Tutti i contagi kenioti appartengono a un unico focolaio e 134 contatti su 135 sono stati rintracciati e posti in quarantena. L'Africa CDC sostiene le attività di risposta all'emergenza nei due Paesi
Un nuovo caso di Ebola in Nigeria riporta l’attenzione sulla diffusione del virus in Africa. Le autorità sanitarie del Paese hanno confermato per la prima volta un’infezione da virus Bundibugyo, uno dei ceppi responsabili della malattia. La notizia è stata comunicata il 20 ottobre da Jean Kaseya, direttore generale dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC), organismo dell’Unione Africana. Kaseya ha riferito di aver ricevuto conferma direttamente dal ministro nigeriano del Coordinamento della Salute e del Benessere sociale, Muhammad Ali Pate. L’Africa CDC ha avviato il sostegno alle autorità nazionali per rafforzare la risposta all’emergenza e impedire ulteriori contagi nel Paese più popoloso del continente africano. La conferma del caso nigeriano arriva mentre il Kenya sta affrontando un focolaio dello stesso ceppo virale. Qui, secondo gli aggiornamenti diffusi il 20 ottobre dal ministero della Salute, il numero delle infezioni confermate è salito a nove, compreso un decesso. Due situazioni che richiedono attenzione e sorveglianza epidemiologica, con il tracciamento dei contatti e l’isolamento tempestivo delle persone contagiate tra le misure centrali per contenere la trasmissione.
In Kenya, il nuovo caso riguarda un uomo di 24 anni, familiare stretto del primo contagiato. Il giovane era già in quarantena quando sono comparsi i sintomi: è stato isolato, sottoposto ai test diagnostici e avviato al trattamento dopo la conferma dell’infezione, arrivata lunedì 19 ottobre. Le autorità sanitarie keniote sottolineano che tutti i nove casi identificati appartengono allo stesso gruppo epidemiologico. Al momento, quindi, non sono state rilevate evidenze di trasmissione al di fuori del focolaio conosciuto. Un elemento importante per valutare l’andamento dell’emergenza riguarda le condizioni delle persone contagiate. Secondo Patrick Amoth, direttore generale del ministero della Salute del Kenya, gli otto pazienti ancora in vita mostrano un miglioramento clinico e sono in condizioni stabili, sotto osservazione e assistiti da équipe sanitarie dedicate. Il ministero ha inoltre annunciato la ricezione di 500 dosi di farmaci destinati alla cura dei casi confermati. La gestione clinica si accompagna a un rafforzamento delle misure di prevenzione e controllo. Le autorità riferiscono che non sono state rilevate trasmissioni all’interno delle strutture di quarantena e che il personale sanitario impegnato nell’assistenza dispone dei dispositivi di protezione necessari.
Il contenimento del focolaio passa soprattutto dalla capacità di individuare tempestivamente tutte le persone che potrebbero essere entrate in contatto con i contagiati. In Kenya, secondo i dati comunicati dal ministero della Salute, sono stati rintracciati e posti in quarantena 134 dei 135 contatti identificati, pari al 99,3%. Il numero delle persone sottoposte a sorveglianza può aumentare con la conferma di nuovi casi, perché ogni contagio comporta l’individuazione e il monitoraggio dei relativi contatti. Il Paese ha inoltre distribuito materiali e attrezzature nelle aree considerate maggiormente esposte: forniture per la protezione individuale degli operatori sanitari, kit per il prelievo e il trasporto dei campioni, strumenti diagnostici e termometri. Le risorse sono state destinate a 12 contee classificate a rischio molto elevato e ad altre 16 considerate ad alto rischio. Un laboratorio dedicato è stato allestito anche presso l’unità per le malattie infettive del Kenyatta National Hospital, con l’obiettivo di gestire i test dei pazienti in cura riducendo il rischio di contaminazione e il sovraccarico del laboratorio principale dell’ospedale. Le autorità hanno inoltre annunciato che le persone entrate in quarantena il 6 ottobre e rimaste senza sintomi potranno completare il periodo di osservazione di 21 giorni a partire dal 25 ottobre. Al termine del periodo, in assenza di sintomi, potranno lasciare la quarantena secondo le indicazioni sanitarie. Il direttore generale del ministero ha invitato la popolazione ad accogliere nuovamente queste persone senza stigmatizzarle, ricordando che chi ha completato il periodo di osservazione senza manifestare sintomi non rappresenta un rischio di contagio.
