Uno studio pubblicato sul Journal of Neurology Neurosurgery & Psychiatry mostra che una maggiore aderenza alla dieta MIND, evoluzione della dieta mediterranea, è associata a un rallentamento dell’atrofia cerebrale
Non solo cuore e metabolismo: la dieta mediterranea, nella sua declinazione MIND (Mediterranean-DASH Intervention for Neurodegenerative Delay), potrebbe avere un ruolo concreto anche nel rallentare l’invecchiamento del cervello. A suggerirlo è uno studio pubblicato sul Journal of Neurology Neurosurgery & Psychiatry, che mette in relazione le abitudini alimentari con i cambiamenti strutturali cerebrali osservati nel tempo. In particolare, i ricercatori evidenziano come una maggiore aderenza a questo modello alimentare sia associata a una minore perdita di tessuto cerebrale, soprattutto della materia grigia, fondamentale per memoria, apprendimento e capacità decisionali. Parallelamente, si osserva un minore aumento del volume dei ventricoli, segnale indiretto di atrofia cerebrale.
Lo studio: oltre 1600 persone seguite per più di 12 anni
L’analisi ha coinvolto 1.647 adulti di mezza età e anziani appartenenti alla coorte Offspring del Framingham Heart Study. I partecipanti, con un’età media di circa 60 anni all’inizio dello studio, sono stati seguiti per un periodo mediano di 12,3 anni. Nel corso del follow-up, tutti si sono sottoposti a risonanze magnetiche cerebrali ripetute e hanno compilato questionari dettagliati sulle abitudini alimentari. Questo ha permesso di calcolare il punteggio di aderenza alla dieta MIND e di correlare tali dati con le modifiche strutturali del cervello nel tempo. Come prevedibile, con l’avanzare dell’età si è osservata una riduzione del volume cerebrale totale, della sostanza grigia e dell’ippocampo, insieme a un aumento dei ventricoli e del liquido cerebrospinale. Tuttavia, queste variazioni sono risultate significativamente più lente nei soggetti con maggiore aderenza alla dieta.
Materia grigia e ventricoli: cosa cambia davvero
Entrando nel dettaglio, ogni incremento di tre punti nel punteggio della dieta MIND è stato associato a una riduzione più lenta del volume della materia grigia pari a 0,279 cm³ all’anno. Un dato che si traduce in un’attenuazione del 20% del declino legato all’età, equivalente a circa 2,5 anni di invecchiamento cerebrale “risparmiati”. Allo stesso modo, un punteggio più elevato è risultato associato a un aumento più lento del volume dei ventricoli laterali (-0,071 cm³/anno), indicatore di una minore perdita di tessuto cerebrale. In termini pratici, questo equivale a un ritardo di circa un anno nell’invecchiamento del cervello.
Cosa mangiare (e cosa limitare)
La dieta MIND combina elementi della dieta mediterranea e della dieta DASH e si basa su un consumo regolare di alimenti specifici: verdure a foglia verde, altri ortaggi, frutti di bosco, frutta secca, cereali integrali, pesce, legumi, olio d’oliva e pollame, con un consumo moderato di vino. Parallelamente, raccomanda di limitare burro e margarina, formaggi, carne rossa, dolci e cibi fritti tipici dei fast food. Tra i componenti più associati agli effetti benefici emergono i frutti di bosco e il pollame, legati a un rallentamento dell’espansione ventricolare e della perdita di materia grigia. Al contrario, un consumo elevato di dolci e cibi fritti è associato a un’accelerazione dei processi di atrofia, in particolare a livello dell’ippocampo.
Non solo dieta: il ruolo dello stile di vita
Un aspetto interessante emerso dallo studio è che i benefici risultano più evidenti nelle persone più anziane e in quelle con uno stile di vita complessivamente sano. In particolare, gli effetti positivi della dieta sono risultati più marcati nei soggetti fisicamente attivi e non in sovrappeso, suggerendo un effetto sinergico tra alimentazione e altri fattori comportamentali. Si tratta di uno studio osservazionale e, come tale, non consente di stabilire un rapporto di causa-effetto. Tuttavia, i risultati sono coerenti e rafforzano l’ipotesi che la dieta MIND possa rappresentare una strategia efficace per sostenere la salute cerebrale. In altre parole, ciò che portiamo a tavola potrebbe contribuire, nel tempo, a rallentare i processi di neurodegenerazione, aprendo nuove prospettive nella prevenzione di patologie come Alzheimer e Parkinson.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato