I piloti non sono necessariamente diversi dagli altri atleti per parametri generali, ma sviluppano adattamenti molto specifici, soprattutto nella forza del collo e nella gestione dello stress termico
Accelerazioni che possono superare di 3 o 4 volte la forza di gravità, carichi meccanici elevati sul collo che costringono i muscoli a sostenere pesi molto superiori al normale, posture obbligate mantenute per lunghi periodi nell’abitacolo, caldo estremo e tempi di recupero limitati. Guidare una monoposto di Formula 1 non è solo una sfida tecnica, ma anche fisiologica. Il corpo dei piloti, infatti, deve adattarsi a sollecitazioni molto particolari, che nel corso della stagione modellano l’organismo in modo unico. A fare il punto su questi adattamenti è una review internazionale coordinata dall’Università di Trieste in collaborazione con la University of Roehampton di Londra e con il contributo diretto di tre performance coach di Formula 1, tra cui gli allenatori dei piloti Charles Leclerc e Max Verstappen. Lo studio è stato pubblicato sul British Journal of Sports Medicine. L’obiettivo della ricerca era colmare una lacuna di conoscenze scientifiche sulla fisiologia dei piloti di Formula 1, un ambito in cui molti dati restano ancora confinati all’interno dei team e raramente vengono condivisi nella letteratura scientifica.
Non “superatleti”, ma con adattamenti specifici
Dall’analisi emerge un dato sorprendente: i piloti di Formula 1 non presentano necessariamente caratteristiche fuori scala rispetto ad altri atleti professionisti per parametri come altezza, peso o capacità aerobica. Gli adattamenti più evidenti riguardano invece aspetti molto specifici legati alla guida. Tra questi spicca lo sviluppo della forza del collo, fondamentale per contrastare le elevate forze multidirezionali che agiscono sulla testa e sul casco durante curve, frenate e accelerazioni. Mantenere stabile la testa è essenziale non solo per la sicurezza, ma anche per preservare la qualità dello sguardo, la precisione della guida e la rapidità dei tempi di reazione. Oltre al collo, i ricercatori hanno individuato altri adattamenti importanti: la capacità di sostenere carichi ripetuti e asimmetrici, soprattutto sugli arti inferiori durante la frenata; il rafforzamento dei muscoli del tronco e della cintura scapolare; l’attivazione degli stabilizzatori profondi e la capacità del sistema cardiovascolare di gestire picchi elevati di frequenza cardiaca. “La Formula 1 è uno degli sport più affascinanti e mediaticamente rilevanti al mondo, ma anche tra quelli che impongono al corpo dell’atleta sollecitazioni tra le più complesse in assoluto”, spiega Alex Buoite Stella, docente di fisiologia presso il Dipartimento universitario clinico di Scienze mediche, chirurgiche e della salute dell’Università di Trieste e coautore dello studio.
Tra forze G e caldo estremo
Per comprendere meglio queste richieste fisiologiche, i ricercatori hanno analizzato anche i dati disponibili sugli aspetti neuromuscolari, metabolici, cardiovascolari e termoregolatori dei piloti, integrandoli con interviste strutturate ai preparatori atletici che lavorano direttamente in Formula 1. Molte strategie utilizzate per proteggere la salute dei piloti e migliorare la performance – come l’allenamento specifico del collo per contrastare le forze G o i protocolli di acclimatazione al caldo – sono ormai routine nella preparazione atletica. Tuttavia, evidenzia lo studio, queste pratiche si basano spesso più sull’esperienza dei team che su dati scientifici raccolti direttamente in gara. La gestione dello stress termico è diventata una delle sfide principali della Formula 1 moderna. Con 24 gare distribuite in 21 Paesi e trasferte intercontinentali frequenti, i piloti devono affrontare condizioni climatiche molto diverse e spesso estreme. Un esempio recente è stato il Gran Premio del Qatar del 2023, dove le temperature elevate hanno messo in difficoltà diversi piloti, evidenziando come il caldo possa rappresentare un rischio non solo per la performance ma anche per la salute.
Allenamenti su misura e nuove sfide per la ricerca
Le interviste ai performance coach hanno mostrato come la preparazione dei piloti sia altamente personalizzata. I programmi di allenamento vengono adattati in base al circuito, alle caratteristiche del pilota e alle condizioni ambientali previste per la gara. “Unendo competenze cliniche e di ricerca con l’esperienza maturata quotidianamente nel paddock, siamo riusciti a costruire il quadro più aggiornato oggi disponibile del profilo fisiologico del pilota di Formula 1”, osserva Buoite Stella. Nonostante i progressi, restano ancora molte domande aperte. Il regolamento della Formula 1 vieta infatti l’uso di molti dispositivi di monitoraggio all’interno delle monoposto, rendendo difficile raccogliere dati fisiologici durante la guida. Per questo gli autori indicano come priorità per il futuro studi sempre più vicini alle condizioni reali di gara, capaci di misurare parametri come frequenza cardiaca, temperatura corporea, consumo di ossigeno e livelli di lattato. Tra i temi ancora da approfondire ci sono anche i possibili effetti a lungo termine sulla salute dei piloti, in particolare quelli legati alle vibrazioni delle monoposto e al fenomeno del “porpoising”, che potrebbe avere un impatto sul rischio di problemi alla zona lombare. Comprendere meglio queste dinamiche, concludono i ricercatori, non servirà solo a migliorare la performance dei piloti, ma anche a tutelarne la salute lungo tutta la carriera sportiva.
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