Circa 4 milioni di italiani vivono dopo una diagnosi di tumore e oltre 649mila ricoveri l’anno sono riconducibili alle neoplasie. Il confronto alla Camera dei deputati tra istituzioni, clinici e associazioni di pazienti sulle priorità dell’oncologia
Nel nostro Paese ogni anno i costi ospedalieri per la cura dei tumori ammontano a più di 4 miliardi di euro. A questi si devono sommare ulteriori 2,5 miliardi per assicurare l’assistenza sociosanitaria. Un ricovero ospedaliero su dieci è causato da un tumore e in totale i ricoveri ammontano annualmente a oltre 649mila. Al momento in Italia vivono circa 4 milioni di persone con una precedente diagnosi di neoplasia. Numeri importanti e destinati a crescere nei prossimi anni a causa dell’invecchiamento generale della popolazione. Sono quindi molte le sfide legate alla sostenibilità e alla necessità di garantire un accesso equo e uniforme alle cure.
Per approfondire lo stato dell’oncologia in Italia e discutere possibili interventi di rafforzamento si è tenuto ieri a Roma, presso la Camera dei deputati, l’Oncology Summit 2026, iniziativa del presidente della XII Commissione Affari Sociali della Camera, Ugo Cappellacci. L’evento, organizzato da Nomos Centro Studi Parlamentari con il patrocinio di AIOM, ha offerto uno spazio di confronto tra clinici, pazienti e rappresentanti delle istituzioni.
Nell’ultima Legge di Bilancio il Ministero della salute ha stanziato oltre 500 milioni di euro per la prevenzione e ulteriori risorse sono state allocate nel nuovo Piano Nazionale della Prevenzione. Tra le priorità figurano il potenziamento dei percorsi di prevenzione e diagnosi precoce e il rafforzamento dei programmi di screening.
“Il cancro oggi è una delle principali priorità di salute pubblica, in Italia e in Europa, sia per i numeri epidemiologici che per le implicazioni sociali ed economiche che determina”, ha sottolineato l’Onorevole Ugo Cappellacci. “Negli ultimi anni tanto il Parlamento quanto il Ministero della salute hanno stanziato nuove risorse per incentivare la prevenzione in ambito oncologico. L’obiettivo è limitare il più possibile l’impatto crescente dei tumori sulla collettività e sul sistema sanitario nazionale. Sono previste novità anche nel nuovo Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031 che è stato recentemente approvato. Per renderle però concrete ed effettive bisogna approvare quanto prima i decreti attuativi”.
Nel corso dell’evento Cappellacci ha rivendicato il metodo che ha caratterizzato il lavoro degli ultimi anni sul fronte delle politiche oncologiche. “È un’iniziativa che abbiamo fortemente voluto perché vuole in qualche modo certificare dei risultati che sono passati attraverso un metodo, quello del dialogo tra società scientifiche, associazioni di pazienti, istituzioni, Governo e Parlamento, che ha portato risultati concreti sul piano della prevenzione e della cura”. Il presidente della Commissione Affari Sociali ha citato come esempio l’estensione dello screening mammografico alle fasce d’età 45-49 e 70-74 anni: “Quando c’è questa possibilità di lavoro comune i risultati arrivano in termini concreti”.
Tra i temi centrali del Summit il ruolo crescente della medicina di precisione
“L’oncologia medica ha vissuto in questi anni una profonda rivoluzione perché tentiamo di avvicinarci sempre di più alla medicina veramente personalizzata”, ha spiegato Massimo Di Maio, Presidente AIOM. “Oggi diventa cruciale la fase diagnostica. Per un numero crescente di tumori, per poter avere accesso al trattamento migliore bisogna fare una precisa caratterizzazione molecolare. Se la presa in carico diagnostica non è tempestiva e ottimale, il paziente rischia di non avere il trattamento più appropriato”. Secondo Di Maio, oltre alla disponibilità delle terapie innovative, occorre quindi garantire percorsi diagnostici adeguati e uniformi sul territorio nazionale.
