Nutri e Previeni 9 Settembre 2026 16:49

Disturbi alimentari, il rischio è maggiore tra gli adolescenti più svantaggiati

I disturbi alimentari non riguardano solo le famiglie più agiate: la revisione di decine di studi mostra una maggiore presenza di sintomi tra gli adolescenti che vivono in condizioni socioeconomiche più svantaggiate, con possibili implicazioni per diagnosi precoce, prevenzione e accesso alle cure

di Viviana Franzellitti
Disturbi alimentari, il rischio è maggiore tra gli adolescenti più svantaggiati

Per molto tempo anoressia, bulimia e altri disturbi alimentari sono stati associati soprattutto a contesti familiari benestanti, contribuendo a costruire l’immagine di patologie legate all’abbondanza e a determinati ambienti sociali. Una nuova revisione sistematica mette però in discussione questa rappresentazione e porta l’attenzione su una fascia di adolescenti che potrebbe essere maggiormente esposta al rischio e, allo stesso tempo, più difficile da intercettare dai servizi. L’analisi ha esaminato le evidenze disponibili sul rapporto tra condizioni socioeconomiche familiari e sintomi di alimentazione disordinata durante l’adolescenza, prendendo in considerazione studi condotti principalmente in Nord America, Europa e Australia. La ricerca, pubblicata sull’International Journal of Eating Disorders, è stata realizzata da ricercatori dell’University College London e del Copenhagen University Hospital. Gli autori hanno analizzato la letteratura scientifica disponibile attraverso sei banche dati, seguendo una metodologia sistematica. La ricerca iniziale ha individuato 56.653 record, dai quali sono stati selezionati gli studi pertinenti; complessivamente, la revisione aggiornata ha incluso 60 studi. Il risultato è particolarmente rilevante: gli adolescenti appartenenti a famiglie con minori risorse economiche e livelli di istruzione genitoriale più bassi hanno mostrato, nel complesso, una maggiore frequenza di sintomi di alimentazione disordinata. Un dato che non riguarda soltanto l’epidemiologia dei disturbi alimentari, ma solleva interrogativi importanti sulla capacità del sistema sanitario di riconoscere tempestivamente il problema e garantire a tutti un accesso equo alla diagnosi e alla presa in carico.

L’idea che i disturbi alimentari siano soprattutto un problema dei più agiati

L’immagine del disturbo alimentare come patologia tipica delle classi sociali più elevate è stata alimentata anche dalla storia della ricerca e dalla maggiore rappresentazione, in passato, di determinate popolazioni nei servizi specialistici. Questo ha contribuito a creare uno stereotipo difficile da superare: quello di un adolescente con disturbo alimentare proveniente da una famiglia economicamente stabile e culturalmente privilegiata. Le evidenze raccolte nella revisione suggeriscono invece che la vulnerabilità può essere maggiore proprio nei contesti caratterizzati da condizioni socioeconomiche più difficili. Non si tratta di sostenere che la povertà provochi direttamente un disturbo alimentare. I disturbi alimentari sono condizioni complesse, nelle quali interagiscono fattori biologici, psicologici, familiari, sociali e ambientali. Il punto è un altro: le condizioni sociali possono influenzare sia il rischio di sviluppare determinati sintomi sia la possibilità che questi vengano riconosciuti e trattati tempestivamente.

Più basso è il livello di istruzione dei genitori, maggiore è la frequenza dei sintomi

Uno degli indicatori socioeconomici più analizzati negli studi è stato il livello di istruzione dei genitori. La meta-analisi condotta su questo parametro ha evidenziato una minore probabilità di sintomi di disturbo alimentare tra gli adolescenti con genitori caratterizzati da livelli di istruzione più elevati. L’associazione è risultata statisticamente significativa, con un odds ratio di 0,83, e un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,72 e 0,95. Anche il reddito familiare ha mostrato complessivamente un’associazione inversa con la presenza di sintomi, particolarmente evidente per i comportamenti di binge eating, caratterizzati da episodi di alimentazione con perdita di controllo. Il dato va interpretato con cautela: un’associazione statistica non dimostra un rapporto di causa-effetto. Avere un reddito più basso o genitori meno istruiti non significa quindi essere destinati a sviluppare un disturbo alimentare. La condizione socioeconomica rappresenta piuttosto uno dei possibili elementi che, insieme a numerosi altri fattori, possono contribuire a determinare il rischio.

Quando le difficoltà economiche possono incidere anche sul rapporto con il cibo

Uno dei possibili meccanismi discussi riguarda la sicurezza alimentare. Vivere in una famiglia con risorse economiche limitate può significare avere un accesso meno stabile e prevedibile agli alimenti. Questa condizione può favorire modalità di alimentazione irregolari e comportamenti caratterizzati dall’alternanza tra restrizione e consumo eccessivo di cibo. La letteratura ha inoltre evidenziato associazioni tra insicurezza alimentare e alcuni comportamenti tipici dell’alimentazione disordinata, comprese abbuffate, digiuno e condotte compensatorie. A questo può aggiungersi lo stress cronico associato alle difficoltà economiche e sociali, che può avere ripercussioni sul benessere psicologico degli adolescenti. Gli autori sottolineano tuttavia che questi meccanismi devono essere ulteriormente studiati: la revisione individua associazioni nella popolazione, ma non consente di stabilire con certezza attraverso quali percorsi individuali si sviluppino i sintomi.

