In Lombardia gli equivalenti contano per il 43,5% delle confezioni rimborsate, dieci punti sopra la media nazionale ma sotto il 51% europeo: i dati di un policy paper I-Com
Generico fa pensare a qualcosa di approssimativo e indistinto, ma è ancora la parola che si sente più spesso in Italia, per esempio al banco della farmacia, quando al cliente si chiede se preferisca “l’originale o il generico”. La definizione più appropriata è equivalente: un medicinale con la stessa composizione qualitativa e quantitativa di principi attivi e la stessa forma farmaceutica del prodotto di riferimento, che può essere messo in commercio solo dopo la scadenza del brevetto che lo protegge.
Nel 2025 gli equivalenti hanno rappresentato il 23,9% delle confezioni vendute nelle farmacie italiane e il 15,7% del valore di mercato. Tra i farmaci di classe A rimborsati dal Servizio sanitario nazionale, la quota sale al 33,3% delle confezioni e al 29,1% della spesa netta. La crescita nell’uso degli equivalenti è stata costante, soprattutto dal 2006, eppure lo scorso anno gli italiani hanno pagato di tasca propria oltre un miliardo di euro di differenza per ritirare in farmacia il medicinale di marca al posto dell’equivalente.
I dati emergono dal documento “Farmaci equivalenti per l’equità e la sostenibilità delle cure in Italia. Focus Lombardia”, prodotto da I-Com, Istituto per la Competititività, con il sostegno di Sandoz e presentato di recente al Consiglio regionale lombardo. Quella lombarda, dopo Sicilia e Sardegna, è la terza tappa di un percorso che ha l’obiettivo di individuare le buone pratiche regionali e capire quali possano essere replicate altrove.
“La Lombardia è una delle regioni in cui il consumo di farmaci equivalenti è tra i più alti in Italia ed è a tutti gli effetti un caso studio molto interessante”, spiega Thomas Osborn, Direttore Area Salute I-Com. “Da qui possiamo prendere tanti esempi positivi di politiche adottate dalla Regione, ma anche dalle ASL e dai territori, su come negli anni abbiano aumentato l’utilizzo”.
Il quadro nazionale è disomogeneo. Gli equivalenti rappresentano il 41,4% delle confezioni rimborsate al Nord, il 30,1% al Centro e il 24,8% al Sud. Il paper rileva che nelle regioni con redditi più bassi i cittadini tendono a pagare un differenziale più alto per i farmaci di marca. Si tratta di un’associazione statistica, non di un rapporto di causa ed effetto, ma secondo gli autori indica che la convenienza economica da sola non basta a orientare le scelte.
In Lombardia gli equivalenti sono il 43,5% delle confezioni di classe A rimborsate, 10,2 punti sopra la media nazionale, e il 33,5% della spesa netta (29,1% in Italia). Anche il peso sulle famiglie è più contenuto. Per i farmaci a brevetto scaduto, il Servizio sanitario rimborsa solo fino al prezzo di riferimento. Chi sceglie un medicinale più costoso, di solito quello di marca, paga di tasca propria la differenza. In Lombardia questa spesa aggiuntiva vale il 9,7% del mercato dei farmaci rimborsati in farmacia, la quota più bassa tra le regioni. In media corrisponde a 13,97 euro a persona l’anno, contro i 17,71 euro della media italiana. Durante la tavola rotonda è stato ricordato che in Lombardia la prescrizione dell’equivalente è stata promossa da molti anni e che i pazienti si sono ormai abituati.
Secondo la simulazione I-Com, basata sui dati 2024, se tutte le regioni che oggi sono sotto il 46% di equivalenti raggiungessero quella quota, i cittadini pagherebbero circa 203 milioni di euro l’anno in meno di differenza.
In Germania, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito gli equivalenti coprono circa due terzi del mercato, mentre da noi superano di poco un quarto. Tra i grandi Paesi europei con un sistema sanitario universalistico, l’Italia è l’unico con valori così bassi. Anche la Lombardia resta sotto la media europea, che lo studio fissa al 51%. Se la regione la raggiungesse, i cittadini lombardi risparmierebbero circa 18 milioni di euro l’anno. Gli autori invitano a leggere la stima con prudenza, perché i dati regionali e quelli europei non sono misurati allo stesso modo. In ogni caso, “il prossimo benchmark potrebbe essere quello della media europea: raggiungendola, si otterrebbero nuovi risparmi per i cittadini”, dice Osborn.
