Una ricerca presentata al congresso europeo sull’obesità suggerisce che il prediabete possa lasciare un’impronta molecolare nel tessuto adiposo, rendendo più difficile mantenere il dimagrimento dopo la chirurgia bariatrica
La chirurgia bariatrica rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci contro l’obesità grave, capace di indurre una significativa perdita di peso e miglioramenti metabolici anche rilevanti. Eppure, nel tempo, una parte dei pazienti torna ad aumentare di peso. A provare a spiegare questo fenomeno è uno studio spagnolo che sarà presentato al European Congress on Obesity, uno dei principali appuntamenti scientifici internazionali sul tema. Un lavoro che, è bene sottolinearlo, si colloca ancora nella fase di pre-pubblicazione: i dati non sono stati sottoposti a revisione paritaria e vanno interpretati con cautela.
La “memoria del grasso”
Al centro della ricerca c’è un concetto tanto suggestivo quanto complesso: la cosiddetta “memoria del grasso”. Secondo il team dell’Hospital Clínic de Barcelona, il prediabete potrebbe imprimere nel tessuto adiposo una sorta di traccia biologica persistente. Questa impronta renderebbe le cellule adipose meno capaci di adattarsi alla perdita di peso, anche dopo un intervento chirurgico efficace. In altre parole, il corpo – o meglio il tessuto adiposo – potrebbe “ricordare” la condizione precedente, ostacolando nel tempo il mantenimento dei risultati.
Lo studio: chi è stato coinvolto
La ricerca ha coinvolto 78 donne con obesità grave, seguite in un centro specializzato. Le partecipanti sono state suddivise in due gruppi: donne con valori glicemici nella norma e donne con prediabete. I ricercatori hanno analizzato il tessuto adiposo prima dell’intervento e a distanza di un anno, osservando sia i parametri clinici sia l’attività genica delle cellule.
Risultati: miglioramenti iniziali, differenze nel tempo
Nel breve periodo, i risultati della chirurgia sono stati simili nei due gruppi:
Ma a distanza di tempo emergono le differenze. Nelle donne con prediabete, l’attività dei geni coinvolti nel metabolismo dei grassi rimaneva ridotta anche dopo il dimagrimento. Questo si traduceva in una minore capacità del tessuto adiposo di gestire i lipidi e, nel follow-up a tre anni, in una maggiore tendenza a riprendere peso: in media 5-6 chili contro 1-2 nel gruppo senza alterazioni glicemiche.
Un metabolismo che fatica ad adattarsi
Il dato più interessante riguarda proprio il comportamento delle cellule adipose. Nonostante il miglioramento clinico, il tessuto adiposo delle pazienti con prediabete mostrava segnali di una funzionalità non completamente recuperata. Una sorta di “inerzia biologica” che potrebbe contribuire a spiegare perché, in alcuni casi, il peso torna a salire. Un aspetto che apre una riflessione più ampia: la chirurgia, da sola, potrebbe non essere sufficiente se non accompagnata da strategie mirate a correggere anche questi meccanismi più profondi.
I limiti dello studio
Gli stessi autori invitano alla prudenza. Si tratta infatti di uno studio osservazionale, che non consente di stabilire un rapporto diretto di causa-effetto. Inoltre:
Elementi che rendono necessari ulteriori studi, più ampi e diversificati.
Verso nuove strategie terapeutiche
Comprendere i meccanismi alla base della “memoria del grasso” potrebbe permettere di individuare i pazienti più a rischio di recupero ponderale e sviluppare interventi più mirati. Dieta, farmaci e cambiamenti dello stile di vita potrebbero, secondo i ricercatori, contribuire a “riprogrammare” il tessuto adiposo e migliorarne la capacità di adattamento dopo la perdita di peso. Un passaggio cruciale in un ambito in cui la sfida non è solo dimagrire, ma mantenere nel tempo i risultati ottenuti.
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