Salute 17 Luglio 2026 13:46

Dolcificanti, uno studio ne indaga gli effetti sul microbiota intestinale

Uno studio dell’Università di Cambridge su 39 dolcificanti mostra effetti diretti sulla crescita dei batteri intestinali e oltre 100 interazioni inattese con farmaci e additivi.

di Arnaldo Iodice
Dolcificanti, uno studio ne indaga gli effetti sul microbiota intestinale

Un ampio studio di laboratorio dell’Università di Cambridge ha evidenziato che molti dolcificanti di uso comune potrebbero non essere sostanze biologicamente inattive, ma influenzare direttamente la crescita dei batteri intestinali. La ricerca, pubblicata su Molecular Systems Biology, ha analizzato 39 dolcificanti artificiali e a basso contenuto calorico, valutandone l’effetto su 25 specie batteriche rappresentative del microbiota umano.

I ricercatori hanno osservato che circa tre quarti dei dolcificanti testati hanno modificato la crescita di almeno una specie batterica, in alcuni casi riducendo o bloccando lo sviluppo di microrganismi considerati importanti per la salute digestiva, il metabolismo e la regolazione del sistema immunitario. L’effetto più marcato è stato rilevato dalla combinazione tra isosteviolo, un dolcificante utilizzato nell’industria alimentare, e duloxetina, un farmaco antidepressivo.

I due composti insieme hanno ridotto significativamente la crescita di Roseburia intestinalis e Parabacteroides merdae, due batteri associati a un microbiota intestinale equilibrato. Gli autori sottolineano però che i risultati derivano da esperimenti in laboratorio e non dimostrano che gli stessi effetti si verifichino nell’organismo umano.

Dal consumo quotidiano ai possibili effetti sul microbiota

I dolcificanti sono presenti in moltissimi prodotti consumati quotidianamente: bevande senza zucchero, caramelle, dessert, cereali per la colazione, snack e persino alcuni farmaci utilizzati per mascherare sapori sgradevoli. Il loro successo deriva dalla capacità di offrire un gusto dolce con un apporto calorico ridotto rispetto allo zucchero, motivo per cui vengono spesso considerati strumenti utili per controllare il peso e la glicemia.

Negli ultimi anni, tuttavia, diversi studi hanno osservato associazioni tra consumo di dolcificanti e condizioni come diabete di tipo 2, obesità e altre alterazioni metaboliche. Queste osservazioni non dimostrano un rapporto diretto di causa-effetto, ma hanno spinto gli scienziati a indagare i possibili meccanismi biologici coinvolti. Uno dei principali sospettati è proprio il microbiota intestinale, l’insieme di miliardi di microrganismi che abitano il tratto digestivo e che svolgono funzioni fondamentali: aiutano a trasformare gli alimenti, producono molecole utili, contribuiscono alla maturazione del sistema immunitario e influenzano il metabolismo. Cambiamenti nella composizione o nell’equilibrio di questa comunità possono avere conseguenze sull’intero organismo.

Secondo la professoressa Kiran Patil, dell’Unità di Tossicologia del Medical Research Council (MRC) dell’Università di Cambridge, finora gran parte delle conoscenze sugli effetti dei dolcificanti deriva da studi epidemiologici o condotti sugli animali. Questi lavori hanno suggerito un possibile ruolo del microbiota, ma non hanno chiarito se i dolcificanti agiscano direttamente sui batteri intestinali.

“La maggior parte di ciò che sappiamo sul potenziale impatto dei dolcificanti sulla nostra salute deriva da ricerche sugli animali o da studi sulla popolazione. Sebbene questi studi abbiano indicato il coinvolgimento del microbiota intestinale nella mediazione dell’effetto dei dolcificanti, è difficile capire come questi agiscano nell’organismo: attraverso interazioni dirette con i batteri intestinali?”, ha spiegato Patil.

