per quanto riguarda la salute umana, i dati finora raccolti indicano che la presenza di microplastiche può indurre processi di infiammazione e stress ossidativo nei tessuti, con potenziali implicazioni nello sviluppo di malattie croniche. Alcuni composti utilizzati nella produzione, come ftalati e bisfenolo A, sono classificati come interferenti endocrini, in grado di alterare il funzionamento del sistema ormonale. L’inalazione di microplastiche sospese nell’aria è stata collegata a problemi respiratori, mentre l’accumulo sistemico è oggetto di indagine per il possibile legame con malattie cardiovascolari, metaboliche e persino oncologiche.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, pur sottolineando che le evidenze sono ancora parziali, invita ad adottare il principio di precauzione e a considerare la plastica come una priorità di salute pubblica globale.
Il negoziato di Ginevra ha mostrato una forte polarizzazione. Da una parte vi è il fronte più ambizioso, guidato dall’Unione Europea e sostenuto da diversi Paesi africani e latinoamericani, che spinge per un trattato vincolante con obiettivi globali di riduzione della produzione di plastica vergine, restrizioni severe sugli additivi chimici tossici e un sistema uniforme di monitoraggio e rendicontazione.
Sul versante opposto si collocano i Paesi esportatori di materie prime fossili, come l’Arabia Saudita e altri membri dell’OPEC, insieme ad alcune grandi economie asiatiche industrializzate. Questi Stati preferiscono un approccio più flessibile, basato su piani nazionali volontari che lascino alle singole legislazioni la possibilità di definire tempi e modalità di intervento, senza vincoli stringenti.
Gli Stati Uniti si muovono in una posizione intermedia: favorevoli all’idea di un trattato globale, ma contrari a limiti diretti sulla produzione. La loro proposta è di concentrare gli sforzi soprattutto sulla gestione dei rifiuti, sull’innovazione tecnologica e sullo sviluppo di tecniche avanzate di riciclo.
Infine, la voce della società civile, delle ONG e delle associazioni di pazienti sottolinea la necessità di non ridurre la plastica a un semplice problema ambientale, ma di riconoscerla come una questione di salute pubblica e di diritti delle persone. Queste organizzazioni chiedono controlli obbligatori sulla presenza di microplastiche in acqua e alimenti, limiti stringenti agli additivi tossici e un monitoraggio trasparente dei rischi sanitari connessi all’esposizione.
La sessione di Ginevra non ha prodotto un testo definitivo, ma ha contribuito ad avvicinare le parti. I prossimi mesi saranno cruciali: un gruppo tecnico di esperti delle Nazioni Unite lavorerà a una bozza consolidata, che sarà discussa nella Conferenza finale di Busan, in Corea del Sud, prevista per la fine del 2025. In quell’occasione i governi cercheranno di trovare un compromesso su punti rimasti controversi, come i limiti alla produzione, la regolamentazione degli additivi e i meccanismi di finanziamento.
Se si raggiungerà un accordo, il trattato sarà presentato per l’adozione formale nel 2026, probabilmente attraverso una Conferenza delle Parti dedicata o l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Successivamente, ciascun Paese sarà chiamato a ratificarlo nei propri parlamenti: solo allora potrà entrare in vigore e diventare realmente vincolante.
Per l’Italia il negoziato rappresenta una doppia sfida. Da un lato, il nostro Paese è tra i maggiori utilizzatori di plastica in Europa. Dall’altro, vanta una filiera industriale tra le più avanzate nel riciclo meccanico, riconosciuta a livello europeo per efficienza e innovazione.
In questo contesto, l’Italia potrebbe svolgere un ruolo di mediazione tra le posizioni più rigide e quelle più caute, sostenendo un trattato che metta la salute e la prevenzione al centro, ma che allo stesso tempo valorizzi le competenze industriali nazionali. È un’occasione per consolidare la leadership italiana nelle politiche di economia circolare e, insieme, per promuovere una visione della prevenzione sanitaria che includa l’ambiente come determinante fondamentale.
L’accordo internazionale sulla plastica potrebbe rappresentare una svolta storica simile a quella dei trattati sul clima. Non si tratta solo di affrontare la gestione dei rifiuti, ma di ridefinire il rapporto fra salute, ambiente e società. Inserire la tutela della salute tra i pilastri del futuro trattato significherebbe rafforzare la prevenzione primaria e ridurre, nel lungo periodo, l’incidenza di patologie croniche legate all’inquinamento ambientale.
In definitiva, l’INC-5.2 ha confermato che il futuro della plastica non è una questione esclusivamente industriale o ecologica, ma riguarda in modo diretto la salute delle persone e i diritti delle comunità. È qui che si gioca la partita più importante.
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