Nutri e Previeni 21 Ottobre 2026 12:24

Dieci diete diverse associate a un invecchiamento biologico più lento: lo studio

Dalla dieta mediterranea alla DASH, dieci modelli alimentari sono risultati associati a un rallentamento dell’invecchiamento biologico in uno studio su circa 7.500 persone pubblicato su Nature Communications.

di Arnaldo Iodice
Dieci diete diverse associate a un invecchiamento biologico più lento: lo studio

Un’alimentazione sana è associata a un invecchiamento biologico più lento, indipendentemente dal modello alimentare seguito. È quanto emerge da uno studio condotto dal Centro tedesco per le malattie neurodegenerative (DZNE), che ha analizzato i dati di circa 7.500 uomini e donne, individuando un’associazione favorevole con tutti e dieci i regimi alimentari esaminati. Tra questi figurano la dieta mediterranea, quella nordica, i modelli a base vegetale e la dieta DASH, sviluppata per contribuire a ridurre la pressione sanguigna.

I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Communications, sono stati ottenuti analizzando i dati dello studio Rheinland del DZNE e successivamente verificati su una seconda popolazione, coinvolta nello studio EPIC-Potsdam. I ricercatori hanno valutato l’invecchiamento attraverso indicatori molecolari ricavati dal sangue, anziché basarsi esclusivamente sull’età anagrafica. Le associazioni osservate sono risultate generalmente coerenti, pur con differenze di entità contenuta tra i diversi regimi alimentari. I risultati suggeriscono quindi che non esista un’unica dieta ideale per favorire un invecchiamento più sano.

L’età biologica misurata attraverso la metilazione del DNA

Per valutare la relazione tra alimentazione e invecchiamento, i ricercatori hanno utilizzato informazioni sulle abitudini alimentari e campioni di sangue di 6.470 partecipanti allo studio Rheinland, condotto a Bonn, in Germania. I risultati sono stati poi verificati su altri 1.034 partecipanti allo studio EPIC-Potsdam, realizzato dall’Istituto tedesco di nutrizione umana di Potsdam-Rehbrücke. Il gruppo di ricerca ha concentrato l’attenzione sulla metilazione del DNA, un processo caratterizzato da modifiche chimiche che contribuiscono a regolare l’attività dei geni e il funzionamento delle cellule.

Queste modifiche si trasformano con l’avanzare dell’età secondo schemi relativamente prevedibili e possono essere utilizzate per stimare l’età biologica dell’organismo. Quest’ultima fornisce informazioni sullo stato di invecchiamento a livello molecolare, distinguendosi dall’età cronologica, che indica semplicemente il tempo trascorso dalla nascita. Per ottenere una valutazione più articolata, il team ha applicato tre diversi orologi epigenetici, strumenti che stimano l’invecchiamento sulla base di specifici marcatori molecolari. L’analisi ha coinvolto circa 850.000 siti del DNA, un numero pari a circa il doppio di quello esaminato nella maggior parte degli studi precedenti. Secondo gli autori, questa ampiezza di analisi ha permesso di approfondire il rapporto tra differenti modelli alimentari e i processi biologici associati all’invecchiamento.

Dieci modelli alimentari, risultati complessivamente coerenti

Per confrontare i regimi alimentari, gli scienziati hanno valutato quanto le abitudini dichiarate dai partecipanti fossero aderenti alle raccomandazioni previste per ciascun modello, assegnando specifici punteggi. Poiché le diverse diete si basano su criteri nutrizionali differenti, gli stessi individui potevano ottenere risultati elevati per un regime e più bassi per un altro. In pratica, seguire un’alimentazione sana secondo le indicazioni di una dieta non significava necessariamente rispettare anche quelle di tutte le altre.

Nonostante queste differenze, l’associazione generale è rimasta costante: una maggiore aderenza a ciascuno dei dieci modelli alimentari era collegata a un invecchiamento biologico più lento. Alcune diete hanno mostrato associazioni più forti, ma le differenze assolute sono risultate relativamente modeste. La ricerca non individua quindi un regime alimentare nettamente superiore agli altri, bensì diverse possibilità compatibili con un invecchiamento più favorevole.