Il virus Bundibugyo appartiene al genere Orthoebolavirus ed è uno degli agenti responsabili della malattia da virus Ebola. La patologia può provocare una malattia grave, caratterizzata da febbre, debolezza intensa, dolori muscolari, cefalea e disturbi gastrointestinali. Nei casi più severi possono comparire emorragie e complicanze potenzialmente fatali. La trasmissione avviene principalmente attraverso il contatto diretto con sangue e altri fluidi corporei di persone infette sintomatiche, oppure con materiali e superfici contaminati. Il virus può diffondersi anche attraverso il contatto con il corpo di una persona deceduta a causa dell’infezione. Non si trasmette invece attraverso la semplice vicinanza a una persona che non presenta sintomi. Il periodo di incubazione può variare da 2 a 21 giorni: durante questa fase, prima della comparsa dei sintomi, le persone infette non sono considerate contagiose secondo le conoscenze consolidate sulla trasmissione della malattia. La rapidità nell’identificazione dei casi sospetti, l’isolamento tempestivo, il tracciamento dei contatti e l’adozione di adeguate precauzioni per gli operatori sanitari sono quindi fondamentali per interrompere le catene di trasmissione.
La conferma del primo caso in Nigeria e l’evoluzione del focolaio in Kenya richiamano l’importanza di sistemi sanitari in grado di individuare rapidamente le infezioni e attivare misure di contenimento coordinate. Nel caso keniota, il fatto che tutti i casi confermati siano riconducibili a un unico gruppo e che la maggior parte dei contatti sia già stata rintracciata rappresenta un elemento favorevole nella gestione dell’emergenza. Resta tuttavia essenziale proseguire il monitoraggio, soprattutto quando emergono nuove infezioni che possono richiedere l’ampliamento delle attività di tracciamento. Per la Nigeria, l’intervento dell’Africa CDC punta a sostenere le autorità nazionali nelle attività necessarie a contenere il virus e prevenire ulteriori contagi. Le informazioni disponibili sulla conferma del primo caso non consentono, al momento, di delineare in modo completo l’estensione dell’evento epidemiologico nel Paese. Il Kenya, dal canto suo, ha dichiarato di non aver introdotto restrizioni ai viaggi, al commercio o agli assembramenti pubblici. La gestione dell’emergenza si concentra sulle misure di sorveglianza, sull’assistenza ai contagiati e sulla protezione delle persone potenzialmente esposte. In entrambi i Paesi, l’evoluzione della situazione dipenderà dalla capacità di individuare precocemente eventuali nuovi casi, garantire assistenza adeguata e mantenere efficaci le misure di prevenzione e controllo.
Intanto, dopo la conferma del primo caso importato in Nigeria, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) invita i Paesi della regione africana a mantenere alta la vigilanza e a intensificare i controlli nei punti di ingresso. La persona contagiata è una donna con una recente storia di viaggio in Uganda, arrivata in Nigeria quattro giorni prima della comparsa dei sintomi, il 7 ottobre. L’infezione da virus Bundibugyo è stata confermata in laboratorio il 20 ottobre. La donna è attualmente ricoverata in isolamento e riceve assistenza medica. Sono in corso le indagini per ricostruire la fonte del contagio e i suoi spostamenti: finora sono stati individuati 44 contatti, sottoposti a monitoraggio, mentre proseguono le attività per rintracciare altre persone potenzialmente esposte. Le autorità hanno inoltre rafforzato le misure di prevenzione e controllo delle infezioni nella struttura sanitaria privata alla quale la donna si era rivolta. L’Oms sottolinea che l’identificazione tempestiva dei casi, il tracciamento dei contatti e la protezione degli operatori sanitari sono fondamentali per contenere la trasmissione. Ai Paesi della regione raccomanda quindi di rafforzare la sorveglianza epidemiologica, garantire la capacità diagnostica dei laboratori e mantenere pronte le squadre di risposta rapida. Nonostante l’invito a intensificare i controlli, l’agenzia delle Nazioni Unite continua a sconsigliare restrizioni ai viaggi e agli scambi commerciali con i Paesi interessati, precisando che la valutazione del rischio viene aggiornata in base all’evoluzione dell’epidemia.
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