Presentate al congresso ESHRE due ricerche che puntano i riflettori sul peso dell'ambiente nella salute riproduttiva degli uomini
La fertilità maschile potrebbe dipendere non solo dallo stile di vita, ma anche dall’ambiente in cui si vive. A suggerirlo sono due studi presentati al 42° Congresso della European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE), in corso a Londra, che affrontano da prospettive diverse lo stesso interrogativo: quanto incidono inquinamento e fattori ambientali sulla capacità riproduttiva degli uomini? Il primo lavoro, condotto in Spagna, documenta importanti differenze nella qualità dello sperma tra le diverse regioni del Paese, pur in presenza di abitudini di vita pressoché sovrapponibili. Il secondo, realizzato negli Stati Uniti, mostra invece che l’esposizione allo smog durante la formazione degli spermatozoi è associata ad alterazioni epigenetiche del Dna spermatico, modifiche che potrebbero influenzare non solo la fertilità maschile, ma anche l’andamento della gravidanza e la salute dei figli. Entrambi gli studi sono stati pubblicati come abstract sulla rivista Human Reproduction.
Dove si vive può fare la differenza
Lo studio spagnolo ha coinvolto 386 uomini sottoposti a valutazione della fertilità in sette centri di procreazione medicalmente assistita tra giugno 2024 e dicembre 2025. I ricercatori hanno confrontato i parametri seminali di uomini residenti nel Nord, Centro, Sud e Sud-Est della Spagna, raccogliendo anche informazioni dettagliate su indice di massa corporea, attività fisica, fumo, consumo di alcol e caffè, esposizione a sostanze chimiche, farmaci e altre abitudini di vita. I risultati hanno evidenziato differenze nette. Gli uomini del Nord della Spagna presentavano la migliore qualità seminale: il numero medio totale di spermatozoi mobili raggiungeva 94,35 milioni, quasi il doppio dei 50,11 milioni osservati nella Spagna centrale. Più elevati anche la concentrazione spermatica (80,96 milioni/ml) e la motilità (44,79%). Al contrario, la ridotta motilità interessava oltre la metà degli uomini residenti nel Sud (55,4%) e nel Centro (53,4%), contro il 23,9% del Nord. Eppure, gli stili di vita erano sostanzialmente gli stessi. Anche dopo aver corretto i dati per tutti i principali fattori socio-demografici e comportamentali, la localizzazione geografica è rimasta uno dei pochi elementi significativamente associati alla qualità dello sperma. “L’aspetto più sorprendente è che i migliori parametri seminali siano stati osservati con costanza nel Nord della Spagna – spiega l’autrice principale Rocío Núñez-Calonge -. Se escludiamo lo stile di vita come spiegazione, è plausibile che le differenze siano legate all’esposizione ambientale, come i livelli di inquinamento atmosferico o di altri contaminanti”. Secondo la ricercatrice, i risultati potrebbero essere rilevanti anche oltre i confini spagnoli, considerando che studi condotti in altri Paesi hanno già documentato differenze regionali nella qualità del liquido seminale.
Lo smog lascia un’impronta sul Dna degli spermatozoi
La seconda ricerca aggiunge un tassello importante, spostando l’attenzione dai parametri dello sperma ai meccanismi biologici che potrebbero spiegare gli effetti dell’inquinamento. Lo studio statunitense ha analizzato i dati di oltre 2mila uomini residenti a Salt Lake City, nello Utah, seguendoli tra il 2013 e il 2017. L’analisi della metilazione del Dna spermatico è stata effettuata su 1.220 partecipanti, valutando l’esposizione durante la spermatogenesi – il processo di produzione degli spermatozoi che dura circa tre mesi – a ozono, biossido di azoto, anidride solforosa e particolato fine PM2.5. I ricercatori hanno individuato 39 alterazioni della metilazione del Dna associate all’esposizione a miscele di inquinanti atmosferici. In particolare, ozono e biossido di azoto sono risultati i principali responsabili delle modificazioni osservate. Tra i risultati più rilevanti emerge il coinvolgimento del gene GNAS, già associato in passato a una peggiore qualità del liquido seminale e a processi fondamentali dello sviluppo embrionale e fetale. “L’esposizione all’inquinamento atmosferico durante le fasi cruciali dello sviluppo degli spermatozoi potrebbe modificare la metilazione del Dna in geni coinvolti nella spermatogenesi e nei primi stadi dello sviluppo embrionale”, spiega l’autrice principale Carrie Nobles. Secondo la ricercatrice, il dato più significativo riguarda proprio il gene GNAS: “Poiché i geni imprintati possono mantenere la loro attività durante le prime fasi dello sviluppo embrionale, questi risultati sollevano interrogativi importanti sulla possibilità che le esposizioni ambientali paterne influenzino non solo la fertilità, ma anche la gravidanza e la salute della prole”.
Un problema di salute pubblica
L’inquinamento atmosferico è già riconosciuto come un importante fattore di rischio per malattie cardiovascolari e respiratorie. Negli ultimi anni sono aumentate anche le evidenze che lo collegano alla salute riproduttiva, ma i meccanismi biologici restano ancora poco chiari. “Il prossimo passo sarà verificare questi risultati in altre popolazioni e capire se le alterazioni osservate abbiano effetti concreti sulla fertilità maschile e sugli esiti della gravidanza”, sottolinea Nobles. Per Karen Sermon, presidente uscente dell’ESHRE, i due studi rappresentano un segnale importante. “Sappiamo che uno stile di vita sano migliora la qualità dello sperma, ma queste ricerche dimostrano che esistono fattori ambientali sui quali il singolo individuo ha scarso controllo. È un problema che richiede risposte di sanità pubblica e politiche ambientali efficaci”. Anche Núñez-Calonge richiama la necessità di interventi concreti. “Ridurre l’esposizione agli inquinanti atmosferici, alle sostanze chimiche industriali e ai composti derivati dalla plastica dovrebbe diventare una priorità per proteggere la salute riproduttiva delle future generazioni”. I due lavori non dimostrano un rapporto di causa-effetto, ma rafforzano l’ipotesi che l’ambiente possa influenzare la fertilità maschile molto più di quanto si ritenesse finora. Un’ipotesi che, alla luce dell’aumento dell’infertilità osservato negli ultimi decenni, merita ora conferme attraverso studi più ampi e di lungo periodo.
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