Uno studio pubblicato su JAMA Network Open, condotto su quasi 6 milioni di persone in Danimarca tra il 1988 e il 2023, rileva una riduzione degli eventi cardiovascolari in tutte le fasce di reddito
La salute cardiovascolare migliora, ma non per tutti allo stesso modo. Anche quando l’incidenza di infarti, ictus e insufficienza cardiaca diminuisce nella popolazione generale, le condizioni economiche continuano a segnare una differenza significativa nel rischio di ammalarsi. È quanto emerge da uno studio pubblicato il 15 ottobre su JAMA Network Open, che ha analizzato l’andamento dei principali eventi cardiovascolari avversi in Danimarca nell’arco di 35 anni, dal 1988 al 2023. La ricerca ha coinvolto complessivamente 5.932.672 persone di almeno 30 anni, utilizzando i registri nazionali per confrontare l’incidenza degli eventi cardiovascolari nei diversi gruppi di reddito. Il risultato è duplice: da una parte, i tassi sono diminuiti in tutte le fasce socioeconomiche; dall’altra, il divario tra chi dispone di maggiori risorse economiche e chi ha redditi più bassi è rimasto sostanzialmente stabile.
I ricercatori hanno considerato quattro principali eventi cardiovascolari: infarto miocardico acuto, angina instabile, ictus e insufficienza cardiaca. Per confrontare periodi diversi, caratterizzati anche da una popolazione progressivamente più anziana, i tassi di incidenza sono stati standardizzati per età. Negli uomini appartenenti al quartile di reddito più basso, il tasso è passato da 191,1 a 119,6 eventi ogni 10mila anni-persona tra il 1988 e il 2023. Nella fascia di reddito più alta, la diminuzione è stata da 153,5 a 85,9. Anche tra le donne si osserva una riduzione, ma con differenze persistenti tra i gruppi economici. Nel quartile più basso, il tasso è sceso da 116 a 70,4 eventi ogni 10mila anni-persona; in quello più alto, da 89,5 a 53,1. I dati mostrano quindi un miglioramento complessivo, senza un sostanziale superamento delle disuguaglianze. Le persone economicamente più svantaggiate hanno continuato a presentare un’incidenza più elevata di eventi cardiovascolari durante tutto il periodo esaminato.
Un altro elemento rilevante riguarda la maggiore presenza di patologie concomitanti tra le persone con redditi più bassi. Nel 2023, nel quartile economicamente più svantaggiato, il 5,6% delle persone presentava una diagnosi di diabete, il 3,5% di broncopneumopatia cronica ostruttiva e il 27,5% di malattie cardiovascolari. Nel gruppo con i redditi più elevati, le percentuali erano rispettivamente dell’1,6%, dello 0,4% e del 13,5%. Queste differenze contribuiscono a delineare un quadro nel quale le condizioni economiche si intrecciano con lo stato di salute. Il reddito, infatti, non esaurisce tutti i fattori che determinano il rischio cardiovascolare, ma rappresenta un indicatore delle risorse materiali disponibili e delle condizioni di vita. Gli autori sottolineano che l’associazione tra svantaggio socioeconomico e malattie cardiovascolari può dipendere da una combinazione di elementi: comportamenti individuali, alfabetizzazione sanitaria, accessibilità dei servizi, condizioni ambientali e fattori biologici e psicosociali. Lo studio, tuttavia, non permette di stabilire un rapporto di causa-effetto tra reddito e rischio cardiovascolare. Non è possibile, per esempio, determinare se una condizione economica svantaggiata preceda l’insorgenza delle altre patologie o se siano gli stessi problemi di salute a incidere sulle risorse finanziarie disponibili.
L’analisi evidenzia che la diminuzione degli eventi cardiovascolari ha interessato sia gli uomini sia le donne e tutte le fasce di reddito. Anche considerando un esito composito che comprende gli eventi cardiovascolari e la mortalità per tutte le cause, i tassi risultano in calo, pur rimanendo più elevati tra le persone economicamente svantaggiate. Il dato centrale, dunque, non è soltanto la riduzione del rischio cardiovascolare nel corso dei decenni, ma la persistenza delle differenze tra gruppi sociali. I progressi della prevenzione e delle cure hanno prodotto benefici nella popolazione, senza però cancellare il peso delle disuguaglianze economiche sugli esiti di salute. La ricerca è stata condotta in Danimarca, un contesto caratterizzato da registri sanitari nazionali che consentono di seguire nel tempo un’ampia parte della popolazione. Saranno necessari ulteriori studi per capire se le stesse dinamiche si osservino anche in altri Paesi, soprattutto dove le disuguaglianze di reddito sono più marcate o l’accesso ai servizi sanitari è meno uniforme.
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