Sanità 21 Ottobre 2026 18:37

Natalità, nuovo minimo storico in Italia: solo 355mila nati. Primo figlio a 32 anni

Il nuovo Rapporto Istat fotografa un Paese in cui la genitorialità viene sempre più posticipata, tra difficoltà economiche, trasformazioni sociali e nuove sfide per la salute riproduttiva.

di CDRR
Natalità, nuovo minimo storico in Italia: solo 355mila nati. Primo figlio a 32 anni

In Italia si fanno sempre meno figli e si diventa genitori sempre più tardi. Nel 2025 sono nati 355.772 bambini, circa 14mila in meno rispetto all’anno precedente, con una diminuzione del 3,8%. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, segnando un nuovo minimo storico dopo quello già registrato nel 2024, quando si era attestato a 1,18.

È quanto emerge dal rapporto Istat “Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2025”, che restituisce l’immagine di un Paese alle prese con una crisi demografica strutturale.

Il confronto con il passato evidenzia la portata del fenomeno: nel 2008, anno di massimo delle nascite negli anni Duemila, erano venuti al mondo oltre 576mila bambini. Da allora il calo è stato del 38,3%, pari a oltre 220mila nascite in meno. E la tendenza non sembra destinata a invertirsi nel breve periodo. Secondo i primi dati provvisori, tra gennaio e luglio 2026 sono nati 196.864 bambini, circa 2mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, con un’ulteriore flessione dell’1,1%.

Maternità sempre più tardiva: il primo figlio arriva a 32 anni

Tra gli aspetti più significativi del rapporto emerge il progressivo rinvio della maternità. Nel 2025 l’età media delle donne al parto ha raggiunto i 32,7 anni, mentre quella alla nascita del primo figlio è salita per la prima volta a 32 anni. Un cambiamento profondo rispetto al 1995, quando le donne diventavano madri per la prima volta mediamente a 28,1 anni. Il fenomeno interessa sia le italiane sia le straniere. Per le donne di cittadinanza italiana l’età media al parto è arrivata a 33,2 anni, mentre per le cittadine straniere si attesta a 29,8 anni secondo la serie degli indicatori riportata dall’Istat.

Il progressivo spostamento della maternità verso età più avanzate rappresenta anche una questione di salute riproduttiva. La fertilità femminile, infatti, tende a diminuire con l’età, in modo più marcato dopo i 35 anni. Il rinvio della gravidanza può quindi ridurre il tempo disponibile per realizzare un progetto riproduttivo, soprattutto quando emergono difficoltà di concepimento. Questo non significa che una gravidanza dopo i 35 anni sia necessariamente problematica, ma rende sempre più importante garantire un’informazione corretta sulla fertilità, l’accesso alla consulenza preconcezionale e percorsi di assistenza appropriati.

Le laureate diventano madri quasi a 35 anni

Il livello di istruzione rappresenta un altro elemento centrale nell’analisi dell’Istat. Nel 2025 le donne laureate hanno registrato un numero medio di 1,09 figli, mentre tra le diplomate il valore è stato pari a 1,06. Per le donne in possesso della licenza media la fecondità si attesta invece a 1,58 figli.

Ancora più evidente è la differenza nell’età alla maternità. Le laureate partoriscono mediamente a 34,9 anni, contro i 32,5 anni delle diplomate e i 29,7 anni delle donne con licenza media. Il prolungamento dei percorsi formativi contribuisce a posticipare l’ingresso nella genitorialità, ma l’istruzione non può essere considerata, da sola, una spiegazione sufficiente della denatalità. Lo stesso Istat richiama una pluralità di fattori: precarietà lavorativa, difficoltà di accesso all’abitazione, ostacoli nella conciliazione tra lavoro e famiglia, ma anche scelte individuali che possono prevedere il rinvio o la rinuncia alla genitorialità.

I dati pongono quindi una questione importante: come garantire che il desiderio di avere figli possa essere realizzato senza entrare in conflitto con il percorso di formazione, la carriera professionale o la stabilità economica?

Sempre meno primi figli: cresce il rischio di rinunciare alla genitorialità

A diminuire non sono soltanto le nascite complessive, ma anche quelle dei primogeniti. Nel 2025 i primi figli sono stati 174.842, in calo del 3,7% rispetto all’anno precedente. I secondi figli sono scesi a 127.479 (-4,8%), mentre quelli di terzo ordine o successivo si sono attestati a 53.451 (-2,1%). Il fenomeno è particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, dove le nascite dei primogeniti diminuiscono del 5,3%, contro il 2,3% del Nord e il 3,9% del Centro. La riduzione dei primi figli segnala una trasformazione particolarmente rilevante: non riguarda soltanto la dimensione delle famiglie, ma anche l’accesso stesso alla genitorialità. A confermarlo è l’analisi per generazioni. Tra le donne nate nel 1947, circa una su dieci ha concluso la propria vita riproduttiva senza figli. Per quelle nate nel 1976 la percentuale è salita al 23%, quasi una donna su quattro. Si tratta di un dato che non può essere interpretato esclusivamente come conseguenza dell’infertilità o delle difficoltà economiche. Come evidenzia l’Istat, riflette sia gli ostacoli alla realizzazione dei progetti familiari sia l’affermarsi di percorsi di vita alternativi alla genitorialità.

