Uno studio guidato dalla New York University e basato su dati di oltre 2.000 adulti, collega la presenza di persone particolarmente stressanti – gli “hassler” – a un invecchiamento biologico più rapido
Le relazioni sociali sono generalmente associate a benefici importanti per la salute. Numerosi studi hanno dimostrato che chi possiede reti sociali solide e supportive tende a vivere più a lungo e a sviluppare meno malattie croniche. Tuttavia, la qualità dei rapporti conta quanto la loro quantità. Alcuni legami possono essere ambivalenti o apertamente negativi, generando tensioni e conflitti ripetuti che nel tempo si trasformano in stress cronico. Gli studiosi definiscono hassler quelle persone che complicano la vita quotidiana degli altri: colleghi conflittuali, parenti invadenti, conoscenti che creano problemi o relazioni che richiedono una gestione emotiva continua. Anche se questi rapporti non sono sempre completamente negativi, il loro impatto cumulativo può influenzare profondamente il benessere psicologico e fisico.
Lo studio: dati sociali e biomarcatori dell’invecchiamento
Per analizzare il fenomeno, i ricercatori hanno utilizzato dati raccolti attraverso una survey condotta nello Stato dell’Indiana. Ai partecipanti è stato chiesto di descrivere la propria rete sociale, indicare eventuali relazioni difficili e valutare il proprio stato di salute. Oltre ai questionari, lo studio ha previsto anche la raccolta di campioni di saliva, utilizzati per analizzare specifiche modificazioni epigenetiche del DNA. Questi cambiamenti molecolari rappresentano uno dei metodi più avanzati per stimare l’età biologica, cioè il ritmo con cui l’organismo invecchia a livello cellulare. Il confronto tra i partecipanti ha evidenziato che chi riportava la presenza di persone problematiche nella propria rete sociale mostrava marcatori biologici compatibili con un invecchiamento più rapido.
L’effetto cumulativo degli “hassler”
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dalla ricerca riguarda il cosiddetto effetto cumulativo delle relazioni negative. I dati suggeriscono che l’impatto sulla salute aumenta progressivamente con il numero di persone stressanti presenti nella propria rete sociale. In particolare, ogni hassler aggiuntivo è associato a un aumento del ritmo di invecchiamento biologico di circa l’1,5%. Inoltre, la presenza di queste relazioni è collegata a circa nove mesi in più di età biologica. Sebbene si tratti di differenze apparentemente modeste, gli scienziati sottolineano che piccoli cambiamenti possono accumularsi nel tempo, contribuendo potenzialmente a un rischio più elevato di malattie croniche legate all’età.
Donne e persone vulnerabili più esposte
L’analisi ha evidenziato anche alcune differenze sociali significative. Le donne tendono a segnalare più spesso la presenza di persone problematiche nella propria rete sociale. Secondo Brea Perry, sociologa dell’Indiana University e coautrice dello studio, questo potrebbe essere legato al fatto che le donne sono spesso più coinvolte emotivamente nelle relazioni e più sensibili ai problemi degli altri, il che può aumentare la percezione dello stress. Anche chi vive condizioni di vulnerabilità sociale o sanitaria, o chi ha avuto un’infanzia difficile, sembra più esposto all’impatto delle relazioni negative. In questi casi lo stress relazionale si somma ad altri fattori di rischio già presenti nella vita quotidiana.
I familiari tra le fonti più comuni di tensione
Un risultato interessante riguarda la natura delle relazioni problematiche. Molti degli hassler indicati dai partecipanti erano membri della famiglia, persone con cui il legame è spesso profondo e difficile da interrompere. Nei rapporti non familiari, invece, le figure più frequentemente citate come stressanti erano colleghi di lavoro, coinquilini e vicini di casa. Questi contesti implicano spesso spazi condivisi e obblighi sociali, rendendo più complicato prendere le distanze da relazioni che generano tensione. Proprio questa impossibilità di evitare completamente il contatto può trasformare tali rapporti in una fonte costante di stress.
Lo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto
Gli autori della ricerca invitano comunque alla prudenza nell’interpretazione dei risultati. Lo studio evidenzia un’associazione tra relazioni negative e invecchiamento biologico, ma non dimostra che le persone stressanti siano la causa diretta di questo processo. Come sottolinea il sociologo Byungkyu Lee, è possibile che entrino in gioco diversi fattori interconnessi, come lo stato di salute generale, le condizioni sociali o la predisposizione individuale allo stress. Tuttavia i risultati rafforzano l’idea che la qualità delle relazioni sociali abbia un impatto concreto sulla salute fisica.
Come proteggere la salute dalle relazioni stressanti
Secondo gli esperti, il primo passo per ridurre l’impatto degli hassler è valutare con attenzione le proprie relazioni. Quando possibile, limitare il tempo trascorso con persone che generano tensioni costanti può contribuire a ridurre lo stress quotidiano. In alcuni casi può essere utile ridefinire i confini relazionali, imparando a gestire meglio aspettative e richieste emotive. Gli studiosi suggeriscono anche che percorsi di supporto psicologico o terapia possano aiutare a migliorare relazioni particolarmente difficili. Tuttavia eliminare completamente ogni rapporto problematico non è sempre realistico, soprattutto quando si tratta di familiari o contesti lavorativi.
Il ruolo protettivo delle relazioni positive
Un elemento centrale per la salute resta comunque la presenza di relazioni positive e di supporto, definite dagli studiosi veri e propri “cuscinetti sociali”. Amicizie solide, rapporti familiari equilibrati e reti di sostegno possono aiutare a compensare l’impatto dello stress relazionale. Investire in legami sani e reciproci rappresenta quindi una strategia importante per mantenere il benessere nel lungo periodo.
Il rischio opposto: la solitudine
Gli esperti ricordano infine che il problema non è avere relazioni, ma la qualità delle relazioni stesse. L’isolamento sociale rappresenta infatti un fattore di rischio altrettanto rilevante. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la solitudine è associata a circa 871.000 decessi ogni anno nel mondo. Per questo gli studiosi sottolineano che l’obiettivo non deve essere evitare i rapporti sociali, ma costruire reti relazionali più sane, equilibrate e supportive, fondamentali per favorire un invecchiamento più lungo e in salute.