Il presidente AIOM ha inoltre ricordato i risultati raggiunti dall’oncologia italiana negli ultimi anni. “Tra il 2007 e il 2019 abbiamo avuto una riduzione dei decessi da cancro del 14% tra gli uomini e del 6% fra le donne. Tuttavia, per mantenere questi risultati è necessario un potenziamento dei percorsi all’interno del Servizio sanitario nazionale e un efficientamento delle Reti oncologiche regionali”.
Tumore del polmone: screening e lotta al fumo
Ampio spazio è stato dedicato al tumore del polmone e alla necessità di rafforzare gli strumenti di prevenzione primaria e secondaria. “Il fumo resta uno dei principali fattori di rischio evitabili per la salute e per questo la prevenzione primaria deve essere al centro delle politiche sanitarie”, ha dichiarato il presidente della Commissione Affari Sociali del Senato Francesco Zaffini, sottolineando l’importanza dei percorsi di disassuefazione e dei centri antifumo. Zaffini ha inoltre evidenziato il valore della TC a bassa dose come strumento di screening in grado di intercettare precocemente il tumore del polmone nei soggetti a rischio.
Un tema ripreso anche da Di Maio: “È stato dimostrato in tutto il mondo che esiste un esame di screening efficace per il tumore del polmone nei soggetti ad alto rischio. In Italia questo tipo di screening non è ancora parte di un programma di offerta pubblica. Chiediamo che diventi parte integrante dell’offerta del Servizio sanitario nazionale perché è un modo per ridurre la mortalità aumentando le possibilità di guarigione”.
Sul fronte della prevenzione primaria, Francesco Perrone, presidente della Fondazione AIOM, ha ribadito la necessità di ridurre il numero dei fumatori per contenere l’incidenza delle patologie oncologiche e garantire la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. “La prevenzione è una strategia necessaria non solo perché i tumori diagnosticati precocemente si curano meglio, ma anche perché prevenire il cancro significa ridurre il carico per un Servizio sanitario nazionale che sta diventando sempre più difficile da sostenere”, ha affermato.
Perrone ha ricordato la legge di iniziativa popolare promossa da Fondazione AIOM, AIOM, AIRC e Fondazione Veronesi per contrastare il tabagismo. “Abbiamo raggiunto le 50mila firme necessarie e il testo sarà presentato in Parlamento entro la fine del mese. L’obiettivo è ridurre significativamente il numero dei fumatori e, di conseguenza, l’incidenza del cancro, soprattutto del polmone ma non solo”.
Il presidente della Fondazione AIOM ha poi richiamato l’attenzione anche sul ruolo della prevenzione secondaria e degli screening. “I programmi di screening in Italia esistono, ma non funzionano come dovrebbero e soprattutto non funzionano allo stesso modo in tutte le regioni”. Da qui la necessità di rafforzare sia l’organizzazione dei programmi sia la consapevolezza dei cittadini. “Ricevere un invito per uno screening è una cosa positiva. Partecipare significa fare una cosa buona per sé prima di tutto e per la comunità”.
Tumore della mammella: innovazione, accesso e Breast Unit
Nel panel dedicato al tumore della mammella, gli esperti hanno posto l’attenzione sia sulle opportunità offerte dalle nuove terapie sia sulle criticità ancora presenti nell’accesso all’innovazione.
Giuseppe Toffoli, già direttore della Farmacologia sperimentale e clinica del CRO di Aviano e membro del Comitato scientifico ed economico di Aifa, ha evidenziato come “innovazione” e “guarigione” nel tumore della mammella rappresentino oggi l’esempio più concreto dei progressi compiuti dall’oncologia grazie alla collaborazione tra ricerca, istituzioni e professionisti sanitari. Restano tuttavia aperte importanti sfide legate alla sostenibilità e all’accesso alle nuove terapie. Secondo le stime richiamate dall’esperto, l’impatto a regime dei farmaci innovativi per il tumore della mammella potrebbe superare il miliardo di euro. Se da un lato l’istituzione della Commissione scientifica ed economica del farmaco di Aifa abbia contribuito a ridurre i tempi di accesso per alcune terapie, come gli anticorpi farmaco-coniugati, dall’altro persistono ritardi per altri medicinali innovativi. Toffoli ha inoltre sottolineato la necessità di aggiornare alcuni strumenti normativi, come per esempio la legge 648 del 1996, per renderli maggiormente rispondenti alle esigenze attuali dell’oncologia.
