Uno studio italiano su 938 gravidanze mostra un’associazione tra alimentazione materna nel primo trimestre e traiettoria di crescita fetale, soprattutto nei maschi
La qualità dell’alimentazione materna potrebbe essere già associata alla crescita del feto nelle prime fasi della gravidanza. È quanto emerge da uno studio osservazionale longitudinale coordinato dall’Università degli Studi di Milano e condotto su 938 donne sane reclutate in 24 centri ostetrici italiani. Le abitudini alimentari sono state valutate nel primo trimestre attraverso il punteggio SIMPLE e la crescita fetale è stata successivamente monitorata con ecografie nel secondo e terzo trimestre. I risultati, pubblicati sul British Journal of Nutrition, indicano una minore velocità di crescita ponderale fetale nelle gravidanze con più bassa aderenza ai criteri di alimentazione sana, con un’associazione particolarmente evidente nei feti maschi.
Perché guardare alla crescita fetale e non solo al peso alla nascita
Il peso del neonato alla nascita rappresenta uno degli indicatori più utilizzati per valutare la crescita intrauterina, ma fornisce soltanto una fotografia del momento del parto. La velocità con cui il feto cresce durante la gestazione può invece offrire informazioni aggiuntive su come si sta sviluppando nel tempo. Per questo la ricerca ha utilizzato misurazioni ecografiche ripetute, valutando parametri come la circonferenza addominale e il peso fetale stimato tra secondo e terzo trimestre. L’analisi ha evidenziato che le donne con un punteggio SIMPLE inferiore a 6 presentavano una riduzione dell’accelerazione della crescita del peso fetale rispetto al gruppo con maggiore aderenza a un’alimentazione e a uno stile di vita considerati salutari.
La valutazione parte già dal primo trimestre
Uno degli aspetti più interessanti riguarda proprio la tempistica. Le abitudini alimentari sono state rilevate nelle prime settimane di gravidanza, quando la donna si trova ancora nella fase iniziale del percorso ostetrico. Il punteggio SIMPLE è una checklist composta da dieci elementi che prende in considerazione, tra gli altri, consumo di frutta e verdura, cereali integrali, pesce, carne, latticini, dolci e snack, integrazione di acido folico, utilizzo di sale iodato, esposizione al sole e livelli di emoglobina. Nel campione, 829 donne (88,4%) hanno raggiunto un punteggio pari o superiore a 6, mentre 109 (11,6%) sono state classificate nel gruppo a minore aderenza.
Un segnale che riguarda soprattutto i feti maschi
Quando i ricercatori hanno analizzato separatamente i dati in base al sesso fetale, l’associazione è emersa prevalentemente nei feti maschi. Nei maschi appartenenti al gruppo con minore aderenza alla dieta sana è stata osservata una traiettoria di crescita del peso fetale più lenta tra secondo e terzo trimestre, insieme a una minore crescita della circonferenza addominale. Nelle femmine, invece, non sono state rilevate associazioni significative. Gli autori ipotizzano che questa differenza possa essere collegata a una diversa risposta dei feti maschi alle variazioni dello stato nutrizionale materno, ma si tratta di un’ipotesi biologica che dovrà essere confermata da ulteriori studi.
Il punteggio SIMPLE potrebbe diventare uno strumento di screening
Il possibile interesse clinico dello studio sta nella relativa semplicità dello strumento utilizzato. Una checklist rapida potrebbe consentire di intercettare già nel primo trimestre alcune situazioni di rischio nutrizionale, indirizzando la donna verso una consulenza alimentare più mirata. L’obiettivo non sarebbe sostituire la valutazione ostetrica o nutrizionale, ma aggiungere un’informazione utile alla presa in carico della gravidanza, soprattutto quando emergono più fattori di rischio. La ricerca ha inoltre mostrato che l’associazione tra alimentazione e traiettoria di crescita rimaneva significativa anche tenendo conto di altri elementi, tra cui l’indice di massa corporea prima della gravidanza.
Dalla ricerca alla pratica clinica: cosa può cambiare
Per le future mamme il messaggio non è quello di attribuire alla dieta la responsabilità dell’andamento della gravidanza. Lo studio è osservazionale e, come sottolineano gli stessi ricercatori, non consente di stabilire un rapporto diretto di causa-effetto né dimostra che modificare l’alimentazione attraverso un intervento possa migliorare la crescita fetale. Il possibile passo successivo è quindi capire se uno screening nutrizionale precoce, seguito da interventi personalizzati, possa produrre benefici concreti sugli esiti materni e neonatali. Serviranno studi di intervento e sperimentazioni controllate prima di poter tradurre questi risultati in una nuova pratica assistenziale.
Perché la crescita fetale può diventare un indicatore da monitorare meglio
La ricerca rafforza infine un concetto rilevante per l’assistenza ostetrica: non conta soltanto quanto pesa il bambino alla nascita, ma anche come è arrivato a quel peso. Una variazione della velocità di crescita può infatti fornire informazioni che una singola misurazione non restituisce. In questa prospettiva, integrare la valutazione delle abitudini alimentari già nelle prime settimane con il successivo monitoraggio della crescita potrebbe contribuire a costruire un percorso di sorveglianza più precoce e personalizzato. Per trasformare questa possibilità in un beneficio concreto per le donne e per i servizi sanitari, tuttavia, occorrerà stabilire quali interventi siano realmente efficaci e per quali gravidanze siano maggiormente indicati.
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