Salute 11 Marzo 2026 10:12

Donne e demenza, un test del sangue può prevederla fino a 25 anni prima

Un biomarcatore nel sangue, la proteina tau fosforilata 217 (p-tau217), potrebbe consentire di identificare il rischio di demenza con decenni di anticipo. Lo suggerisce uno studio pubblicato su JAMA Network Open

di Isabella Faggiano
Donne e demenza, un test del sangue può prevederla fino a 25 anni prima

Un semplice esame del sangue potrebbe permettere di prevedere il rischio di demenza fino a 25 anni prima della comparsa dei sintomi. È quanto emerge da uno studio pubblicato su JAMA Network Open, che ha individuato nella proteina tau fosforilata 217 (p-tau217) un biomarcatore particolarmente promettente per identificare precocemente i segnali della malattia. La ricerca, condotta da un gruppo di scienziati della University of California San Diego, chiarisce che livelli più elevati di p-tau217 nel sangue sono fortemente associati allo sviluppo futuro di deterioramento cognitivo lieve e demenza, anche quando le persone sono ancora completamente asintomatiche. “Il nostro studio suggerisce che potremmo essere in grado di identificare le donne a rischio elevato di demenza decenni prima che i sintomi emergano – spiega Aladdin H. Shadyab, primo autore dello studio e professore associato alla Herbert Wertheim School of Public Health and Human Longevity Science e alla School of Medicine dell’Università della California a San Diego -. Un anticipo così lungo apre la strada a strategie di prevenzione più precoci e a un monitoraggio più mirato, invece di intervenire solo quando i problemi di memoria influenzano già la vita quotidiana”.

Lo studio su oltre 2.700 donne seguite per 25 anni

I risultati si basano sui dati di 2.766 partecipanti al Women’s Health Initiative Memory Study, un grande studio statunitense che ha arruolato donne tra 65 e 79 anni alla fine degli anni Novanta e le ha seguite per un periodo massimo di 25 anni. All’inizio dello studio tutte le partecipanti non presentavano segni di deterioramento cognitivo. I campioni di sangue raccolti al momento dell’arruolamento sono stati analizzati anni dopo per misurare i livelli di p-tau217, una forma della proteina tau legata ai cambiamenti cerebrali tipici della malattia di Alzheimer. Durante il lungo periodo di follow-up, 1.311 donne hanno sviluppato deterioramento cognitivo lieve o demenza. L’analisi ha mostrato che chi aveva livelli più elevati di p-tau217 all’inizio dello studio presentava una probabilità molto maggiore di sviluppare demenza negli anni successivi. In particolare, il rischio aumentava progressivamente con l’aumentare del biomarcatore: le donne con i livelli più alti di p-tau217 erano quelle con la maggiore probabilità di sviluppare demenza nel lungo periodo.

Età, genetica e terapia ormonale influenzano il rischio

Lo studio ha inoltre evidenziato che l’associazione tra p-tau217 e declino cognitivo non è identica per tutte le persone. I livelli elevati del biomarcatore risultavano infatti più fortemente associati al rischio di deterioramento cognitivo o demenza nelle donne con più di 70 anni e in quelle portatrici della variante genetica APOE e4, uno dei principali fattori di rischio per la malattia di Alzheimer. Un altro elemento emerso riguarda la terapia ormonale: il biomarcatore si è dimostrato più predittivo di demenza nelle donne randomizzate al trattamento con estrogeni più progestinici rispetto al placebo. Sono state osservate anche differenze tra donne bianche e nere nell’intensità dell’associazione. Tuttavia, quando i ricercatori hanno combinato il biomarcatore con l’età, la capacità di prevedere la demenza è risultata simile nei due gruppi.

Un test promettente ma non ancora per l’uso clinico

Secondo gli autori, i biomarcatori ematici come p-tau217 rappresentano una prospettiva molto interessante perché meno invasivi e potenzialmente più accessibili rispetto ad altre tecniche diagnostiche. “I biomarcatori del sangue sono particolarmente promettenti perché potrebbero essere utilizzati più facilmente rispetto all’imaging cerebrale o agli esami del liquido cerebrospinale -sottolinea Linda K. McEvoy, autrice senior dello studio e ricercatrice del Kaiser Permanente Washington Health Research Institute -. Questo potrebbe accelerare la ricerca sui fattori che influenzano il rischio di demenza e aiutare a valutare strategie per ridurlo”. Gli stessi ricercatori precisano però che i test basati su biomarcatori ematici non sono ancora raccomandati nella pratica clinica per persone senza sintomi cognitivi. Serviranno ulteriori studi per capire come utilizzare questi strumenti nella routine sanitaria e se una diagnosi così precoce possa realmente modificare il decorso della malattia. L’obiettivo finale, concludono gli autori, non è solo prevedere la demenza ma intervenire prima che si sviluppi, ritardandola o prevenendola del tutto.

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