Dalla Redazione 4 Giugno 2026 12:59

Diabete di tipo 1, non è solo una malattia dell’infanzia: cresce l’attenzione per adulti e anziani

Un nuovo studio evidenzia come il diabete di tipo 1 possa comparire anche dopo i 30 anni e negli anziani. Una condizione spesso confusa con il diabete di tipo 2, con il rischio di ritardi diagnostici e terapeutici

Per molti continua a essere considerata una malattia dell’infanzia e dell’adolescenza. Eppure, il diabete di tipo 1 può comparire anche in età adulta e persino nella popolazione anziana. Non solo: quando si manifesta dopo i 30 anni viene spesso confuso con il diabete di tipo 2, ritardando diagnosi e trattamenti appropriati. A richiamare l’attenzione su una realtà ancora poco conosciuta è un articolo pubblicato sulla rivista Diabetes Care e coordinato dall’Università degli Studi di Milano in collaborazione con la University of Exeter. Il lavoro propone una nuova lettura della malattia lungo tutto l’arco della vita e invita a superare una visione che associa il diabete di tipo 1 quasi esclusivamente all’età pediatrica.

Una diagnosi che arriva anche dopo i 30 anni

Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune caratterizzata dalla distruzione delle cellule beta pancreatiche che producono insulina. Tradizionalmente viene associato all’infanzia e all’adolescenza, ma i dati mostrano una realtà più complessa. Secondo gli autori, circa il 42% delle diagnosi viene effettuato dopo i 30 anni di età. Nonostante ciò, negli adulti la malattia continua a essere frequentemente sottodiagnosticata o classificata erroneamente come diabete di tipo 2, una condizione molto più diffusa nella popolazione adulta. “Il diabete di tipo 1 non è solo una malattia dell’infanzia. Una quota rilevante dei casi viene diagnosticata in età adulta, ma spesso non viene riconosciuta correttamente, con conseguenti ritardi diagnostici e terapeutici”, spiega Alessandra Petrelli, ricercatrice del Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità dell’Università Statale di Milano e prima autrice dell’articolo. Gli errori diagnostici non sono un problema marginale. Lo studio evidenzia che negli adulti oltre i 30 anni circa il 38% dei casi di diabete autoimmune viene inizialmente classificato come diabete di tipo 2. Una confusione che può tradursi in percorsi terapeutici non adeguati e in un peggior controllo metabolico.

Non una malattia diversa, ma un diverso contesto biologico

Uno dei messaggi centrali del lavoro riguarda il rapporto tra età e sviluppo della malattia. Le differenze osservate tra bambini, adulti e anziani non sembrano infatti indicare l’esistenza di forme diverse di diabete di tipo 1. Piuttosto, spiegano gli autori, riflettono il contesto biologico nel quale si sviluppa l’autoimmunità. Con l’avanzare dell’età entrano in gioco numerosi fattori, tra cui il progressivo rimodellamento del sistema immunitario, i cambiamenti strutturali del pancreas e l’aumento dell’insulino-resistenza. Questi elementi possono modificare la presentazione clinica della malattia e renderne più complesso il riconoscimento. Secondo i ricercatori, molte delle differenze descritte negli adulti derivano inoltre dalla frequente misclassificazione diagnostica. Quando il diabete di tipo 1 viene identificato attraverso biomarcatori specifici, come gli autoanticorpi e il deficit di secrezione insulinica, le caratteristiche cliniche risultano molto più simili a quelle osservate nei pazienti più giovani.

Biomarcatori e screening per migliorare la diagnosi

Per ridurre gli errori diagnostici, gli autori sottolineano la necessità di utilizzare strumenti più precisi rispetto alla sola valutazione clinica. Tra questi figurano il dosaggio del C-peptide, che consente di valutare la produzione residua di insulina, e la ricerca degli autoanticorpi caratteristici della malattia autoimmune. Lo studio evidenzia inoltre l’importanza di integrare questi dati con altri elementi clinici e genetici per distinguere correttamente il diabete di tipo 1 dal diabete di tipo 2 negli adulti. I ricercatori ritengono inoltre che i programmi di screening e identificazione precoce, oggi concentrati prevalentemente sull’età pediatrica, dovrebbero essere progressivamente estesi anche alla popolazione adulta. Secondo gli autori, includere gli adulti nelle strategie di prevenzione e individuazione precoce potrebbe contribuire a migliorare la capacità di previsione della malattia, ridurre gli errori diagnostici e favorire l’introduzione tempestiva di interventi mirati.

Sempre più persone con diabete di tipo 1 oltre i 65 anni

Lo studio mette in evidenza anche un importante cambiamento epidemiologico. Se l’incidenza del diabete di tipo 1 a esordio adulto appare sostanzialmente stabile, la prevalenza è in costante aumento, soprattutto tra le persone con più di 65 anni. Il fenomeno non è legato a un incremento dei nuovi casi, ma al miglioramento della sopravvivenza e degli esiti clinici ottenuti grazie alle terapie moderne. Tra il 1990 e il 2019 la prevalenza del diabete di tipo 1 nella fascia di età compresa tra 70 e 74 anni è aumentata del 28%. “L’aumento della prevalenza del diabete di tipo 1 nelle età più avanzate pone nuove sfide assistenziali”, osserva Paolo Fiorina, professore ordinario di Endocrinologia dell’Università degli Studi di Milano e direttore del Centro per il diabete di tipo 1 del Centro di Ricerca Clinica Pediatrica “Romeo ed Enrica Invernizzi”.

Le nuove sfide della gestione negli anziani

L’invecchiamento della popolazione con diabete di tipo 1 impone un ripensamento delle strategie assistenziali. Negli anziani, infatti, la gestione della malattia si intreccia con condizioni quali fragilità, decadimento cognitivo, deficit visivi, multimorbidità e ridotta autonomia. Tutti fattori che possono rendere più difficile il monitoraggio della glicemia, l’assunzione corretta della terapia insulinica e la prevenzione delle complicanze. Particolarmente rilevante è il rischio di ipoglicemia, che negli anziani può avere conseguenze più severe e compromettere ulteriormente la qualità di vita. “Negli anziani è fondamentale prestare particolare attenzione alla sicurezza terapeutica, alla prevenzione delle ipoglicemie e al mantenimento della qualità della vita”, sottolinea Fiorina. Per gli autori, dunque, il diabete di tipo 1 non può più essere considerato esclusivamente una malattia pediatrica. Riconoscerne l’esistenza anche nell’età adulta e avanzata rappresenta un passaggio essenziale per garantire diagnosi corrette, cure appropriate e una migliore qualità dell’assistenza lungo tutto l’arco della vita.


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