Sul piano organizzativo, Alessandra Fabi, membro del Direttivo nazionale AIOM e oncologa del Policlinico Gemelli di Roma, ha ricordato come le Breast Unit si confermino il modello di riferimento per la presa in carico delle pazienti con tumore della mammella. “Si tratta del modello organizzativo principe in oncologia, perché consente di coordinare tutte le professionalità coinvolte nel percorso di cura e di garantire una gestione realmente multidisciplinare”. Secondo Fabi, laddove esistono organizzazione, competenze e integrazione tra i professionisti, le Breast Unit contribuiscono concretamente a migliorare gli esiti clinici delle pazienti. Tuttavia, ha sottolineato, il modello può funzionare solo se accompagnato da adeguati livelli di professionalità, empatia e coordinamento.
L’oncologa ha inoltre richiamato l’attenzione su due aspetti spesso trascurati. Il primo riguarda il tumore della mammella nell’uomo, una patologia ancora poco conosciuta e spesso non riconosciuta dagli stessi pazienti. Il secondo riguarda la crescente durata dei percorsi di cura: molte persone restano infatti in trattamento o in follow-up per diversi anni. Per questo è fondamentale rafforzare la continuità assistenziale tra ospedale e territorio, estendendo sempre di più il modello organizzativo delle Breast Unit lungo tutto il percorso di presa in carico.
Tumore ovarico: test genomici, equità e ricerca
Uno dei focus principali dell’Oncology Summit è stato dedicato al tumore ovarico, una patologia che interessa ogni anno circa 4.000 donne in Italia. Tra le forme più diffuse e aggressive vi è il carcinoma ovarico sieroso ad alto grado, che rappresenta circa il 70% dei casi e continua a essere una delle principali sfide dell’oncologia ginecologica.
“A differenza di quanto avviene per il tumore della mammella, non esiste uno screening che consenta di individuarlo precocemente”, ha ricordato la senatrice della 10ª Comm. Affari Sociali, Senato della Repubblica Elena Murelli. “Per questo sono fondamentali i test predittivi HRD, che consentono di individuare predisposizioni genetiche e di orientare terapie sempre più personalizzate”. La parlamentare ha ricordato le risorse stanziate con la Legge di Bilancio per sostenere l’accesso a questi strumenti diagnostici e ha sottolineato la necessità di garantire equità su tutto il territorio nazionale. “Il cap di residenza non può essere discriminante. Ogni donna deve poter accedere alle stesse opportunità diagnostiche e terapeutiche indipendentemente dalla Regione in cui vive”.
Sul valore clinico dei test si è soffermata Domenica Lorusso, direttrice del Centro di Ginecologia Oncologica di Humanitas San Pio X. “Abbiamo scoperto che il tumore ovarico non è uno, ma sono tumori diversi tra loro per caratteristiche genetiche. Capire quale tumore stiamo curando è fondamentale perché consente di utilizzare farmaci mirati e sempre più personalizzati”. I test genomici, ha spiegato, non servono soltanto a guidare la scelta terapeutica, ma rappresentano oggi l’unica reale opportunità di prevenzione primaria. “Identificare le famiglie portatrici di mutazioni significa poter individuare le donne a maggior rischio e intervenire prima che la malattia si sviluppi”.
L’oncologa ha poi richiamato l’attenzione sul futuro della ricerca clinica, da cui sono nate molte delle innovazioni che hanno cambiato la storia naturale della malattia. “I farmaci che oggi hanno allungato la sopravvivenza nel tumore ovarico, come non era mai accaduto prima, fino a pochi anni fa erano farmaci sperimentali”. Secondo Lorusso, le recenti politiche statunitensi rischiano però di spostare investimenti e sperimentazioni verso altri mercati, con possibili ripercussioni sull’Europa e sui tempi di accesso alle innovazioni. “La ricerca è innovazione, ma ricerca è anche speranza di vita per le pazienti e noi abbiamo il dovere di proteggere la ricerca italiana”.
