Uno studio pubblicato su PNAS mostra che la privazione totale di sonno attiva un meccanismo compensatorio nel cervello che potrebbe favorire l’eliminazione delle scorie metaboliche. Tuttavia, questa risposta risulta attenuata tra i 40 e i 50 anni
Il cervello sembra possedere una sorta di strategia di emergenza quando viene privato del sonno. Una nuova ricerca guidata da Yibing Yang della Pennsylvania State University, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), mostra infatti che la perdita totale di sonno può attivare un meccanismo compensatorio che potrebbe aiutare il cervello a eliminare le scorie accumulate durante la veglia. Al centro dello studio c’è l’attività cerebrale globale infralenta, una forma di attività neuronale estremamente lenta – con frequenze inferiori a 0,1 hertz – che negli ultimi anni è stata associata ai processi di “pulizia” del cervello durante il sonno. Questo tipo di attività è stato collegato alle dinamiche del liquido cerebrospinale, fondamentale per il funzionamento del sistema glinfatico, il meccanismo con cui il cervello elimina prodotti di scarto metabolici potenzialmente dannosi. Proprio questo sistema è oggi al centro di numerosi studi sulle malattie neurodegenerative, come la malattia di Alzheimer, in cui l’accumulo di proteine tossiche rappresenta uno dei principali fattori patologici.
Lo studio: 67 volontari e una notte senza dormire
Per comprendere meglio come la privazione del sonno influenzi questi meccanismi, i ricercatori hanno coinvolto 67 volontari in un esperimento condotto in laboratorio. I partecipanti sono stati sottoposti a un protocollo rigorosamente controllato di privazione totale del sonno e monitorati attraverso risonanza magnetica funzionale a riposo. Le analisi hanno mostrato che la mancanza di sonno aumenta in modo significativo l’ampiezza del segnale gBOLD, un indicatore dell’attività cerebrale globale misurato con la risonanza magnetica funzionale. Parallelamente cresce anche il grado di accoppiamento tra questa attività cerebrale e il flusso di liquido cerebrospinale. Secondo gli autori, l’aumento simultaneo di questi due parametri suggerisce l’attivazione di un meccanismo compensatorio che potrebbe favorire l’attività del sistema glinfatico e migliorare la capacità del cervello di eliminare le sostanze di scarto dopo una perdita acuta di sonno.
Con l’età il meccanismo di compensazione si indebolisce
Un risultato particolarmente rilevante riguarda l’effetto dell’età. Lo studio evidenzia infatti che questa risposta fisiologica dipende in modo significativo dall’età dei partecipanti. Negli individui tra i 40 e i 50 anni l’aumento dell’attività cerebrale infralenta e il suo accoppiamento con il flusso di liquido cerebrospinale risultano infatti molto meno marcati rispetto ai soggetti più giovani. Secondo i ricercatori, questa attenuazione del meccanismo compensatorio potrebbe avere implicazioni importanti per la salute cerebrale nel corso della vita. Una minore capacità di attivare questi processi potrebbe infatti favorire l’accumulo di sostanze neurotossiche nel cervello.
Il possibile legame tra sonno, invecchiamento e demenza
I risultati suggeriscono quindi un possibile collegamento biologico tra disturbi del sonno, invecchiamento e aumento del rischio di demenza. Se nei giovani il cervello sembra riuscire ad attivare una sorta di risposta di emergenza per compensare la perdita di sonno, nella mezza età questa capacità appare già ridotta. Un cambiamento che, sul lungo periodo, potrebbe contribuire a rendere il cervello più vulnerabile ai processi neurodegenerativi. Lo studio offre quindi nuove indicazioni sui meccanismi che collegano qualità del sonno, invecchiamento e salute cerebrale, rafforzando l’idea che il sonno rappresenti uno dei pilastri fondamentali per la protezione del cervello lungo tutto l’arco della vita.
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