Analizzati i dati genetici di 13.000 pazienti e oltre 1,1 milioni di controlli. Lo studio apre nuove prospettive per comprendere le basi biologiche del disturbo e sviluppare terapie più mirate.
Un team internazionale guidato dal Central Institute of Mental Health (CIMH) di Mannheim, in Germania, ha realizzato il più grande studio di associazione sull’intero genoma (GWAS) mai condotto sul disturbo borderline di personalità (DBP). I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Genetics, derivano dall’analisi dei dati genetici di circa 13.000 persone con diagnosi di disturbo borderline e oltre 1,1 milioni di soggetti di controllo provenienti da 14 Paesi.
Lo studio ha individuato 11 regioni genomiche indipendenti associate a un aumento del rischio di sviluppare la patologia e nove geni candidati che potrebbero svolgere un ruolo diretto nella sua comparsa. La ricerca rappresenta un passo importante verso la comprensione delle basi biologiche di un disturbo psichiatrico grave e ancora privo di trattamenti farmacologici specifici.
Che cos’è il disturbo borderline e cosa ha scoperto il GWAS
Il disturbo borderline di personalità è una malattia mentale complessa caratterizzata da intensa instabilità emotiva, impulsività, alterazione dell’immagine di sé e marcate difficoltà nelle relazioni interpersonali. Esordisce spesso durante l’adolescenza e interessa tra lo 0,9% e l’1,9% della popolazione dei Paesi occidentali, con una frequenza diagnostica maggiore nelle donne. Molti pazienti manifestano comportamenti autolesionistici, ideazione suicidaria o ripetuti tentativi di suicidio, rendendo il DBP una delle condizioni psichiatriche a più elevato impatto clinico e sociale. Nonostante ciò, i meccanismi biologici alla base della malattia sono rimasti finora poco conosciuti.
Per colmare questa lacuna, i ricercatori hanno analizzato milioni di polimorfismi a singolo nucleotide (SNP), confrontando il patrimonio genetico dei pazienti con quello dei controlli sani. L’analisi ha portato all’identificazione di 11 loci genomici indipendenti e di nove geni potenzialmente coinvolti nello sviluppo del disturbo, fornendo nuovi indizi sui meccanismi molecolari che potrebbero contribuire alla sua insorgenza.
Una malattia poligenica con legami genetici ad altre patologie
Lo studio ha inoltre stimato che il 17,3% della suscettibilità al disturbo borderline possa essere attribuito alle varianti genetiche analizzate. I ricercatori hanno sviluppato anche un punteggio poligenico (Polygenic Score, PGS), che ha mostrato una capacità predittiva pari al 4,6% sulla stessa scala, confermando che il rischio non dipende da un singolo gene ma dall’effetto combinato di numerose varianti genetiche.
“Nella nostra analisi, siamo stati in grado di identificare diversi nuovi geni di rischio per il disturbo borderline di personalità (DBP), un passo importante verso una comprensione più approfondita dell’architettura genetica di questa complessa malattia. I risultati mostrano chiaramente che il disturbo borderline di personalità, come altre malattie mentali, ha una base poligienica”, afferma la dottoressa Stephanie Witt, vicedirettrice del Dipartimento di Epidemiologia Genetica in Psichiatria del CIMH e ultima autrice dello studio. L’analisi ha inoltre evidenziato importanti sovrapposizioni genetiche con altre patologie psichiatriche, tra cui disturbo da stress post-traumatico (PTSD), depressione, ADHD, comportamento antisociale, comportamenti suicidari e autolesionistici. Sono emerse anche correlazioni con alcune malattie fisiche, come broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e diabete, suggerendo l’esistenza di meccanismi biologici condivisi.
Verso una medicina più personalizzata
“Il disturbo borderline di personalità è una delle malattie mentali più gravi, eppure sappiamo sorprendentemente poco sulla sua base biologica. Il nostro studio dimostra per la prima volta a livello genetico che il disturbo borderline di personalità è associato a una varietà di altre patologie psichiatriche e fisiche”, spiega il dottor Fabian Streit, autore principale dello studio. Secondo il ricercatore, queste evidenze potrebbero favorire in futuro una migliore comprensione delle cause della malattia e lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche.
Più dati e maggiore diversità per sviluppare nuove terapie
Gli autori sottolineano che questi risultati rappresentano soltanto l’inizio di un percorso di ricerca destinato ad ampliarsi con dataset sempre più grandi. Il professor Stephan Ripke, della Charité-Universitätsmedizin Berlin, paragona infatti l’attuale situazione del disturbo borderline ai primi studi genetici sulla schizofrenia di circa quindici anni fa, quando furono identificati pochi loci di rischio prima dell’espansione delle grandi collaborazioni internazionali.
Per accelerare i progressi sarà fondamentale coinvolgere popolazioni con origini ancestrali più diversificate, integrare i dati genetici con informazioni cliniche dettagliate e con fattori ambientali, come le esperienze traumatiche, oltre a utilizzare analisi epigenomiche e trascrittomiche. Anche il professor Christian Schmahl, direttore della Clinica di Psicosomatica e Medicina Psicoterapeutica del CIMH, ritiene che lo studio rafforzi l’approccio transdiagnostico e l’importanza di adattare le cure alle numerose comorbidità. I ricercatori renderanno disponibili i dati raccolti alla comunità scientifica, con l’obiettivo di favorire nuove ricerche e facilitare lo sviluppo di farmaci più efficaci, considerato che i medicinali supportati da solide evidenze genetiche hanno maggiori probabilità di successo negli studi clinici.
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