Sette anni di osservazione rivelano che chi si sente solo ha performance mnemoniche peggiori all’inizio, senza però un declino più rapido rispetto agli altri.
La solitudine può influenzare la memoria già nelle fasi iniziali dell’invecchiamento, ma non sembra accelerare il declino cognitivo nel tempo. È quanto emerge da un ampio studio europeo pubblicato sulla rivista scientifica Aging & Mental Health, basato sui dati dell’indagine SHARE (Survey of Health, Aging and Retirement in Europe).
La ricerca ha seguito per sette anni 10.217 persone tra i 65 e i 94 anni provenienti da dodici paesi europei, analizzando il rapporto tra percezione della solitudine e cambiamenti nelle capacità mnemoniche. I partecipanti che dichiaravano livelli elevati di solitudine mostravano fin dall’inizio risultati peggiori nei test di memoria rispetto a chi si sentiva meno solo. Tuttavia, nel corso del monitoraggio, il ritmo di peggioramento della memoria è risultato simile tra tutti i gruppi. L’obiettivo principale dello studio era valutare se la solitudine potesse influenzare la traiettoria del declino cognitivo, in particolare attraverso prove di richiamo immediato e differito di parole.
I risultati suggeriscono che la solitudine agisca più come fattore associato a una prestazione iniziale più fragile, piuttosto che come acceleratore della perdita cognitiva. Il coordinatore della ricerca, il dottor Luis Carlos Venegas-Sanabria, ha definito sorprendente la scoperta, sottolineando che l’impatto della solitudine appare concentrato soprattutto nelle fasi precoci della memoria.
Come è stato condotto lo studio europeo
L’analisi ha utilizzato i dati raccolti tra il 2012 e il 2019 all’interno dello studio longitudinale SHARE, avviato nel 2002 per monitorare salute e condizioni sociali degli europei over 50. Sono stati esclusi i soggetti con diagnosi di demenza o con gravi limitazioni nelle attività quotidiane. La memoria è stata valutata chiedendo ai partecipanti di ricordare, immediatamente e dopo un intervallo di tempo, una lista di dieci parole lette ad alta voce. La solitudine è stata invece misurata attraverso tre domande relative alla mancanza di compagnia, al senso di esclusione e alla percezione di isolamento sociale. I ricercatori hanno inoltre considerato variabili come attività fisica, partecipazione sociale, depressione e patologie croniche per controllare possibili fattori di confondimento.
I risultati: differenze iniziali ma traiettorie simili
I dati mostrano che la maggioranza dei partecipanti, circa il 92%, riportava livelli di solitudine bassi o moderati all’inizio della ricerca, mentre l’8% presentava livelli elevati. Questo gruppo risultava mediamente più anziano, composto prevalentemente da donne e caratterizzato da condizioni di salute percepite come peggiori, con maggiore incidenza di depressione, ipertensione e diabete. Dal punto di vista geografico, i livelli più alti di solitudine sono stati registrati nei paesi dell’Europa meridionale, seguiti dall’Europa orientale, settentrionale e centrale. Le persone più sole ottenevano punteggi inferiori sia nel richiamo immediato sia in quello differito già alla prima valutazione. Tuttavia, nel periodo di sette anni, il declino della memoria ha seguito una traiettoria quasi identica a quella osservata nei partecipanti meno soli. Il peggioramento più evidente è stato registrato tra il terzo e il settimo anno di osservazione, ma senza differenze significative tra i gruppi.
Questo risultato contribuisce a chiarire un dibattito scientifico ancora aperto: la solitudine rappresenta un fattore associato a una performance cognitiva iniziale più bassa, ma non necessariamente un elemento capace di accelerare l’insorgenza della demenza.
Implicazioni per la salute pubblica e l’invecchiamento
Gli autori suggeriscono che lo screening della solitudine possa essere integrato nei controlli periodici dedicati agli anziani, come indicatore utile per valutare il benessere cognitivo complessivo. La solitudine rimane infatti un importante problema di salute pubblica per i suoi effetti su longevità, salute mentale e qualità della vita. Considerarla precocemente potrebbe aiutare gli operatori sanitari a sviluppare strategie preventive mirate e favorire un invecchiamento più sano, intervenendo prima che le difficoltà cognitive diventino clinicamente rilevanti.
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