Salute 5 Giugno 2025 13:34

Parto, “ascoltare” il cuore per prevedere le sofferenze fetali

Secondo gli esperti valutare la forma e il funzionamento del cuore fetale all’inizio del travaglio può aumentare la sicurezza del parto
Parto, “ascoltare” il cuore per prevedere le sofferenze fetali

Ascoltare il cuore, non in senso figurato, ma monitorandone i battiti, può aiutare a prevedere se il neonato tollererà bene le contrazioni o andrà invece incontro a sofferenza. A dimostrarlo, un nuovo studio coordinato dal professor Tullio Ghi dell’Università Cattolica – Policlinico Gemelli IRCCS, pubblicato sul prestigioso British Journal of Obstetrics & Gynecology (BJOG). Secondo gli esperti, infatti, valutare la forma e il funzionamento del cuore fetale all’inizio del travaglio può fare davvero la differenza ed aumentare la sicurezza del parto.

Una selezione anticipata dei bambini più fragili

Lo studio ha coinvolto 208 gestanti, tutte esaminate proprio all’inizio del travaglio. Nella stragrande maggioranza dei casi, il parto si è concluso in modo fisiologico. Ma in 20 casi è stato necessario un parto operativo, ovvero un cesareo d’urgenza o l’impiego della ventosa, a causa di sospetta sofferenza fetale. Ed è proprio in quel piccolo gruppo che, sin dall’ecografia iniziale, il cuoricino del feto mostrava segni diversi: modificazioni morfologiche, indizi di una minore “resilienza cardiaca” alle fatiche del parto. “È come se selezionassimo in anticipo i bimbi più vulnerabili – spiega il professor Ghi – quelli per cui un parto vaginale potrebbe comportare un rischio maggiore di ipossia”. Tradotto: con una semplice ecocardiografia, si potrebbe decidere subito se intensificare il monitoraggio, oppure accelerare i tempi con un cesareo programmato, per evitare complicazioni.

L’utilità di ascoltare il cuore

Per la prima volta, dunque, il cuore del feto non viene osservato solo per escludere patologie, ma diventa uno strumento predittivo dinamico, un barometro biologico capace di anticipare gli esiti del travaglio. Si parla di forma, di capacità contrattile, di adattamento allo stress: tutti parametri valutabili con un’ecocardiografia eseguita proprio quando la nascita comincia a bussare. E non è solo una questione di sicurezza clinica. È anche, e soprattutto, una questione di tempo, di rispetto, di umanizzazione del parto. Intervenire prima, con consapevolezza, può evitare l’ansia, lo smarrimento e la drammatizzazione dell’urgenza.

Nuove prospettive nella medicina perinatale

Lo studio apre dunque una nuova prospettiva nella medicina perinatale: l’ecocardiografia fetale al travaglio potrebbe diventare uno strumento da integrare nei protocolli clinici, al pari del tracciato cardiotocografico. E lo farebbe non per aumentare la medicalizzazione, ma per modulare l’assistenza in base alla fragilità reale del neonato. Accanto al professor Ghi, hanno firmato il lavoro il professor Andrea Dall’Asta (Università di Parma) e il professor Basky Thilaganathan (St George’s University di Londra), a conferma del respiro internazionale dell’indagine.

 

 

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