Uno studio condotto su oltre 53 milioni di certificati di morte in 26 Paesi europei mostra un aumento della mortalità per morte improvvisa tra il 2010 e il 2020. L’Italia rappresenta un’eccezione positiva, registrando uno dei cali più significativi
La morte improvvisa continua a rappresentare una delle principali emergenze sanitarie in Europa. A lanciare l’allarme è una vasta ricerca epidemiologica condotta da un team internazionale coordinato da specialisti dell’Università e dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara, che ha analizzato oltre 53,5 milioni di certificati di morte raccolti nel database dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Regional Health – Europe, ha valutato l’andamento della mortalità per morte improvvisa in 26 Paesi europei tra il 2010 e il 2020, coinvolgendo una popolazione di circa 515 milioni di persone. I risultati mostrano un incremento complessivo del 31% della mortalità aggiustata per età, ma evidenziano anche importanti differenze tra le varie aree del continente, con l’Italia che emerge tra i Paesi più virtuosi.
Oltre 2,5 milioni di decessi in dieci anni
Secondo l’analisi, tra il 2010 e il 2020 la morte improvvisa ha provocato 2.583.559 decessi nei Paesi europei esaminati, rappresentando circa il 4,8% di tutta la mortalità registrata. In termini pratici significa che, mediamente, in Europa si verifica una morte improvvisa ogni 132 secondi, ovvero poco più di ogni due minuti. L’indicatore utilizzato dai ricercatori, il tasso di mortalità aggiustato per età, è passato da 3,75 a 4,97 decessi ogni 100.000 abitanti, confermando una crescita significativa del fenomeno nel corso del decennio.
Un andamento a due velocità: prima il calo, poi la risalita
L’evoluzione della mortalità non è stata uniforme nel tempo. Gli studiosi hanno osservato una fase iniziale caratterizzata da una riduzione dei decessi fino al 2013, seguita da una progressiva inversione di tendenza. Dopo un primo periodo di miglioramento, infatti, il numero delle morti improvvise ha ripreso a crescere in modo costante fino al 2020. Questo andamento suggerisce che i progressi ottenuti grazie alle strategie di prevenzione cardiovascolare potrebbero non essere stati sufficienti a contrastare l’impatto di altri fattori di rischio emergenti, come l’invecchiamento della popolazione, l’obesità e la diffusione di patologie croniche.
Le donne registrano l’incremento maggiore
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dalla ricerca riguarda le differenze di genere. Sebbene gli uomini continuino a presentare tassi assoluti di mortalità più elevati, l’aumento registrato nel decennio è risultato più marcato tra le donne. Gli autori sottolineano come questo dato possa essere legato anche a una minore identificazione precoce del rischio cardiovascolare femminile. Nelle donne, infatti, le malattie cardiache si manifestano spesso con sintomi meno tipici rispetto a quelli osservati negli uomini, rendendo più difficile una diagnosi tempestiva e un intervento precoce.
Il rischio cresce con l’età
L’età rappresenta uno dei principali fattori associati all’aumento della mortalità per morte improvvisa. Lo studio evidenzia che tra i giovani di età compresa tra 15 e 29 anni il trend è rimasto sostanzialmente stabile. La situazione cambia però nelle fasce più avanzate della popolazione. L’incremento più consistente è stato osservato tra le persone di età compresa tra 60 e 75 anni, mentre anche gli ultrasettantacinquenni mostrano una crescita significativa della mortalità. Un dato che riflette il progressivo invecchiamento della popolazione europea e il maggiore peso delle patologie cardiovascolari nelle età più avanzate.
Europa divisa: Est e Sud in difficoltà
L’analisi geografica mette in evidenza una marcata eterogeneità tra le diverse regioni europee. I maggiori incrementi della mortalità sono stati registrati nell’Europa Orientale e nell’Europa Meridionale, mentre l’Europa Occidentale ha mostrato una riduzione complessiva dei decessi. Secondo i ricercatori, queste differenze potrebbero essere spiegate dalla diversa diffusione dei principali fattori di rischio cardiovascolare. In alcune aree dell’Europa orientale, ad esempio, il consumo di tabacco resta particolarmente elevato e si osservano livelli più alti di obesità e sovrappeso rispetto ad altre regioni del continente. Elementi che contribuiscono ad aumentare il rischio di eventi cardiovascolari fatali.
L’Italia tra i Paesi più virtuosi
In un contesto generale di peggioramento, l’Italia rappresenta una delle eccezioni più significative. Il nostro Paese ha registrato una riduzione media annua del 6,2%, collocandosi tra le nazioni con il miglior andamento insieme ad Austria e Belgio. Il risultato suggerisce l’efficacia delle strategie di prevenzione cardiovascolare adottate negli ultimi anni, ma gli esperti invitano alla prudenza. L’Italia appartiene infatti all’area dell’Europa meridionale, che nel complesso mostra una tendenza negativa. Per questo motivo resta fondamentale continuare a investire nella prevenzione, nel controllo dei fattori di rischio e nella diffusione della cultura dell’emergenza cardiovascolare.
Defibrillatori e rianimazione: la prevenzione che salva vite
Lo studio richiama l’attenzione sull’importanza della defibrillazione precoce e della formazione dei cittadini alle manovre di rianimazione cardiopolmonare. Molti casi di morte improvvisa potrebbero essere evitati grazie a un intervento rapido nei primi minuti dall’arresto cardiaco. Tuttavia, numerose ricerche hanno evidenziato che le donne ricevono ancora meno frequentemente manovre rianimatorie da parte dei testimoni presenti sul luogo dell’evento, un aspetto che potrebbe contribuire alle differenze osservate nei dati di mortalità.
Le priorità per ridurre la mortalità nei prossimi anni
Secondo gli autori della ricerca, contrastare la crescita delle morti improvvise richiederà un approccio multidisciplinare e coordinato a livello europeo. Tra le priorità individuate figurano il rafforzamento della sorveglianza epidemiologica, il potenziamento della prevenzione primaria, una maggiore attenzione alle specificità cliniche femminili, il miglioramento dei sistemi territoriali di emergenza e una più ampia diffusione dei defibrillatori automatici. Sarà inoltre necessario approfondire le cause delle differenze regionali osservate, per comprendere quali strategie risultino realmente efficaci nel ridurre il rischio di morte improvvisa. La ricerca evidenzia, infine, come la morte improvvisa non sia esclusivamente di origine cardiaca. Oltre un terzo dei casi può infatti essere associato a cause neurologiche, polmonari o tossicologiche, rendendo ancora più importante il miglioramento delle procedure diagnostiche e l’incremento del numero di autopsie, che oggi rimane molto limitato nella maggior parte dei Paesi europei.
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