Il problema non è solo chi sviluppa i sintomi, ma chi viene riconosciuto

È proprio sul terreno della diagnosi che il risultato assume una particolare rilevanza per la sanità. Se il disturbo alimentare continua a essere associato nell’immaginario comune a determinati gruppi sociali, un adolescente che non corrisponde a quel profilo rischia di essere riconosciuto più tardi. Il problema può riguardare sia le famiglie, che potrebbero non identificare immediatamente i segnali, sia gli stessi professionisti sanitari. Restrizione alimentare, abbuffate, comportamenti compensatori, digiuno o una crescente preoccupazione per il peso e la forma del corpo possono infatti presentarsi in ragazzi molto diversi tra loro. Anche il peso corporeo, da solo, non consente di stabilire la presenza o l’assenza di un disturbo alimentare. Riconoscere precocemente i segnali significa quindi andare oltre gli stereotipi, osservando comportamenti, cambiamenti psicologici e alimentari e condizioni complessive dell’adolescente.

Per i pazienti più vulnerabili possono sommarsi più ostacoli all’accesso alle cure

La condizione socioeconomica può inoltre incidere sull’accesso concreto ai servizi. Una famiglia con risorse limitate può incontrare maggiori difficoltà nel sostenere costi indiretti delle cure, negli spostamenti verso i centri specialistici o nell’organizzare visite e controlli. A queste barriere possono aggiungersi differenze territoriali nella disponibilità dei servizi e nei tempi di presa in carico. Se contemporaneamente il disturbo viene riconosciuto più tardi, il rischio è che le disuguaglianze si amplifichino: chi parte da una condizione di maggiore vulnerabilità può incontrare anche maggiori difficoltà nell’arrivare alla diagnosi e accedere al trattamento. Per questo il dato della revisione riguarda direttamente il tema dell’equità nell’assistenza sanitaria.

La prevenzione deve raggiungere anche chi è più difficile da intercettare

La revisione suggerisce quindi di ripensare le strategie di prevenzione e identificazione precoce. Non basta sapere che i disturbi alimentari possono colpire adolescenti di qualsiasi estrazione sociale: occorre fare in modo che la possibilità di essere riconosciuti e presi in carico non dipenda dalla situazione economica della famiglia. Pediatri, medici di medicina generale, professionisti della salute mentale, servizi territoriali e scuola possono avere un ruolo importante nell’intercettazione dei segnali. Una maggiore attenzione ai gruppi più vulnerabili non dovrebbe però tradursi in uno screening rivolto esclusivamente alle famiglie svantaggiate. L’obiettivo è piuttosto costruire percorsi capaci di intercettare il disturbo indipendentemente dal reddito, dall’istruzione, dal peso corporeo o dal contesto familiare.

Cosa cambia concretamente per il Servizio sanitario

Il valore della ricerca, dal punto di vista dei pazienti, non sta nell’introduzione di una nuova terapia, ma nella possibilità di migliorare diagnosi, prevenzione e accessibilità dei percorsi di cura. Considerare le disuguaglianze socioeconomiche significa interrogarsi su chi arriva ai servizi, chi viene indirizzato verso uno specialista, quanto tempo passa prima della diagnosi e quali ostacoli possono impedire alla famiglia di completare il percorso assistenziale. Sono aspetti particolarmente importanti nei disturbi alimentari, nei quali la tempestività della presa in carico può avere un ruolo determinante nel percorso clinico. La ricerca invita quindi a non limitarsi a offrire formalmente gli stessi servizi a tutti, ma a valutare se tutti abbiano realmente la stessa possibilità di raggiungerli e utilizzarli.

Superare lo stereotipo per ridurre le disuguaglianze nella cura

Il messaggio centrale della revisione è dunque chiaro: i disturbi alimentari non sono patologie riservate alle famiglie più ricche. Le evidenze raccolte indicano, al contrario, una maggiore presenza di sintomi tra gli adolescenti che vivono in condizioni socioeconomiche più svantaggiate. Questo non significa trasformare il reddito in un nuovo criterio diagnostico, né stabilire un rapporto automatico tra povertà e disturbo alimentare. Significa riconoscere che gli stereotipi possono diventare una barriera alla diagnosi e che le condizioni sociali possono contribuire alle disuguaglianze nell’accesso alla prevenzione e alle cure. Per il sistema sanitario la sfida è quindi duplice: migliorare la capacità di riconoscere i disturbi alimentari in tutti gli adolescenti e, nello stesso tempo, garantire che chi vive in condizioni di maggiore vulnerabilità non rimanga escluso dai percorsi di assistenza.

Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato