Uno studio internazionale sul Programma Telethon per le malattie non diagnosticate dimostra che quasi un bambino su due riceve finalmente una diagnosi genetica dopo anni di incertezza
Otto anni. È questo il tempo che molte famiglie trascorrono inseguendo una diagnosi per il proprio figlio affetto da una malattia genetica rara e ancora senza nome. Un percorso fatto di esami ripetuti, risposte parziali e incertezza clinica. Oggi, però, quel tempo può cambiare direzione. A dimostrarlo è un nuovo studio internazionale pubblicato su Genetics in Medicine Open che analizza i risultati del Programma per le malattie non diagnosticate della Fondazione Telethon, coordinato dall’Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem) di Pozzuoli e attivo in una rete di 22 centri clinici italiani. Nel periodo compreso tra il 2016 e il 2023 sono stati valutati 1.338 casi pediatrici complessi, con 1.019 bambini analizzati tramite sequenziamento dell’esoma in trio. Il risultato è significativo: una diagnosi genetica definitiva è stata raggiunta nel 48,8% dei casi, praticamente un bambino su due. Un dato che non rappresenta solo un avanzamento tecnico, ma un cambiamento sostanziale nella storia clinica e personale delle famiglie coinvolte.
L’odissea diagnostica si accorcia
Lo studio conferma la dimensione del ritardo diagnostico: prima dell’ingresso nel programma Telethon, i bambini avevano già attraversato in media otto anni di percorso clinico senza una risposta definitiva. Con il nuovo modello, il tempo per arrivare a una diagnosi si riduce a circa 12-18 mesi, grazie a un approccio strutturato che integra competenze cliniche, genetiche e bioinformatiche e una rivalutazione continua dei dati. Un elemento centrale del programma è infatti la rianalisi periodica dei casi inizialmente irrisolti, che da sola ha permesso di aumentare la resa diagnostica di circa +17%, trasformando nel tempo casi “negativi” in diagnosi definitive.
Un modello basato su genetica avanzata e rete clinica
Il cuore del programma è il sequenziamento dell’esoma in trio, che analizza simultaneamente il DNA del bambino e dei genitori. Questo consente di identificare con precisione le varianti genetiche responsabili della malattia, distinguendo mutazioni ereditarie e mutazioni “de novo”, cioè insorte per la prima volta nel paziente. Lo studio evidenzia infatti che circa il 70% delle varianti patogene individuate è de novo, un dato coerente con l’aumento dell’età genitoriale nelle popolazioni occidentali. Le malattie analizzate sono altamente complesse: oltre 330 geni coinvolti, con una prevalenza di condizioni multisistemiche severe, spesso neurologiche o caratterizzate da anomalie congenite.
Diagnosi che cambiano la storia clinica
Il programma non si limita alla diagnosi. In molti casi consente anche una nuova lettura della malattia, con implicazioni dirette su prognosi, consulenza genetica e percorsi terapeutici. Per le famiglie, la diagnosi significa soprattutto una cosa: dare finalmente un nome alla malattia. Un passaggio che, come sottolineano gli autori, consente anche di entrare in reti internazionali di pazienti e associazioni, rompendo l’isolamento che accompagna spesso le malattie rare.
Un modello esportabile
Uno degli elementi più rilevanti dello studio è la sua valenza di sanità pubblica. Il modello Telethon viene descritto come scalabile ed efficiente, in grado di ridurre i tempi diagnostici e migliorare l’appropriatezza clinica, con potenziali ricadute sull’organizzazione dei sistemi sanitari. Non solo tecnologia, quindi, ma una nuova architettura di presa in carico: rete multicentrica, condivisione dei dati, aggiornamento continuo delle conoscenze genetiche e collaborazione tra clinici e ricercatori.
Una diagnosi che arriva anche dopo anni
Il dato forse più significativo è proprio questo: la diagnosi non è un punto fisso, ma un processo dinamico. Anche i casi inizialmente senza risposta possono diventarlo nel tempo, grazie all’evoluzione delle conoscenze scientifiche. In questa prospettiva, la malattia rara non è più solo una condizione “senza nome”, ma una diagnosi potenziale in attesa di essere decodificata. Un cambio di paradigma che, per molte famiglie, significa non solo una risposta clinica, ma la fine di un’attesa lunga anni.
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