Legali C&P: le sentenze del 2026 rafforzano i diritti delle famiglie
Per una famiglia che assiste una persona con Alzheimer, la retta della RSA può costare migliaia di euro l’anno. Ma non sempre quella spesa spetta alla famiglia. È un aspetto ancora poco conosciuto, che nuove sentenze del 2026 riportano al centro dell’attenzione. In Italia oltre 1,43 milioni di persone convivono con una forma di demenza, secondo il Dementia Prevalence Report 2025 di Alzheimer Europe, con una crescita attesa del 54% entro il 2050. Due pazienti su tre sono donne, e sono quasi 3 milioni i caregiver familiari coinvolti ogni giorno nell’assistenza: un impegno che spesso si somma, anno dopo anno, al peso economico delle rette. Per fare chiarezza, il network legale Consulcesi & Partners ha raccolto i quattro principali equivoci sulle rette delle RSA, alla luce dei più recenti orientamenti dei giudici e sulla base delle numerose richieste e segnalazioni sul portale specializzato www.soluzione-rsa.it
Non è così in tutti i casi. La distinzione decisiva è tra prestazioni assistenziali che possono essere separate dalle cure e situazioni in cui assistenza e cura sono strettamente collegate e non possono essere considerate separatamente. In quest’ultimo caso, l’assistenza quotidiana non è un semplice servizio alberghiero o di supporto, ma concorre alla gestione della patologia e alla continuità delle cure. È il principio della cosiddetta “inscindibilità delle prestazioni”: quando l’intervento assistenziale è necessario per garantire il trattamento sanitario e fa parte della presa in carico complessiva del paziente, la componente sanitaria può incidere sulla ripartizione dei costi della RSA e, in determinate condizioni, essere posta a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Lo confermano diverse sentenze del 2026: la Corte d’Appello di Venezia (n. 1151/2026) ha riconosciuto la restituzione di oltre 129.000 euro; il Tribunale di Catanzaro (n. 3257/2026) di 36.934 euro; il Tribunale di Firenze (n. 3413/2026) di oltre 67.000 euro; il Tribunale di Lucca ha condannato la pubblica amministrazione al pagamento della quota sanitaria.
La firma non chiude necessariamente la questione. Contratti, impegni di pagamento o riconoscimenti di debito non trasformano automaticamente in privato un costo che, in base alle prestazioni effettivamente erogate, dovrebbe gravare sul Servizio Sanitario Nazionale. Anche chi ha firmato può quindi far verificare la propria posizione.
Non necessariamente. Le somme già versate possono essere oggetto di richiesta di restituzione, nel rispetto dei termini di prescrizione applicabili — anche da famiglie che per anni hanno pagato senza sapere che la componente sanitaria poteva essere a carico del SSN.
Non basta. Non è il semplice grado di non autosufficienza a determinare chi deve sostenere la spesa. Occorre ricostruire la condizione clinica del paziente e capire quali prestazioni vengono effettivamente erogate nella struttura. La domanda da porsi è quindi concreta: l’assistenza quotidiana è separabile dalle cure oppure è parte integrante del trattamento della patologia? Nel secondo caso può emergere il presupposto per contestare la quota posta a carico della famiglia. Per questo la documentazione è decisiva: cartelle cliniche, Piani Assistenziali Individualizzati (PAI), certificazioni sanitarie, documentazione relativa al ricovero e ricevute dei pagamenti permettono di ricostruire il quadro clinico-assistenziale e di valutare la posizione. La Giornata Mondiale dell’Alzheimer resta anzitutto un’occasione per riconoscere il lavoro quotidiano, spesso invisibile, di chi assiste un familiare. Conoscere i propri diritti su un aspetto concreto come il costo della RSA è un modo per alleggerire, almeno in parte, quel carico.
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