Gli anni anagrafici non raccontano sempre la reale capacità del corpo di reagire a uno stress come un intervento chirurgico. Un nuovo studio suggerisce che valutare l’età biologica potrebbe aiutare a individuare prima i pazienti più fragili
Gli anni anagrafici non raccontano sempre la reale capacità del corpo di reagire a uno stress come un intervento chirurgico. Un nuovo studio internazionale suggerisce che valutare l’età biologica potrebbe aiutare a individuare prima i pazienti più fragili. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Npj Aging, ha analizzato oltre 430 mila pazienti sottoposti a interventi chirurgici nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Corea del Sud. I ricercatori hanno studiato il ruolo di PhenoAge, un indicatore di età biologica basato su parametri clinici e di laboratorio, per capire se potesse prevedere complicanze e mortalità meglio della sola età anagrafica. I risultati mostrano che i pazienti con un invecchiamento biologico accelerato avevano un rischio maggiore di morte entro un anno dall’intervento, eventi cardiovascolari e nuovi ricoveri.
Età biologica ed età anagrafica: perché la differenza può contare
Due persone della stessa età possono avere condizioni fisiche molto diverse. Una può mantenere una buona capacità di recupero, mentre un’altra può presentare un organismo biologicamente più “vecchio”, con maggiore vulnerabilità agli stress fisici. Per valutare questa differenza i ricercatori hanno utilizzato PhenoAge, uno strumento che stima l’età biologica attraverso informazioni normalmente disponibili nella pratica clinica, come alcuni valori ematici e indicatori di salute generale. L’obiettivo era capire se questo parametro potesse aggiungere informazioni utili rispetto ai tradizionali strumenti usati prima di un intervento chirurgico.
Oltre 430 mila pazienti analizzati: cosa ha scoperto lo studio
La ricerca ha coinvolto una popolazione molto ampia di pazienti chirurgici provenienti da diverse realtà internazionali. Il gruppo principale analizzato comprendeva 291.845 persone della UK Biobank, con ulteriori conferme ottenute in altre tre coorti indipendenti. Gli studiosi hanno confrontato il rischio post-operatorio nei pazienti con diversi livelli di invecchiamento biologico, anche tenendo conto di fattori già noti come età, fragilità, presenza di altre malattie, complessità dell’intervento e condizioni cliniche generali.
“Fast agers”, chi invecchia più velocemente rischia di più dopo la chirurgia
Il dato più significativo riguarda i cosiddetti “fast agers”, cioè le persone in cui l’età biologica risulta superiore rispetto a quella anagrafica. Secondo lo studio, questi pazienti hanno mostrato un rischio di mortalità a un anno dall’intervento più alto del 49% rispetto a chi presentava un ritmo di invecchiamento considerato normale. L’aumento dell’età biologica era inoltre associato a una maggiore probabilità di eventi cardiovascolari importanti e di nuovi ricoveri entro 30 giorni dall’operazione.
Cosa cambia per i pazienti: una chirurgia sempre più personalizzata
La possibile applicazione pratica riguarda soprattutto la fase che precede un intervento. Oggi la valutazione del rischio chirurgico si basa principalmente su età, patologie presenti e condizioni generali del paziente. Secondo gli autori, integrare anche un indicatore di invecchiamento biologico potrebbe aiutare a riconoscere meglio le persone più vulnerabili, programmare interventi di preparazione prima della chirurgia (preabilitazione) e scegliere percorsi assistenziali più adeguati.
Non significa, però, che il test sia già pronto per entrare nella pratica quotidiana: serviranno ulteriori studi per stabilire come utilizzarlo nei diversi contesti clinici e quali decisioni terapeutiche possa realmente guidare.
Uno strumento per migliorare sicurezza e appropriatezza delle cure
La prospettiva aperta dalla ricerca è quella di una medicina sempre più basata sulle caratteristiche individuali del paziente. Valutare non solo “quanti anni ha” una persona, ma anche la sua reale capacità biologica di affrontare uno stress come un intervento chirurgico, potrebbe contribuire a ridurre complicanze e migliorare l’organizzazione dei percorsi di cura.
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