Uno studio mostra che il nordic walking supervisionato può migliorare rapidamente i sintomi depressivi, con benefici evidenti già a metà programma.
Il nordic walking può ridurre in modo significativo i sintomi della depressione già nelle prime cinque settimane di attività. A indicarlo è uno studio clinico randomizzato e controllato pubblicato sul Journal of Affective Disorders, che ha valutato gli effetti di un programma supervisionato su 64 adulti con depressione da moderata a grave. I partecipanti, tutti non abituati a praticare regolarmente attività fisica, sono stati suddivisi in due gruppi: 48 persone hanno seguito un programma di nordic walking, mentre 16 sono state inserite nel gruppo di controllo. Il percorso è durato dieci settimane, con due sessioni settimanali da un’ora ciascuna, guidate da un istruttore qualificato. L’intensità dell’esercizio è stata monitorata tramite cardiofrequenzimetri, così da mantenere un livello moderato. Per misurare l’andamento dei sintomi depressivi, i ricercatori hanno utilizzato il Beck Depression Inventory-II, somministrato all’inizio, a metà programma e alla fine dello studio.
Un’attività aerobica completa, nata per gli sciatori
Il nordic walking è spesso associato al trekking o alle passeggiate in montagna, ma in realtà è una forma di esercizio aerobico strutturata e più intensa della camminata tradizionale. L’uso di bastoncini appositamente progettati permette di coinvolgere anche la parte superiore del corpo, trasformando il passo in un movimento coordinato che attiva fino al 90% dei muscoli.
Nato in Finlandia come metodo di allenamento estivo per gli sciatori di fondo, oggi il nordic walking viene praticato anche da persone che non hanno alcun legame con lo sci, proprio per la sua accessibilità e per i benefici sulla salute generale. Lo studio ha voluto capire se questa attività potesse avere un impatto anche sulla salute mentale, in particolare sulla depressione. I risultati mostrano che il gruppo che ha camminato con i bastoncini ha registrato miglioramenti molto più marcati rispetto a chi non si è allenato.
La parte più interessante è la rapidità dell’effetto: gran parte dei progressi è emersa entro le prime cinque settimane, un dato rilevante perché molte linee guida tendono a considerare l’esercizio fisico utile solo dopo programmi più lunghi.
I miglioramenti più rapidi nei casi gravi
Il beneficio osservato non è stato uniforme per tutti. Secondo i ricercatori, i partecipanti con depressione grave hanno mostrato un miglioramento più rapido e più marcato nelle prime cinque settimane rispetto a quelli con depressione moderata. Alla fine delle dieci settimane, una quota compresa tra il 35% e il 53,6% dei partecipanti al gruppo nordic walking aveva raggiunto la remissione, cioè un livello di sintomi inferiore alla soglia della depressione clinica. Un altro elemento importante riguarda la sicurezza: durante il programma non sono stati segnalati infortuni o problemi di salute legati all’attività. Questo rafforza l’idea che, se ben supervisionato, il nordic walking possa essere una proposta praticabile anche per persone con fragilità psicologica.
Perché l’esercizio può diventare parte della cura
La depressione è il disturbo mentale grave più diffuso al mondo e riguarda circa il 5,7% degli adulti a livello globale. Non si tratta di semplice tristezza: la depressione può ridurre il piacere, spegnere l’interesse per le attività quotidiane, compromettere memoria, digestione, energia e capacità di svolgere anche compiti ordinari.
Nei casi più severi può diventare una condizione pericolosa per la vita, associata a pensieri e comportamenti suicidari. In questo quadro, l’attività fisica non sostituisce il supporto professionale né eventuali trattamenti farmacologici, ma può rappresentare un complemento concreto. Studi precedenti hanno già mostrato benefici con camminata veloce, jogging, bicicletta e yoga; tra le varie opzioni, l’esercizio aerobico sembra avere un leggero vantaggio. Il nordic walking aggiunge un elemento pratico: è economico, relativamente semplice da organizzare, adattabile a contesti comunitari e non richiede strutture complesse. Per questo i ricercatori sottolineano che i risultati potrebbero aiutare anche i decisori pubblici a considerare i programmi di esercizio fisico come parte dell’assistenza alla salute mentale, non solo come iniziative per il benessere fisico.
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