Uno studio su quasi 90 milioni di ricoveri in 20 Stati americani mostra che, a parità di concentrazione, il PM2,5 prodotto dagli incendi è associato a un rischio maggiore rispetto a quello proveniente da altre fonti
Non è soltanto ciò che brucia a rappresentare un problema. È anche ciò che rimane nell’aria e che può essere trasportato lontano dalle fiamme. Il fumo degli incendi boschivi contiene infatti elevate quantità di particolato fine, capace di penetrare nell’apparato respiratorio e, in parte, di raggiungere il circolo sanguigno. E proprio questo inquinante sembra avere un impatto particolarmente rilevante sulla salute cardiopolmonare. A documentarlo è uno studio pubblicato su Nature Communications, che ha analizzato i dati relativi a 57.264.966 ricoveri per malattie cardiovascolari e 32.691.394 per patologie polmonari, registrati in 20 Stati degli Stati Uniti tra il 2006 e il 2019. I ricercatori hanno collegato le informazioni sui ricoveri con modelli in grado di stimare l’esposizione al PM2,5 prodotto dagli incendi e a quello proveniente da altre fonti.
Il cuore dello studio è proprio il confronto tra le due tipologie di particolato. Per ogni aumento di 1 µg/m³ dell’esposizione media su due anni, il PM2,5 specifico degli incendi è risultato associato a un incremento del rischio di ospedalizzazione per tutte le principali malattie cardiopolmonari analizzate. L’aumento del rischio andava dal 10% per l’insufficienza cardiaca al 16% per l’asma. In particolare, l’associazione raggiungeva il 13,1% per le malattie cerebrovascolari, il 12,9% per la cardiopatia ischemica, il 12,2% per l’ipertensione e l’11,7% per le aritmie. Per le patologie respiratorie, l’associazione più marcata riguardava l’asma. Anche il PM2,5 proveniente da fonti diverse dagli incendi era associato a un aumento del rischio, ma più contenuto per lo stesso incremento di concentrazione: dal 4,7% per la BPCO all’8,5% per l’ipertensione. È proprio questo il dato che ha attirato l’attenzione dei ricercatori. “Il fumo degli incendi boschivi può colpire sia i polmoni sia il sistema cardiovascolare”, ha spiegato Min Zhang, primo autore dello studio, sottolineando che gli effetti possono risultare più marcati rispetto a quantità simili di inquinamento proveniente da traffico, industria e altre fonti. Ma la formulazione va letta con attenzione. Non significa che il fumo degli incendi sia oggi la principale fonte di PM2,5 a cui siamo esposti, né che una giornata caratterizzata dal fumo di un incendio sia automaticamente più pericolosa di qualsiasi altra esposizione all’inquinamento. Nel periodo considerato, infatti, la concentrazione media annuale di PM2,5 non derivante dagli incendi era di 7,78 µg/m³, contro appena 0,29 µg/m³ per quello specifico degli incendi. Il PM2,5 proveniente da altre fonti aveva quindi concentrazioni circa 20-27 volte superiori. Il risultato indica piuttosto che, a parità di incremento della concentrazione, il particolato associato agli incendi è risultato collegato a un rischio maggiore di ricovero.
Il quadro emerso dalla ricerca è ampio. Il PM2,5 degli incendi è risultato associato a un aumento del rischio di ospedalizzazione per cardiopatia ischemica, malattie cerebrovascolari, insufficienza cardiaca, aritmie, ipertensione e altre malattie cardiovascolari. Sul versante respiratorio, le associazioni riguardavano infezioni respiratorie acute, polmonite, BPCO, asma e altre patologie respiratorie. Non si tratta quindi di un effetto limitato ai polmoni. Il fumo degli incendi sembra coinvolgere anche il sistema cardiovascolare, confermando quanto già suggerito da studi tossicologici e da precedenti ricerche epidemiologiche. Una possibile spiegazione è nella composizione del particolato. Il PM2,5 prodotto dagli incendi contiene quantità maggiori di particelle submicrometriche, materiale carbonioso e composti organici polari rispetto al PM2,5 proveniente da altre fonti. Alcune di queste componenti possono favorire stress ossidativo e processi infiammatori.
