Secondo lo studio SWISS100, alcuni marcatori biologici dei centenari restano “più giovani”. Stile di vita e salute metabolica fanno la differenza.
Il sangue dei centenari potrebbe custodire alcune delle chiavi biologiche della longevità. Nell’ambito del progetto “SWISS100”, primo studio svizzero su larga scala dedicato agli ultracentenari, un team dell’Università di Ginevra e dell’Università di Losanna ha confrontato i profili ematici di 39 centenari (tra i 100 e i 105 anni) con quelli di 59 ottuagenari e 40 adulti tra i 30 e i 60 anni. I risultati, pubblicati sulla rivista Aging Cell, mostrano che 37 proteine su 724 analizzate presentano nei centenari un profilo sorprendentemente simile a quello dei soggetti più giovani.
In particolare, emergono marcatori di stress ossidativo significativamente più bassi. I dati suggeriscono che chi supera il secolo di vita non è immune all’invecchiamento, ma sperimenta un rallentamento selettivo di alcuni meccanismi biologici chiave.
Il cuore biologico della ricerca
Il progetto SWISS100, guidato da Daniela Jopp e per la parte biologica da Karl-Heinz Krause, ha integrato sociologia, psicologia, medicina e biologia per indagare la longevità in modo multidisciplinare. Il gruppo di ricerca ha misurato 724 proteine nel siero, tra cui 358 marcatori infiammatori e 366 cardiovascolari. “Di queste 724 proteine, 37 hanno prodotto un risultato davvero notevole”, sottolinea Flavien Delhaes, primo autore dello studio. “Nei nostri centenari, i profili di queste 37 proteine sono più vicini a quelli del gruppo più giovane che a quelli degli ottuagenari”.
I risultati più evidenti riguardano cinque proteine legate allo stress ossidativo. La spiegazione offerta dai ricercatori è controintuitiva: i centenari mostrano livelli più bassi di proteine antiossidanti non perché siano meno protetti, ma perché partono da una condizione di minore stress ossidativo sistemico.
Meno infiammazione, metabolismo più equilibrato
Un altro dato rilevante riguarda la regolazione della matrice extracellulare, definita come il “cemento” strutturale dell’organismo: alcune proteine coinvolte in questo processo mantengono nei centenari livelli di espressione simili a quelli giovanili. Inoltre, proteine associate al metabolismo dei lipidi, che tendono ad aumentare con l’età nella popolazione geriatrica standard, risultano meno elevate negli ultracentenari.
Anche l’interleuchina-1 alfa, importante mediatore infiammatorio, è presente in concentrazioni inferiori. Particolarmente interessante è il ruolo della proteina DPP-4, che degrada il GLP-1, ormone coinvolto nella secrezione insulinica. “Degradando il GLP-1, la DPP-4 aiuta a mantenere livelli di insulina relativamente bassi, il che potrebbe proteggerli dall’iperinsulinismo e dalla sindrome metabolica”, evidenzia Delhaes. La longevità appare quindi associata a un metabolismo finemente regolato, non iperattivo ma stabile ed efficiente.
Stile di vita e prospettive future
Le implicazioni dello studio sono rilevanti sia sul piano clinico sia su quello della prevenzione. I ricercatori sottolineano che la componente genetica della longevità pesa per circa il 25%, lasciando ampio margine ai fattori ambientali e comportamentali. Alimentazione equilibrata, attività fisica regolare e relazioni sociali solide emergono come leve concrete su cui intervenire. In prospettiva, la comprensione dei profili proteici “giovanili” dei centenari potrebbe aprire la strada a nuovi approcci terapeutici contro la fragilità dell’anziano.
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