Per decenni il diabete di tipo 1 è stato considerato una malattia tipica dell’infanzia e dell’adolescenza. Un’associazione così radicata da influenzare ancora oggi il percorso diagnostico di molti pazienti. Eppure la realtà raccontata dalla ricerca è diversa: il diabete autoimmune può manifestarsi anche in età adulta e negli anziani, ma continua a essere frequentemente sottodiagnosticato o scambiato per diabete di tipo 2. A richiamare l’attenzione su questo aspetto è un articolo pubblicato sulla rivista Diabetes Care e coordinato dall’Università degli Studi di Milano in collaborazione con la University of Exeter. Gli autori hanno analizzato il modo in cui l’età influenza lo sviluppo, le caratteristiche cliniche e la gestione del diabete di tipo 1, arrivando a una conclusione chiara: la malattia va considerata lungo tutto l’arco della vita.
QUANDO IL DIABETE DI TIPO 1 ARRIVA IN ETÀ ADULTA
Sebbene il picco di incidenza si registri durante l’infanzia e l’adolescenza, una quota significativa di diagnosi avviene dopo i 30 anni. Secondo gli autori dello studio, circa il 42% dei casi di diabete di tipo 1 viene identificato in età adulta. Il problema è che negli adulti la presenza molto più diffusa del diabete di tipo 2 rende più difficile riconoscere la natura autoimmune della malattia. Il risultato è che molti pazienti ricevono inizialmente una diagnosi errata e vengono trattati come se fossero affetti da diabete di tipo 2. “Il diabete di tipo 1 non è solo una malattia dell’infanzia. Una quota rilevante dei casi viene diagnosticata in età adulta, ma spesso non viene riconosciuta correttamente, con conseguenti ritardi diagnostici e terapeutici”, spiega Alessandra Petrelli, ricercatrice del Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità dell’Università Statale di Milano e prima autrice dell’articolo. Secondo i dati riportati nello studio, circa il 38% delle persone che sviluppano un diabete autoimmune dopo i 30 anni riceve inizialmente una diagnosi di diabete di tipo 2. Una situazione che può ritardare l’avvio della terapia più appropriata e aumentare il rischio di complicanze.
LE DIFFERENZE LEGATE ALL’ETÀ
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro riguarda l’interpretazione delle differenze osservate tra bambini, adulti e anziani. Per lungo tempo si è ipotizzato che il diabete di tipo 1 dell’adulto potesse rappresentare una forma diversa della malattia. Secondo gli autori, invece, le variazioni cliniche osservate nelle diverse età non indicano meccanismi patologici differenti, ma riflettono il diverso contesto biologico in cui si sviluppa il processo autoimmune. Con il passare degli anni il sistema immunitario va incontro a un progressivo rimodellamento, aumentano i fenomeni di infiammazione cronica legati all’età, il pancreas subisce modificazioni strutturali e cresce l’insulino-resistenza. Tutti fattori che contribuiscono a modellare la presentazione clinica della malattia. Per questo motivo i ricercatori parlano di un “fenotipo correlato all’età” più che di una forma distinta di diabete di tipo 1.
IL RUOLO DEI BIOMARCATORI
Uno dei messaggi più forti dello studio riguarda la necessità di migliorare gli strumenti diagnostici utilizzati negli adulti. La sola valutazione clinica, infatti, non sempre consente di distinguere correttamente il diabete di tipo 1 dal diabete di tipo 2. Gli autori sottolineano l’importanza di integrare i dati clinici con il dosaggio del C-peptide, che misura la capacità residua del pancreas di produrre insulina, e con la ricerca degli autoanticorpi caratteristici della malattia autoimmune. Secondo gli esperti, percorsi diagnostici basati sui biomarcatori potrebbero ridurre significativamente gli errori di classificazione e favorire un accesso più rapido alle cure appropriate. Lo studio evidenzia inoltre la necessità di estendere agli adulti i programmi di screening e identificazione precoce oggi concentrati prevalentemente sull’età pediatrica.
AUMENTANO GLI ANZIANI CON DIABETE DI TIPO 1
Se l’incidenza del diabete di tipo 1 a esordio adulto appare relativamente stabile nel tempo, sta invece crescendo il numero complessivo di persone anziane che convivono con la malattia. Il fenomeno è legato soprattutto al miglioramento della sopravvivenza e all’efficacia delle terapie moderne. Gli autori riportano che tra il 1990 e il 2019 la prevalenza del diabete di tipo 1 nelle persone tra i 70 e i 74 anni è aumentata del 28%. Questo cambiamento epidemiologico impone nuove riflessioni organizzative e assistenziali.
LE SFIDE DELLA TERZA ETÀ
La gestione del diabete di tipo 1 negli anziani presenta caratteristiche specifiche che richiedono un approccio personalizzato. Con l’avanzare dell’età aumentano infatti fragilità, decadimento cognitivo, deficit sensoriali e multimorbidità. Tutti elementi che possono rendere più complessa la gestione quotidiana della terapia insulinica e del monitoraggio glicemico. Tra le principali criticità emerge il rischio di ipoglicemia severa, particolarmente pericolosa nelle persone anziane. “L’aumento della prevalenza del diabete di tipo 1 nelle età più avanzate pone nuove sfide assistenziali”, osserva Paolo Fiorina, professore ordinario di Endocrinologia dell’Università degli Studi di Milano e direttore del Centro per il diabete di tipo 1 del Centro di Ricerca Clinica Pediatrica “Romeo ed Enrica Invernizzi”. “Negli anziani è fondamentale prestare particolare attenzione alla sicurezza terapeutica, alla prevenzione delle ipoglicemie e al mantenimento della qualità della vita”. Per gli autori, il futuro della diabetologia passerà sempre più attraverso una medicina personalizzata, capace di tenere conto non solo della malattia, ma anche dell’età, della fragilità e delle caratteristiche individuali del paziente. Una sfida resa ancora più urgente dal crescente numero di adulti e anziani che convivono con il diabete di tipo 1.
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