Oltre 100 combinazioni analizzate: quando dolcificanti e altre sostanze cambiano effetto

Per comprendere meglio il comportamento dei dolcificanti in condizioni più vicine alla vita quotidiana, i ricercatori non si sono limitati a studiare singole sostanze isolate. Nella realtà, infatti, i dolcificanti vengono raramente consumati da soli: possono essere assunti insieme a caffeina nelle bibite, aromi nei prodotti alimentari o principi attivi all’interno dei medicinali. “Rispondere a questa domanda è ulteriormente complicato dal fatto che raramente assumiamo dolcificanti da soli: li prendiamo con le bevande, negli snack o persino nei farmaci per mascherarne l’amaro”, ha spiegato la dottoressa Sonja Blasche, autrice principale dello studio.

Il gruppo di ricerca ha quindi combinato i dolcificanti con diverse sostanze comunemente presenti negli alimenti e nei farmaci, tra cui caffeina, vanillina, advantame e otto medicinali di uso comune. L’analisi ha permesso di identificare più di 100 interazioni in cui l’effetto di un dolcificante sui batteri cambiava in presenza di un altro composto.

In 34 casi l’effetto risultava più intenso, mentre in 68 casi diventava più debole. Questo indica che l’impatto di un determinato dolcificante potrebbe dipendere anche da ciò che viene assunto contemporaneamente, rendendo più complessa la valutazione della sua influenza sul microbiota.

La combinazione che ha attirato maggiormente l’attenzione degli scienziati è stata quella tra isosteviolo e duloxetina. Utilizzato nel trattamento della depressione, dell’ansia e di alcune forme di dolore cronico, il farmaco ha mostrato un’interazione particolarmente significativa con il dolcificante. Quando somministrati insieme, i due composti hanno fortemente ridotto la crescita di Roseburia intestinalis e Parabacteroides merdae. Entrambe le specie sono considerate componenti rilevanti del microbiota intestinale e sono state associate alla salute digestiva e alla regolazione del metabolismo.

Per avvicinarsi ulteriormente alla complessità dell’intestino umano, i ricercatori hanno poi creato una comunità microbica artificiale contenente tutte le 25 specie batteriche analizzate. Dopo averla esposta alle diverse combinazioni, hanno osservato quali microrganismi aumentavano o diminuivano e come cambiava la diversità complessiva della comunità.

Isosteviolo e duloxetina riducono la diversità microbica

Nella comunità batterica sintetica, la combinazione di isosteviolo e duloxetina ha provocato una riduzione della diversità microbica, un parametro generalmente considerato indicativo di un microbiota più stabile e resiliente. Gli esperimenti hanno inoltre mostrato un cambiamento negli equilibri interni della comunità: alcune specie batteriche sono diventate più abbondanti mentre altre sono diminuite. Secondo i ricercatori, queste modificazioni potrebbero influenzare anche il rapporto tra microbi intestinali e cellule dell’organismo, aumentando potenzialmente la tossicità verso alcune cellule e alterando processi legati all’infiammazione e alla risposta immunitaria.

Servono studi sull’uomo per capire il reale impatto sulla salute

Gli autori dello studio sottolineano che i risultati non devono essere interpretati come una prova che i dolcificanti o le combinazioni analizzate provochino danni nelle persone. Gli esperimenti sono stati condotti in condizioni controllate di laboratorio, utilizzando batteri isolati e modelli cellulari che non possono riprodurre completamente la complessità dell’apparato digerente umano.

Nel corpo umano, infatti, i dolcificanti possono essere assorbiti, trasformati chimicamente, diluiti o degradati prima di raggiungere i microrganismi intestinali. Inoltre, fattori individuali come dieta, genetica, farmaci assunti e composizione del microbiota possono modificare profondamente la risposta. Saranno quindi necessari studi clinici per verificare se queste interazioni avvengano realmente nell’uomo, quali quantità di dolcificanti siano necessarie per produrre effetti rilevabili e se eventuali cambiamenti del microbiota abbiano conseguenze sulla salute.

Come ha spiegato il professor Patil, autore senior della ricerca: “Il nostro studio suggerisce che i dolcificanti artificiali non attraversano passivamente il corpo, ma possono interagire con i microbi intestinali e questi effetti possono essere amplificati o modificati da altre sostanze come i farmaci. Questi risultati possono contribuire a orientare nuovi studi verso la comprensione di come i dolcificanti possano influenzare la salute in modi inaspettati”.

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