Salute 13 Gennaio 2026 12:22

Malattie rare: dall’Italia una possibile svolta terapeutica per forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia

Pubblicato su Brain il più ampio studio mondiale sulla patologia: biomarcatori e infiammazione aprono a un trattamento mirato per i pazienti più gravi, finora privi di cure specifiche.

di Arnaldo Iodice
Malattie rare: dall’Italia una possibile svolta terapeutica per forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia

Una possibile svolta arriva dalla ricerca italiana per le forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia, rara distrofia muscolare genetica a esordio infantile e rapida progressione. Lo studio, il più ampio mai condotto su questa patologia, suggerisce che una terapia già utilizzata nella distrofia muscolare di Duchenne potrebbe rallentare la progressione della malattia e migliorare la qualità della vita dei pazienti, fino ad oggi privi di cure mirate.

Come spiegano i ricercatori, si tratta di una patologia che compromette l’autonomia motoria e può coinvolgere anche la muscolatura respiratoria, incidendo pesantemente sulla speranza di vita. In questo contesto, l’individuazione di biomarcatori capaci di distinguere le forme gravi da quelle lievi rappresenta un passaggio chiave per orientare trattamenti più efficaci e personalizzati.

Lo studio multicentrico e il ruolo dell’infiammazione

La ricerca, pubblicata sulla rivista Brain, è stata coordinata dall’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova e dall’IRCCS Istituto Giannina Gaslini, e ha coinvolto 11 centri tra Italia, Francia e Germania e analizzato i dati di 16 pazienti.

Al centro dello studio c’è il ruolo dell’infiammazione nella progressione della malattia. Claudio Bruno, responsabile clinico del progetto, chiarisce che “l’alfa-sarcoglicanopatia è una distrofia muscolare rara, a trasmissione genetica recessiva, che appartiene a un gruppo molto eterogeneo di distrofie muscolari che coinvolgono i muscoli dei cingoli pelvico e scapolare”. Bruno spiega inoltre che questa patologia è causata dal difetto di una proteina fondamentale per la stabilità della membrana muscolare e che “quando questa proteina viene a mancare, la membrana diventa fragile e basta poco per romperla e attivare il sistema immunitario, scatenando l’infiammazione”.

Le differenze tra forme gravi e lievi della malattia

Secondo Lizzia Raffaghello, coordinatrice della ricerca, questo lavoro colma una lacuna importante nello studio delle sarcoglicanopatie. “Questo studio rappresenta la prima caratterizzazione dal punto di vista molecolare di quelli che sono i processi infiammatori dell’alfa-sarcoglicanopatia”, sottolinea. Raffaghello riferisce che le analisi genomiche hanno mostrato una netta differenza tra forme gravi e lievi: “Nei casi gravi c’è una maggiore attivazione di geni associati a processi infiammatori e, nello specifico, una maggiore presenza di linfociti e monociti pro-infiammatori legati alla quasi assenza di alfa-sarcoglicano”. In modo sorprendente, aggiunge Raffaghello, i pazienti con forma lieve presentano una firma genetica simile a quella di soggetti sani, mentre le forme gravi mostrano analogie con la distrofia muscolare di Duchenne, fatto che apre alla possibilità di utilizzare terapie antiinfiammatorie già note.

Verso un possibile trattamento farmacologico

Ad oggi l’alfa-sarcoglicanopatia non dispone di un protocollo terapeutico specifico e gli interventi disponibili sono prevalentemente riabilitativi. Bruno ricorda che “è una distrofia su cui sono stati svolti pochi studi e che ad oggi non ha un protocollo terapeutico specifico”, mentre i tentativi di terapia genica non hanno ancora fornito dati completi su efficacia e sicurezza. Proprio per questo, il valore dello studio risiede nell’aver individuato una possibile strada farmacologica.

Raffaghello conclude sottolineando l’importanza del lavoro di squadra e ribadisce: “Il nostro lavoro rappresenta dunque il primo passo per un possibile trattamento farmacologico dell’alfa-sarcoglicanopatia, che potrebbe rallentare la progressione di malattia dei pazienti, molto spesso bambini”, aprendo la strada a future applicazioni cliniche e a nuove speranze per le famiglie coinvolte.

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