Audizione di Nino Cartabellotta in Senato sul Ddl 1623: secondo la Fondazione Gimbe, equiparare Lea e Lep rischia di cristallizzare le disuguaglianze regionali, penalizzare il Sud e generare un eccesso di mobilità sanitaria.
Una scorciatoia normativa per accelerare l’autonomia
Equiparare i Livelli essenziali di assistenza (Lea) ai Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) in sanità non è una scelta neutra. Secondo la Fondazione Gimbe, si tratta di una forzatura giuridica con un obiettivo preciso: accelerare l’attuazione dell’autonomia differenziata. Una scelta che, avverte il presidente Nino Cartabellotta, rischia di trasformare le disuguaglianze già esistenti in differenze strutturali e legalmente accettate.
Lea e Lep: due concetti diversi
I Lep rappresentano il principio costituzionale che garantisce i diritti civili e sociali in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. I Lea, invece, sono lo strumento operativo con cui il Servizio sanitario nazionale eroga le prestazioni sanitarie. Confondere i due piani – normativo e attuativo – significa, secondo Gimbe, svuotare di significato il concetto stesso di uniformità dei diritti.
Le disuguaglianze regionali già oggi sono profonde
Il monitoraggio del ministero della Salute tramite il Nuovo sistema di garanzia (Nsg) mostra un Paese spaccato: otto Regioni non raggiungono la soglia minima di adempienza ai Lea. I divari sono netti: alcune Regioni del Nord superano ampiamente i 280 punti, mentre diverse realtà del Mezzogiorno restano sotto i 200. Differenze che emergono soprattutto in prevenzione e assistenza territoriale, ambiti cruciali per l’equità del sistema.
Un quadro sottostimato della realtà
Per Gimbe, i dati ufficiali raccontano solo una parte del problema. Il Nsg misura l’adempimento formale dei Lea, ma non fotografa la reale qualità dell’assistenza né l’effettiva esigibilità del diritto alla salute. In altre parole, le disuguaglianze vissute quotidianamente dai cittadini sono probabilmente molto più ampie di quelle registrate dagli indicatori.
Il nodo irrisolto del finanziamento
Un altro punto critico riguarda le risorse. Oggi il fabbisogno sanitario nazionale viene ripartito in base alla popolazione residente, con correttivi legati all’età. Ma finanziare davvero i Lep sanitari significherebbe coprire i costi reali necessari per garantire servizi omogenei: pronto soccorso non congestionati, tempi di attesa accettabili, una rete territoriale funzionante. Costi che, allo stato attuale, nessuno è in grado di quantificare né di sostenere.
Mobilità sanitaria e rischio boomerang
Senza una definizione chiara e finanziata dei Lep sanitari, l’autonomia differenziata rischia di accentuare la mobilità sanitaria, già oggi elevata. Il risultato sarebbe un doppio effetto negativo: ulteriore indebolimento delle Regioni del Sud e pressione crescente sui sistemi sanitari del Nord, chiamati ad assorbire flussi sempre maggiori di pazienti.
La richiesta di Gimbe
La Fondazione ribadisce la necessità di definire i Lep sanitari prima di qualsiasi trasferimento di competenze, evitando scorciatoie interpretative. Equiparare Lea e Lep, conclude Cartabellotta, significa proclamare diritti senza garantirne l’esigibilità, minando uno dei pilastri della Costituzione: l’uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute.