Dalla Redazione 7 Agosto 2026 09:32

Perché amiamo i cibi dolci? La risposta potrebbe arrivare da quattro milioni di anni di evoluzione

Un nuovo studio ribalta la prospettiva sull'alimentazione dei nostri antenati: non solo carne e proteine, ma anche frutta, miele e poi gli amidi avrebbero avuto un ruolo decisivo nello sviluppo del cervello

Per anni il racconto dell’evoluzione umana si è concentrato soprattutto sulla carne. L’aumento del consumo di alimenti di origine animale è stato infatti considerato uno dei principali fattori che hanno favorito la crescita del cervello dei nostri antenati. Ora, però, uno studio pubblicato su Science propone una chiave di lettura diversa: a sostenere l’espansione del cervello potrebbero essere stati soprattutto i carboidrati, grazie al glucosio che fornivano all’organismo milioni di anni prima dell’introduzione dell’agricoltura. La ricerca, condotta dall’Università di Sydney e dall’Università di Glasgow, ricostruisce l’evoluzione della dieta degli ominini negli ultimi quattro milioni di anni, suggerendo che il contributo degli alimenti naturalmente ricchi di zuccheri sia stato finora sottovalutato. Secondo gli autori, questa nuova prospettiva potrebbe persino aiutare a rispondere a una domanda molto attuale: perché siamo così attratti dai cibi dolci?

Il glucosio, il carburante che ha alimentato il cervello

L’ipotesi dei ricercatori parte da un dato biologico: il cervello umano è un organo estremamente energivoro e utilizza il glucosio come principale fonte di energia. Sebbene l’organismo possa produrlo anche a partire dalle proteine, questo processo è limitato e meno efficiente rispetto all’assunzione attraverso l’alimentazione. Nel corso dell’evoluzione il cervello degli ominini è passato da circa 300 grammi negli Australopitechi fino ai circa 1.500 grammi dell’Homo sapiens. Parallelamente è aumentato il fabbisogno di glucosio non solo per il sistema nervoso, ma anche per i globuli rossi, i reni e gli organi coinvolti nella riproduzione. “Il cervello umano è insolitamente grande rispetto alle dimensioni del corpo e richiede una quantità enorme di energia”, spiega Jennie Brand-Miller, docente di Nutrizione umana al Charles Perkins Centre dell’Università di Sydney e prima autrice dello studio. “Per gran parte dell’evoluzione questa energia proveniva dai carboidrati contenuti in alimenti come frutta e miele”.

Prima della cottura c’erano frutta e miele

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda proprio la cronologia dell’alimentazione umana. Prima che la scoperta del fuoco rendesse gli amidi facilmente digeribili, gli esseri umani non potevano ricavare grandi quantità di glucosio da tuberi o cereali crudi. Per questo motivo, spiegano gli autori, i primi ominini si affidavano prevalentemente agli zuccheri naturalmente presenti nella frutta e nel miele. Solo in una fase successiva, con la lavorazione e la cottura degli alimenti, tuberi, rizomi e altri vegetali ricchi di amido sono diventati importanti fonti di glucosio. I cereali, invece, sarebbero entrati nella dieta molto più tardi: le prime testimonianze della macinazione dei semi risalgono a circa 65 mila anni fa.

Un modello che integra archeologia, genetica e fisiologia

Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno elaborato un modello che calcola il cosiddetto “fabbisogno obbligatorio di glucosio”, cioè la quantità minima necessaria per alimentare cervello, globuli rossi, reni e tessuti riproduttivi, compresi feto, placenta e ghiandole mammarie. Il modello, articolato in sei fasi evolutive, integra dati provenienti dalla fisiologia, dal metabolismo, dalla composizione degli alimenti, dalla morfologia dentale, dall’archeologia, dalle diete dei primati e dalla genetica, confrontando la disponibilità di carboidrati con le esigenze metaboliche delle diverse specie di ominini. Le simulazioni indicano che specie come Australopithecus afarensis (“Lucy”), Homo habilis e Homo erectus dipendevano in larga misura dagli alimenti vegetali ricchi di zuccheri, mentre con l’aumento delle dimensioni del cervello cresceva anche la necessità di assicurare un apporto costante di glucosio.

Gravidanza e infanzia, i momenti di massimo fabbisogno

Lo studio evidenzia inoltre il ruolo della riproduzione nell’evoluzione della dieta umana. Le donne in gravidanza e durante l’allattamento avrebbero avuto esigenze di glucosio significativamente superiori rispetto agli altri adulti, per sostenere lo sviluppo del feto, della placenta e la produzione di latte. “Quando pensiamo agli alimenti che hanno favorito l’evoluzione umana dobbiamo considerare non solo la crescita del cervello, ma anche le necessità della gravidanza e dell’allevamento dei figli”, osserva David Raubenheimer, professore di Ecologia nutrizionale e coautore dello studio. Secondo il ricercatore, questo potrebbe contribuire a spiegare perché durante la gravidanza molte donne manifestano una particolare attrazione per la frutta. Anche i bambini rappresentano un caso particolare: durante lo sviluppo il cervello può consumare fino ai due terzi del metabolismo basale, rendendo il bisogno di carboidrati proporzionalmente molto più elevato rispetto a quello degli adulti. Un elemento che potrebbe spiegare la naturale preferenza dei più piccoli per il sapore dolce.

Non un invito agli zuccheri raffinati

Gli autori precisano che i risultati non devono essere interpretati come un via libera al consumo di zuccheri aggiunti o di alimenti ultraprocessati. La loro analisi riguarda infatti zuccheri naturalmente presenti in alimenti come frutta e miele, consumati insieme a fibre, vitamine, minerali e numerosi composti bioattivi. I ricercatori invitano a superare una visione semplicistica che contrappone carboidrati e proteine. Per comprendere davvero l’evoluzione umana occorre considerare il contributo di tutti i macronutrienti. Oggi, come allora, la scelta dovrebbe orientarsi verso fonti di carboidrati di qualità, come frutta, legumi e cereali integrali, nell’ambito di una dieta varia ed equilibrata. Più che “riabilitare” gli zuccheri, lo studio invita quindi a distinguere tra quelli naturalmente presenti negli alimenti e quelli aggiunti. E suggerisce che la nostra attrazione per il dolce potrebbe non essere un semplice vizio moderno, ma l’eredità di un adattamento evolutivo che, per milioni di anni, ha contribuito ad alimentare l’organo che più di ogni altro ci rende umani.

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