La responsabile dello studio, Monique Breteler, direttrice delle Scienze della salute pubblica presso il DZNE, sottolinea che i risultati lasciano spazio alle preferenze personali e culturali, oltre che ai gusti e alle disponibilità economiche. Il dato rilevante, secondo gli autori, è la coerenza dell’associazione tra i diversi modelli, non la ricerca di una dieta perfetta da seguire in ogni circostanza.

Il legame con l’invecchiamento è più evidente nei fumatori

Un risultato specifico riguarda i partecipanti che fumavano. In questo gruppo, l’associazione tra una maggiore aderenza a un’alimentazione sana e un invecchiamento biologico più lento è risultata più marcata rispetto a quella osservata nei non fumatori. La differenza è emersa nonostante i fumatori, nel complesso, non seguissero necessariamente regimi alimentari più salutari.

I ricercatori non hanno ancora chiarito quali meccanismi possano spiegare questa osservazione. Una delle ipotesi è che il danno biologico provocato dal fumo lasci un margine maggiore per rilevare gli effetti favorevoli associati a un’alimentazione sana. Si tratta, tuttavia, di una possibile spiegazione, che dovrà essere verificata attraverso ulteriori ricerche. Gli autori ribadiscono che questo risultato non ridimensiona i rischi del tabacco, i cui effetti nocivi sulla salute sono ampiamente documentati. L’associazione osservata non significa che una dieta equilibrata possa compensare i danni del fumo, né che i fumatori possano ridurne le conseguenze affidandosi soltanto all’alimentazione. Indica piuttosto che le abitudini alimentari possono rappresentare un elemento rilevante anche in presenza di altri fattori di rischio, senza sostituire le misure necessarie per contrastarli.

I meccanismi biologici condivisi dalle diverse diete

Per approfondire i risultati, gli scienziati hanno esaminato i processi biologici associati ai cambiamenti della metilazione del DNA rilevati nei diversi modelli alimentari. Ogni dieta è risultata collegata a modifiche in specifici siti del DNA, ma l’analisi dei percorsi biologici coinvolti ha evidenziato una notevole sovrapposizione. Oltre il 70% dei percorsi interessati era comune a tutti e dieci i regimi alimentari esaminati.

Questi meccanismi riguardano funzioni essenziali per il mantenimento dell’organismo, tra cui la struttura delle cellule, la comunicazione tra cellule e il metabolismo. Si tratta di processi coinvolti anche nell’invecchiamento e nello sviluppo di numerose patologie croniche. La loro presenza trasversale offre una possibile spiegazione dell’associazione osservata tra regimi alimentari differenti e un rallentamento dell’invecchiamento biologico.

I ricercatori hanno individuato anche alcune differenze coerenti con gli obiettivi specifici delle singole diete. La DASH ha mostrato associazioni con percorsi biologici legati alla salute cardiovascolare, mentre la dieta MIND, concepita per sostenere la salute cerebrale, è risultata associata a percorsi coinvolti nella memoria e nelle funzioni cognitive. Queste osservazioni suggeriscono che i diversi regimi possano condividere alcuni meccanismi favorevoli e, allo stesso tempo, presentare caratteristiche specifiche meritevoli di ulteriori approfondimenti.

Dalla prevenzione alla ricerca su interventi mirati

Nel complesso, lo studio indica che diversi modelli alimentari possono essere associati a un invecchiamento biologico più lento, senza che uno solo emerga come soluzione universalmente migliore. Gli effetti misurati sono contenuti e riguardano associazioni tra abitudini alimentari e indicatori molecolari: non dimostrano, da soli, che seguire una determinata dieta garantisca un aumento della longevità o prevenga direttamente malattie specifiche.

L’interesse dei risultati riguarda anche le possibili ricadute sulla prevenzione. Un invecchiamento biologico più lento potrebbe essere collegato a un minor rischio di patologie associate all’età, tra cui demenza e malattie cardiovascolari, ma per stabilire quanto le differenze osservate si traducano in benefici clinici concreti saranno necessari ulteriori studi. Le differenze nei percorsi biologici associati alle singole diete potrebbero inoltre contribuire a sviluppare ricerche su interventi nutrizionali mirati, calibrati sugli obiettivi di salute. La dieta DASH e la MIND rappresentano esempi di modelli con associazioni specifiche rispettivamente per la salute cardiovascolare e quella cognitiva.

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