“Il farmaco equivalente arriva alla disponibilità del pubblico dopo aver superato una serie di valutazioni e validazioni tali da farlo ritenere dagli enti regolatori efficace, tollerabile e sicuro per il paziente, come qualsiasi altro farmaco disponibile nelle farmacie in Italia, in Europa e nel mondo”, ricorda Paolo Fedeli, Country Medical Head di Sandoz Italia.
“Il suo vantaggio è che ha un costo inferiore rispetto al farmaco di riferimento, perché dopo che le clausole di protezione brevettuale sono scadute, aumenta il processo di competizione e si riduce il prezzo del singolo farmaco”. A seconda dei casi, lo sconto rispetto all’originatore va dal 20% fino al 60-70%.
Il risparmio sui farmaci potrebbe tradursi, a patto che vengano effettuati interventi di governance in questo senso, in innovazione e prevenzione. “Se il Servizio Sanitario Nazionale libera risorse, queste possono essere utilizzate anche per programmi di prevenzione, che saranno sempre più importanti vista l’emersione di patologie croniche, e per programmi di protezione sociale”, commenta Fedeli. “La popolazione italiana è sempre più longeva, con un’età media sempre più alta, e questo comporta che il servizio di welfare nazionale dovrà dotarsi di ulteriori fondi per coprire programmi sociali diversi e molto più integrati”.
Secondo le indagini citate nel documento, il 70% degli intervistati dice di conoscere bene gli equivalenti, ma solo il 45% preferisce acquistarli. Chi sceglie il farmaco di marca lo fa per abitudine o per dubbi su efficacia e qualità.
“Emerge sicuramente la necessità che anche le pubbliche amministrazioni siano coinvolte in un piano di comunicazione e di informazione su cosa sia il farmaco equivalente e sul perché sceglierlo nel proprio percorso di cura”, afferma Sara Santagostino, rappresentante del Dipartimento Welfare di comunità di ANCI Lombardia e vicesindaca di Settimo Milanese. “È evidente che questo piano debba coinvolgere anche chi è all’interno di questo percorso: i medici di medicina generale o di assistenza primaria, così come le farmacie. Come amministratori locali ritengo sia importante coinvolgere anche gli enti del Terzo Settore, che hanno a che fare con i cittadini e con i loro percorsi di cura”.
Il medico di famiglia chiaramente svolge un ruolo fondamentale nella scelta. Alla tavola rotonda sono intervenuti anche Anna Carla Pozzi, segretaria regionale FIMMG Lombardia, e Massimiliano Franco, segretario regionale SIMG Lombardia.
Dalla riflessione sono emersi spunti pratici su come si possano guidare medici e pazienti verso una scelta consapevole. Pozzi, per esempio, ha posto il tema delle confezioni: lo stesso principio attivo viene venduto in scatole molto diverse tra loro, il paziente si confonde e diventa difficile seguire l’aderenza alla terapia. Una proposta è rendere le confezioni per ciascun principio attivo simili, insieme a una verifica periodica con il paziente di ciò che assume.
Per misurare le resistenze prescrittive, Franco propone di contare quante volte il medico appone sulla ricetta dematerializzata la clausola di non sostituibilità.
Secondo Franco bisogna: “rafforzare la formazione dei medici sulla comunicazione al paziente, per trasmettere in modo efficace il messaggio della sovrapponibilità terapeutica; e rendere l’informazione ai cittadini trasversale e costante, coinvolgendo medicina generale, specialisti ospedalieri, case di comunità e farmacie”. Il documento guarda anche alla tecnologia, ha ricordato Osborn. Una delle ipotesi è un alert che, al momento della prescrizione, segnali al medico la disponibilità di un’alternativa meno costosa.
Gli autori del documento concludono: “Serve un cambio di paradigma che coinvolga tutti gli attori del sistema – pazienti, medici, farmacisti e istituzioni – per superare le resistenze ancora radicate. L’informazione chiara, la formazione e sensibilizzazione dei professionisti sanitari e un’unione di innovazioni tecnologiche e di strumenti regolatori più incisivi possono innescare un processo virtuoso di riforma sostenibile ed equa”.