Dalla prevenzione dell’infertilità alla tutela della salute riproduttiva

Il progressivo aumento dell’età alla maternità richiama l’attenzione anche sul ruolo del Servizio sanitario nazionale. Sebbene la denatalità sia un fenomeno complesso, che non può essere affrontato soltanto attraverso interventi sanitari, la tutela della salute riproduttiva costituisce una componente importante delle politiche di sostegno alla genitorialità.

In questo contesto, assumono particolare rilievo l’educazione alla salute sessuale e riproduttiva, l’informazione sui cambiamenti della fertilità con l’età, la prevenzione dei fattori di rischio per l’infertilità e l’accesso tempestivo ai servizi specialistici. Un ruolo significativo può essere svolto dai consultori familiari, dai ginecologi, dai medici di medicina generale e dai centri dedicati alla diagnosi e al trattamento dell’infertilità. Anche l’accesso ai percorsi di procreazione medicalmente assistita rappresenta un tema rilevante, soprattutto in termini di equità territoriale e possibilità di ricevere cure appropriate.

Le tecniche di procreazione medicalmente assistita, tuttavia, non possono essere considerate una soluzione alla denatalità: le loro possibilità di successo dipendono da diversi fattori, tra cui l’età e le condizioni cliniche, e non eliminano le conseguenze dell’invecchiamento riproduttivo. L’obiettivo dovrebbe essere quello di consentire alle persone di compiere scelte riproduttive consapevoli, sostenute da informazioni scientificamente corrette e da servizi accessibili, senza trasformare la maternità in un obbligo sociale.

Dalla Sardegna a Bolzano, un’Italia a più velocità

La Sardegna continua a registrare il livello di fecondità più basso del Paese, con appena 0,85 figli per donna, in ulteriore diminuzione rispetto allo 0,91 del 2024. All’estremo opposto si colloca la Provincia autonoma di Bolzano, dove il numero medio di figli per donna raggiunge 1,54. Il Centro presenta complessivamente la fecondità più bassa, pari a 1,07 figli per donna, seguito dal Nord con 1,15 e dal Mezzogiorno con 1,16. Le differenze riguardano anche l’età al parto. Basilicata, Sardegna e Lazio figurano tra i territori con la maternità più tardiva, mentre la Sicilia mantiene l’età media più bassa, pari a 31,8 anni.

Si tratta di divari che richiamano la necessità di politiche capaci di tenere conto delle caratteristiche economiche, sociali e demografiche dei singoli territori, oltre che della disponibilità dei servizi per le famiglie e per la salute materno-infantile.

Sempre meno figli anche tra le donne straniere

Nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,07 tra le italiane, rispetto all’1,11 dell’anno precedente. Tra le cittadine straniere il valore si attesta a 1,74, in diminuzione rispetto all’1,81 del 2024. Anche le nascite da genitori entrambi stranieri sono diminuite, raggiungendo quota 49.002, il 3,1% in meno rispetto all’anno precedente. Un andamento che conferma come il declino della natalità attraversi l’intera popolazione residente e non possa essere attribuito a un solo gruppo demografico.

Una sfida che riguarda anche il futuro della sanità

La denatalità non rappresenta soltanto una questione demografica ed economica. Nel lungo periodo, il progressivo cambiamento della struttura per età della popolazione è destinato a incidere anche sulla programmazione dei servizi sanitari. Da una parte, la diminuzione delle nascite richiede un’attenta valutazione della rete di assistenza alla gravidanza, al parto e al neonato, per garantire sicurezza, qualità e accessibilità delle cure anche nei territori meno popolati. Dall’altra, il crescente peso delle fasce di popolazione più anziane pone nuove esigenze in termini di prevenzione, assistenza territoriale e gestione delle patologie croniche.

La sfida consiste quindi nel programmare un sistema sanitario capace di rispondere contemporaneamente ai bisogni di una popolazione che invecchia e a quelli delle persone che desiderano diventare genitori.

Il nuovo rapporto Istat restituisce un messaggio chiaro: la crisi della natalità non può essere affrontata con interventi isolati. Occorre una strategia che integri politiche sociali, lavoro, servizi per l’infanzia e tutela della salute riproduttiva, rispettando la libertà delle scelte individuali. Perché sostenere la natalità significa, prima di tutto, creare le condizioni affinché avere un figlio possa essere una possibilità concreta e non una scelta ostacolata dalle circostanze economiche, sociali o dall’accesso alle cure.