Oltre tre milioni di screening in cinque anni e più di 19mila infezioni individuate: l’Italia è sulla strada giusta per eliminare l’epatite C. Per l’Iss, accanto ai successi emergono nuove sfide, come le malattie metaboliche del fegato, sempre più diffuse
L’Italia consolida il proprio percorso verso l’eliminazione dell’epatite C con numeri che raccontano una sanità pubblica capace di fare sistema. In cinque anni, più di 3 milioni di persone sono state sottoposte a screening e oltre 19mila infezioni attive sono state individuate. I dati, aggiornati a dicembre 2025 e presentati all’Istituto Superiore di Sanità, indicano una traiettoria concreta verso il traguardo fissato al 2030. Il quadro emerge dai dati aggiornati a dicembre 2025 e presentati all’Istituto Superiore di Sanità. Determinante si è rivelata la strategia della micro-eliminazione, che integra il test per l’HCV nei percorsi clinici già esistenti. Un approccio che consente di scoprire infezioni silenti e avviare rapidamente i pazienti alle cure, riducendo il rischio di complicanze gravi come cirrosi e tumore del fegato.
Infezioni senza rischio apparente: il nodo delle diagnosi tardive
Un elemento particolarmente rilevante riguarda le diagnosi emerse in persone senza fattori di rischio noti: circa 4mila casi. Un dato che ridisegna i confini della prevenzione, evidenziando come l’infezione possa essere stata contratta anni prima, anche attraverso procedure sanitarie o estetiche non adeguatamente sicure. Questo aspetto rafforza la necessità di ampliare ulteriormente lo screening, andando oltre le categorie tradizionalmente considerate a rischio e puntando a una maggiore equità nell’accesso alla diagnosi.
Un modello europeo, ma la sfida non è finita
Con oltre 280mila pazienti già trattati, l’Italia si conferma tra i Paesi leader in Europa nella lotta all’epatite C. Un risultato che testimonia l’efficacia delle strategie adottate e il coordinamento tra istituzioni, comunità scientifica e sistema sanitario. Ma il percorso non è concluso. La continuità degli interventi e il rafforzamento delle politiche di prevenzione restano condizioni essenziali per consolidare i risultati raggiunti.
La nuova frontiera: le malattie metaboliche del fegato
Accanto all’HCV, cresce l’attenzione per la malattia epatica dismetabolica (Masld) e per la sua forma più avanzata, Mash. Patologie in aumento, strettamente legate alla diffusione di obesità e diabete, che oggi interessano oltre il 30% della popolazione a livello globale. Una trasformazione epidemiologica che impone un cambio di paradigma: dalla gestione delle infezioni virali a quella delle malattie croniche legate agli stili di vita.
Prevenzione e territori: il ruolo delle comunità locali
La risposta passa sempre più dalla prevenzione e dal coinvolgimento dei territori. Alimentazione equilibrata, attività fisica e accesso a cure appropriate rappresentano strumenti chiave per ridurre il rischio di progressione della malattia. In questo contesto si inserisce anche l’iniziativa delle “Mash Cities”, rete internazionale di città impegnate nella promozione della salute epatica. La prima ad aderire è stata Bergamo, che punta a sviluppare interventi concreti a livello locale. Parallelamente, il progetto Ita-Masld, promosso dall’Iss, coinvolge oltre 100 centri multidisciplinari per definire il profilo clinico dei pazienti e orientare strategie sempre più mirate.
Tra risultati e nuove sfide: una sanità in evoluzione
Il quadro che emerge è quello di una sanità pubblica dinamica, capace di costruire modelli efficaci e, allo stesso tempo, chiamata ad anticipare nuove emergenze. La sfida è duplice: non disperdere i risultati ottenuti nella lotta all’epatite C e affrontare con strumenti adeguati l’avanzata delle patologie metaboliche.
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