La pratica quotidiana, associata a sessioni settimanali, è stata collegata a riduzioni della pressione sanguigna e dei marcatori infiammatori in adulti ad alto rischio cardiovascolare.
Uno studio coordinato da Rosalba (Rose) Hernandez, professoressa di servizio sociale all’University of Illinois Urbana-Champaign, suggerisce che alcune pratiche di psicologia positiva, tra cui mindfulness, gratitudine e allenamento all’ottimismo, possono produrre miglioramenti misurabili nella salute cardiovascolare già nell’arco di otto-dodici settimane. Il team ha esaminato i risultati di 18 studi clinici randomizzati e controllati, concentrandosi su interventi progettati per migliorare la salute mentale o fisica. I programmi analizzati erano molto diversi per modalità di somministrazione: comprendevano sessioni telefoniche, diari della gratitudine, applicazioni digitali, messaggi di testo, incontri di gruppo in presenza e percorsi ibridi.
Nella maggior parte dei casi erano previste sessioni settimanali accompagnate da attività quotidiane da svolgere a casa e la durata era compresa tra sei e dodici settimane. I partecipanti erano generalmente adulti tra i 50 e i 65 anni già esposti a un elevato rischio cardiovascolare, per esempio a causa di ipertensione non controllata, insufficienza cardiaca o altre patologie. I risultati indicano benefici sulla pressione, sull’infiammazione e su alcuni comportamenti legati alla salute.
Pressione più bassa e marcatori dell’infiammazione ridotti
Gli effetti più interessanti sono emersi proprio nei programmi basati sulla mindfulness. Nei gruppi composti da pazienti con ipertensione e sindrome coronarica acuta, i percorsi della durata di otto settimane hanno determinato una riduzione della pressione arteriosa sistolica, accompagnata da un calo di alcuni marcatori dell’infiammazione, tra cui la proteina C-reattiva ad alta sensibilità e il fibrinogeno. Secondo Hernandez, i risultati suggeriscono quindi che intervenire sul benessere psicologico può avere ripercussioni anche su parametri fisiologici direttamente collegati alla salute cardiovascolare.
Uno degli interventi più efficaci era invece un programma digitale di 12 settimane basato sulla spiritualità. Al termine del percorso, la pressione sistolica misurata con uno sfigmomanometro standard era diminuita di 7,6 punti, mentre quella sistolica centrale, rilevata nell’aorta all’uscita dal cuore, aveva registrato una riduzione di 4,1 punti. Non tutti gli interventi, tuttavia, agivano nello stesso modo. Le modalità di erogazione comprendevano strumenti molto differenti, dalle telefonate strutturate alle app, fino agli incontri di gruppo e alle sessioni virtuali.
Un elemento comune era la presenza di esercizi da svolgere autonomamente tra una sessione e l’altra. La maggior parte dei programmi prevedeva infatti una combinazione tra incontri settimanali e pratica a casa. Per i ricercatori, questo aspetto è importante perché la mindfulness e le altre tecniche di psicologia positiva non sembrano funzionare soltanto come interventi occasionali: la loro efficacia appare maggiormente legata alla continuità della pratica e al contatto regolare con il programma.
La frequenza della pratica sembra essere decisiva
Una delle domande principali alla base della revisione era proprio quale fosse la quantità di pratica necessaria per ottenere benefici cardiovascolari. Le ricerche precedenti sulla psicologia positiva avevano infatti mostrato associazioni tra benessere psicologico e salute cardiovascolare, senza però definire con chiarezza quanto spesso e per quanto tempo le persone dovessero praticare queste tecniche. L’analisi condotta dal gruppo di Hernandez ha fornito un’indicazione più precisa: gli interventi caratterizzati da un contatto più frequente con i partecipanti tendevano a produrre i risultati fisiologici più consistenti.
La combinazione che emerge con maggiore chiarezza è quella di pratica quotidiana e sessioni settimanali di rinforzo, mantenute per un periodo compreso tra otto e dodici settimane. La pratica quotidiana permette di consolidare le abilità apprese, mentre gli incontri regolari possono aiutare a mantenere la motivazione e correggere eventuali difficoltà. Per Hernandez, una frequenza elevata può essere necessaria per ottenere benefici fisiologici nel breve periodo, mentre un contatto successivo, meno intensivo, potrebbe servire a mantenere nel tempo i cambiamenti comportamentali. Proprio i comportamenti sembrano rappresentare uno dei meccanismi attraverso cui questi programmi possono influenzare il cuore. Il cambiamento più evidente è stato osservato in un intervento di otto settimane realizzato attraverso WhatsApp, nel quale sessioni settimanali erano affiancate da piccoli compiti quotidiani. I partecipanti venivano incoraggiati a svolgere più attività fisica, migliorare l’alimentazione e assumere regolarmente i farmaci prescritti.
Un altro programma, basato anche sul colloquio motivazionale, ha portato i pazienti cardiopatici a compiere in media 1.800 passi in più al giorno, migliorando contemporaneamente l’aderenza alla terapia farmacologica. I percorsi di mindfulness hanno invece favorito l’attività fisica e l’alimentazione, senza produrre lo stesso effetto sull’assunzione regolare dei farmaci. Il dato è importante perché mostra che non tutti gli interventi di psicologia positiva hanno necessariamente gli stessi effetti e che i diversi programmi possono agire su comportamenti differenti.
Benessere psicologico e cuore, un legame sempre più studiato
Lo studio, pubblicato su Cardiology Clinics, si inserisce in un filone di ricerca sempre più ampio che considera la salute mentale e quella cardiovascolare come dimensioni strettamente collegate. Tra i coautori figurano Soonhyung Kwon dell’University of South Florida, Alyssa M. Vela della Northwestern University Feinberg School of Medicine e Katharine S. Edwards della Stanford Medicine. Secondo gli autori, i risultati rafforzano l’importanza di prestare attenzione anche agli aspetti mentali e comportamentali nella prevenzione delle malattie cardiovascolari.
L’obiettivo non è sostituire le terapie cardiovascolari consolidate con la mindfulness o con altre pratiche di psicologia positiva. Piuttosto, i risultati indicano la possibilità di integrare questi strumenti nei percorsi di prevenzione e trattamento, affiancandoli alle cure già previste. Gli autori sottolineano infatti la necessità di uno screening più sistematico degli aspetti psicologici e di una maggiore integrazione della medicina comportamentale nella cura cardiologica.
Il lavoro si inserisce inoltre nelle precedenti ricerche di Hernandez. Uno studio pubblicato su Health Behavior and Policy Review aveva già evidenziato un’associazione tra livelli più elevati di ottimismo e una migliore salute cardiovascolare. Anche esperienze e caratteristiche psicologiche come affettività positiva e gratitudine sono state progressivamente associate a una maggiore protezione del cuore.
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