Una preoccupazione condivisa dalla stessa Murelli, che ha evidenziato come il rischio non riguardi soltanto il sistema della ricerca ma anche i pazienti. “Se gli investimenti e i trial clinici si spostano altrove, il rischio è quello di ritardare l’arrivo di farmaci innovativi, test innovativi e nuove opportunità di cura”. Per questo, ha spiegato, il Parlamento sta lavorando a misure volte a rafforzare l’ecosistema italiano dell’innovazione. “Nel testo unico della legislazione farmaceutica ho predisposto un emendamento per favorire lo sviluppo di una filiera completa della ricerca e dell’innovazione, dalla diagnostica avanzata ai farmaci innovativi fino ai dispositivi medici, affinché l’Italia e l’Europa non rimangano indietro”.
Sul tema dell’equità territoriale è intervenuta anche Ornella Campanella, presidente di aBRCAdaBRA, che ha evidenziato come la possibilità di intercettare una mutazione BRCA all’interno di una famiglia rappresenti una concreta opportunità di prevenzione primaria. “Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a una vera rivoluzione nel tumore ovarico. Individuare una persona portatrice di mutazione BRCA significa poter offrire una prevenzione primaria, arrivando prima della malattia”, ha sottolineato, ricordando però che non tutte le Regioni hanno ancora adottato specifici PDTA per il tumore ovarico e che persistono differenze nell’accesso ai test genetici e ai percorsi assistenziali.
A ribadire la centralità della prevenzione è stata anche Maria Rosaria Campitiello, Capo Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute. “Il tumore ovarico rappresenta ancora oggi una delle sfide più complesse dell’oncologia femminile. È una patologia che si manifesta con sintomi aspecifici e viene diagnosticata troppo spesso in fase avanzata, riducendo così le possibilità di intervento precoce. Per questo è fondamentale rafforzare la cultura della prevenzione, promuovere controlli ginecologici periodici e investire nella formazione continua dei professionisti sanitari”. Campitiello ha inoltre ricordato che l’ultima Legge di Bilancio ha destinato ulteriori 238 milioni di euro alla prevenzione, risorse che contribuiranno a rafforzare screening, presa in carico e servizi territoriali.
Tumori gastrointestinali: il ruolo del supporto nutrizione
Nel panel dedicato ai tumori gastrointestinali è emersa con forza l’importanza della prevenzione e della presa in carico multidisciplinare del paziente, con particolare attenzione al carcinoma gastrico. “Il carcinoma gastrico rappresenta ancora oggi la terza-quarta causa di morte per cancro e solo il 20% dei casi viene diagnosticato in fase precoce”, ha ricordato Nicola Silvestris, segretario nazionale AIOM. Tra i principali fattori di rischio figurano l’infezione da Helicobacter pylori, classificata dallo IARC come cancerogeno di gruppo 1, ma anche alcol, fumo e obesità. “Si stima che i fattori di rischio modificabili possano essere responsabili di circa 10mila casi l’anno”, ha sottolineato, evidenziando l’importanza dell’educazione sanitaria e della prevenzione.
L’oncologo ha poi richiamato l’attenzione sul ruolo della nutrizione clinica, che deve accompagnare il paziente fin dall’inizio del percorso terapeutico. “Ogni trattamento offre vita e qualità di vita, ma ha un prezzo in termini di tossicità. Il supporto nutrizionale consente al paziente di affrontare al meglio le cure e deve essere considerato parte integrante del percorso oncologico”. Silvestris ha ricordato come la nutrizione rientri nel concetto di cure simultanee, cioè tutti quegli interventi che devono essere attivati insieme alle terapie oncologiche e non successivamente. Un adeguato inquadramento nutrizionale, dalla diagnosi e lungo tutto il percorso di cura, contribuisce infatti a mantenere il paziente nelle migliori condizioni possibili per affrontare i trattamenti e beneficiare delle opportunità offerte dalle nuove opzioni terapeutiche.
L’iniziativa è stata realizzata grazie al contributo non condizionato di AstraZeneca, Bayer, Gilead, MSD e Regeneron.