Uno studio su oltre 17.000 sopravvissuti mostra che l’esercizio fisico, anche iniziato dopo la diagnosi, è associato a una riduzione significativa del rischio di morte per diversi tipi di tumore.
Una nuova ricerca pubblicata su JAMA Network Open mette in evidenza che muoversi può fare la differenza anche dopo una diagnosi oncologica. Lo studio mostra che l’attività fisica è associata a una maggiore sopravvivenza nei pazienti colpiti da diversi tumori, tra cui quelli alla vescica, ai reni e ai polmoni. Non si tratta solo di prevenzione: l’esercizio sembra influire in modo concreto sulle probabilità di vivere più a lungo anche dopo la malattia.
Il lavoro ha un peso rilevante perché si basa sull’analisi combinata di sei grandi studi longitudinali che hanno coinvolto oltre 17.000 sopravvissuti a sette tipi di tumore: vescica, endometrio, rene, polmone, cavo orale, ovaio e retto. I ricercatori hanno valutato i livelli di attività fisica prima della diagnosi e circa 2,8 anni dopo, correggendo i dati per fattori come età, sesso, fumo e stadio del cancro. I partecipanti sono stati poi seguiti per una media di 11 anni per verificare la relazione tra movimento e rischio di morte per malattia.
I numeri: meno rischio di morte, anche per chi inizia dopo la diagnosi
L’attività fisica è risultata associata a una riduzione significativa della mortalità per diversi tumori. Nei pazienti con tumore del cavo orale il rischio di morte si è ridotto del 61%, mentre in quelli con tumore ai polmoni la riduzione è stata del 44%. Benefici importanti sono emersi anche per le donne con tumore dell’endometrio (–38%) e per i pazienti con tumore della vescica (–33%).
Ma l’aspetto più incoraggiante riguarda chi partiva da una condizione di inattività. Le persone con tumore al polmone e al retto che non erano fisicamente attive prima della diagnosi, ma hanno iniziato a fare esercizio in modo regolare dopo aver scoperto la malattia, hanno registrato una diminuzione significativa del rischio di morte: – 42% per il tumore al polmone e – 49% per quello del retto. Questo significa che non è “troppo tardi” per iniziare.
Un altro dato importante è che, per alcuni tumori (come vescica, endometrio e polmone) non era necessario raggiungere i 150 minuti settimanali raccomandati dalle linee guida generali per ottenere benefici. Anche livelli inferiori di attività si sono dimostrati migliori rispetto alla completa sedentarietà. In altre parole: fare qualcosa è molto meglio che non fare nulla.
Per alcune categorie di pazienti, poi, aumentare ulteriormente il livello di attività ha portato vantaggi ancora maggiori. Raddoppiare o triplicare le raccomandazioni standard è stato associato a una riduzione significativa del rischio di morte nei tumori del cavo orale e del retto. Non si parla quindi solo di “mantenimento”, ma di un possibile effetto dose-risposta: più movimento, più protezione, entro limiti compatibili con la condizione clinica individuale.
Muoversi è parte della cura
Il messaggio che emerge è che l’attività fisica dovrebbe essere considerata parte integrante del percorso di cura e di follow-up oncologico. I ricercatori sottolineano l’importanza che medici e operatori sanitari promuovano il movimento come strumento per migliorare la longevità e la salute generale nelle persone che convivono con il cancro e oltre.
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