C’è poi un elemento che sposta ulteriormente l’attenzione dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione. Lo studio ha valutato l’esposizione media su due anni e, nelle analisi effettuate con finestre temporali più lunghe, di tre e quattro anni, l’associazione tra PM2,5 degli incendi e ricoveri cardiopolmonari tendeva a rafforzarsi con l’aumentare della durata dell’esposizione. Gli autori suggeriscono quindi che gli effetti sanitari degli incendi possano essere più persistenti di quanto farebbe pensare la durata dell’evento stesso. È un aspetto particolarmente rilevante in un contesto nel quale gli incendi boschivi stanno aumentando in frequenza, dimensioni e intensità. Il fumo, inoltre, può essere trasportato per centinaia di chilometri, raggiungendo persone che non si trovano nelle immediate vicinanze dell’area colpita.
Non tutte le persone sembrano essere esposte allo stesso rischio. Le associazioni tra PM2,5 e ospedalizzazione cardiopolmonare risultavano più forti tra le minoranze etniche, tra chi viveva nelle aree metropolitane, nelle comunità con minori livelli di istruzione e nei territori caratterizzati da una maggiore deprivazione socioeconomica. Un’associazione più forte è stata osservata anche nelle persone con obesità o diabete concomitanti, per diverse delle patologie considerate. Secondo gli autori, queste differenze possono riflettere una combinazione di fattori: condizioni di salute preesistenti, maggiore esposizione complessiva agli inquinanti, caratteristiche dell’ambiente in cui si vive, accesso ai servizi sanitari e risorse disponibili per ridurre l’esposizione. Il tema della disuguaglianza ambientale entra così direttamente nella lettura dei dati. Non è soltanto la quantità di inquinante presente nell’aria a determinare il rischio, ma anche chi è esposto, dove vive e quali possibilità ha di proteggersi.
La dimensione dello studio è uno dei suoi elementi più rilevanti. Complessivamente sono stati analizzati quasi 90 milioni di ricoveri, comprendendo popolazioni di tutte le età in 20 Stati americani, inclusi alcuni tra quelli maggiormente colpiti dagli incendi, come California, Oregon e Washington. I ricercatori hanno associato il codice postale di residenza alle stime della concentrazione di PM2,5 e hanno utilizzato un disegno autocontrollato, in grado di tenere conto di caratteristiche individuali che non cambiano nel tempo, come la predisposizione genetica, la storia di fumo e il livello di istruzione. e analisi di sensibilità hanno sostanzialmente confermato i risultati principali, anche modificando le covariate, le modalità di identificazione dei ricoveri e le finestre temporali considerate.
Il titolo “il fumo degli incendi è più pericoloso degli altri inquinanti” rischia però di essere fuorviante se non viene spiegato cosa hanno effettivamente misurato i ricercatori. Il confronto riguarda infatti l’incremento del rischio associato a uno stesso aumento della concentrazione. Poiché le persone sono mediamente esposte a concentrazioni molto più elevate di PM2,5 non derivante dagli incendi, l’impatto complessivo dell’inquinamento proveniente dalle altre fonti rimane rilevante. Gli stessi autori evidenziano infatti che, considerando l’incremento di esposizione espresso in deviazioni standard, il rischio associato al PM2,5 non derivante dagli incendi risulta maggiore. La novità dello studio sta quindi soprattutto nell’aver mostrato, su una popolazione molto ampia, che la stessa quantità aggiuntiva di PM2,5 derivante dagli incendi e di PM2,5 proveniente da altre fonti non sembra avere lo stesso peso in termini di rischio di ospedalizzazione.
Per gli autori, i risultati suggeriscono che le strategie di tutela della qualità dell’aria non possano limitarsi alle fonti tradizionali di inquinamento. La gestione degli incendi e la riduzione dell’esposizione della popolazione al fumo dovrebbero entrare maggiormente nelle strategie di prevenzione, soprattutto alla luce dell’aumento dell’attività degli incendi. Anche perché il problema non si esaurisce quando le fiamme vengono spente. Il particolato può continuare a rappresentare un’esposizione rilevante e, secondo quanto emerge dalle analisi dello studio, le conseguenze sulla salute potrebbero essere associate anche a periodi prolungati di esposizione. La sfida, dunque, non riguarda soltanto la qualità dell’aria durante un’emergenza. Riguarda la capacità di prevedere l’esposizione, proteggere le persone più vulnerabili e integrare la gestione del rischio incendi nelle politiche di prevenzione sanitaria.
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