Un monitoraggio di sette anni evidenzia un'associazione tra maggiore attività fisica e declino più lento delle funzioni cognitive e motorie.
Praticare regolarmente attività fisica è associato a un declino più lento delle capacità cognitive e a un minore peggioramento dei sintomi motori nelle persone con malattia di Parkinson. È quanto emerge da uno studio pubblicato il 7 ottobre 2026 sulla rivista Neurology, organo ufficiale dell’American Academy of Neurology, che ha seguito 294 adulti con Parkinson lieve o moderato per un periodo massimo di sette anni. I partecipanti avevano un’età media di 66 anni e sono stati suddivisi in tre gruppi in base al tempo dedicato settimanalmente all’attività fisica: fino a quattro ore, da quattro a otto ore e oltre otto ore. I ricercatori hanno raccolto informazioni sulle abitudini motorie attraverso questionari e valutato ogni anno le capacità cognitive, la memoria e la gravità dei sintomi.
I risultati hanno evidenziato differenze significative tra i gruppi: le persone più attive hanno mostrato un declino cognitivo pressoché nullo e un andamento più favorevole dei sintomi motori rispetto a quelle meno attive. L’associazione è rimasta anche dopo aver considerato età, sesso e durata della malattia. Gli autori precisano, tuttavia, che lo studio osservazionale non dimostra un rapporto di causa-effetto: non è possibile stabilire se l’esercizio rallenti direttamente la progressione del Parkinson.
Per analizzare il rapporto tra attività fisica e progressione della malattia, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di stimare il tempo settimanale dedicato al movimento nelle diverse situazioni della vita quotidiana, dal lavoro alle faccende domestiche, fino agli hobby e alle attività ricreative. Le attività sono state classificate in base all’intensità. Tra quelle moderate figuravano la camminata veloce, il nuoto a ritmo blando, il tennis in doppio e alcuni lavori domestici; tra quelle intense, la corsa, il ciclismo ad alta velocità, gli sport di squadra e il trasporto di carichi pesanti.
L’attività fisica è stata valutata attraverso tre indicatori: il tempo complessivo dedicato alle attività moderate o intense, il volume totale ponderato in base all’intensità e il tempo riservato specificamente agli esercizi più impegnativi. Ogni anno, i partecipanti hanno inoltre svolto test cognitivi e valutazioni cliniche dei sintomi motori. Per le capacità cognitive è stato utilizzato un test con punteggio massimo di 30, mentre la gravità dei sintomi motori è stata misurata su una scala da zero a 132 punti. Quest’ultima valutazione registrava un punteggio medio iniziale di 23. Il monitoraggio longitudinale ha consentito di confrontare l’andamento delle diverse funzioni nei tre gruppi, verificando se livelli differenti di attività fossero associati a traiettorie diverse nel corso degli anni.
Le differenze più evidenti sono emerse nell’andamento delle capacità cognitive. Nel gruppo meno attivo, il punteggio del test di memoria e pensiero è diminuito mediamente di 0,478 punti all’anno. Nel gruppo con attività intermedia, il calo è stato di 0,090 punti annui. Tra i partecipanti che dedicavano più di otto ore settimanali all’attività fisica, la riduzione stimata è stata invece di appena 0,007 punti all’anno, indicando punteggi medi sostanzialmente stabili durante il periodo osservato.
Anche per i sintomi motori sono state rilevate differenze. Nel gruppo meno attivo, il punteggio è aumentato di circa 0,143 punti all’anno, segnalando un lieve peggioramento. Nel gruppo moderatamente attivo è diminuito di 0,225 punti annui, mentre in quello più attivo la riduzione è stata di 0,783 punti all’anno. Poiché punteggi più elevati indicavano sintomi più gravi, questi risultati descrivono un andamento più favorevole tra le persone che riferivano livelli maggiori di attività fisica.
L’associazione è emersa con tutti e tre gli indicatori utilizzati dai ricercatori: durata complessiva, volume ponderato per intensità e tempo dedicato all’esercizio intenso. I dati suggeriscono quindi che il rapporto non dipenda esclusivamente da una particolare modalità di misurazione del movimento. Non dimostrano, però, che aumentare le ore di allenamento produca necessariamente gli stessi risultati in ogni paziente.
Secondo i ricercatori, mantenersi attivi nel tempo potrebbe avere un’importanza particolare per le persone con Parkinson. Anche differenze relativamente contenute nella velocità di declino cognitivo e motorio potrebbero infatti diventare più rilevanti quando si accumulano nell’arco di diversi anni. La stabilità media dei punteggi cognitivi osservata nel gruppo più attivo rappresenta un risultato interessante, ma deve essere interpretata considerando le caratteristiche dei partecipanti e i limiti dello studio.
Gli autori sottolineano che, all’inizio della ricerca, i partecipanti presentavano generalmente capacità cognitive e mnemoniche ancora buone. Non è quindi possibile estendere automaticamente i risultati alle persone con compromissione cognitiva più avanzata o con forme più gravi della malattia.
Un’altra limitazione riguarda la misurazione dell’attività fisica, basata sulle dichiarazioni dei partecipanti e non su dispositivi in grado di registrare direttamente il movimento. Le stime potrebbero pertanto contenere imprecisioni. Inoltre, lo studio non consente di stabilire se le persone più attive mantengano funzioni migliori grazie all’esercizio oppure se condizioni di salute inizialmente più favorevoli permettano loro di muoversi maggiormente.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato