Dalla carenza di personale alla necessità di umanizzare le cure: una revisione scientifica esplora come robot sociali, agenti virtuali e giochi digitali possano integrare l’empatia artificiale nei percorsi sanitari
Non solo algoritmi per diagnosi e automazione dei processi clinici. La nuova frontiera dell’innovazione sanitaria punta a colmare un vuoto rimasto finora in ombra: quello della dimensione emotiva della cura. Accanto all’intelligenza artificiale prende forma il concetto di empatia artificiale, ovvero sistemi tecnologici progettati per riconoscere e simulare risposte empatiche nell’interazione con i pazienti. A delinearne potenzialità e limiti è una revisione scientifica pubblicata sulla rivista Cyborg and Bionic Systems. Il contesto è quello di una sanità globale sempre più sotto pressione. La carenza di personale sanitario, in costante aumento, rende difficile garantire continuità assistenziale e qualità della relazione clinica. Le tecnologie digitali sono già ampiamente utilizzate per supportare compiti tecnici e organizzativi, “ma – osservano i ricercatori – l’aspetto relazionale resta uno dei più difficili da integrare, nonostante sia centrale per il benessere del paziente”.
Quando la tecnologia è efficiente, ma non “umana”
In ambiti come la riabilitazione, l’apporto delle macchine è evidente: robot e sistemi automatizzati consentono esercizi ripetibili, standardizzati e monitorabili nel tempo. Tuttavia, questi strumenti non riescono ancora a eguagliare l’efficacia complessiva dei terapisti umani. A fare la differenza è spesso un elemento intangibile ma decisivo: il beneficio emotivo che nasce dall’interazione tra persone. Numerosi studi dimostrano che una relazione empatica migliora fiducia, soddisfazione, adesione alle terapie e persino gli esiti clinici. Ma in sistemi sanitari sovraccarichi, mantenere interazioni empatiche costanti e di qualità diventa sempre più complesso. È proprio in questo spazio che si inserisce l’idea di empatia artificiale.
Cos’è l’empatia artificiale
Secondo la definizione proposta dagli autori, l’empatia artificiale non implica che le macchine “provino” emozioni, ma che siano in grado di identificare segnali emotivi umani e rispondere in modo coerente, attraverso meccanismi algoritmici. “Parliamo di simulazione, non di esperienza emotiva reale”, spiega Tianyu Jia, ricercatore dell’Imperial College di Londra e primo autore della revisione. L’obiettivo non è sostituire il rapporto umano, ma affiancarlo, soprattutto nei contesti in cui il tempo e le risorse non permettono una presenza continua del personale sanitario.
Tre piattaforme per avvicinare le macchine alle persone
La revisione analizza tre grandi categorie tecnologiche attraverso cui l’interazione interpersonale viene integrata nei sistemi digitali.
Riconoscere le emozioni per migliorare la cura
Per rendere l’empatia artificiale più efficace, secondo gli autori, sarà necessario sviluppare sistemi capaci di adattarsi in tempo reale allo stato emotivo e cognitivo dell’utente. Ciò significa integrare dati comportamentali – come tono della voce, linguaggio, espressioni facciali o movimenti oculari – con segnali fisiologici, dalla frequenza cardiaca all’attività cerebrale. La ricerca si sta muovendo verso approcci sempre più multimodali, ma restano criticità importanti: le difficoltà di applicazione in contesti reali, la scarsa generalizzabilità tra culture diverse e la mancanza di modelli affidabili per misurare aspetti come fiducia, coinvolgimento e qualità della relazione.
Le ombre: ricerca limitata e questioni etiche
Non mancano, infine, i punti critici. Molti studi disponibili si basano su campioni ridotti e interventi di breve durata, rendendo difficile valutare l’efficacia clinica nel lungo periodo. Servono protocolli più solidi e valutazioni condivise. Sul piano etico, gli esperti invitano alla cautela. Un uso eccessivo di sistemi che simulano empatia potrebbe favorire legami illusori o sostituire relazioni reali, mentre le allucinazioni dei modelli di intelligenza artificiale generativa rappresentano un rischio concreto in ambiti sanitari sensibili. Il messaggio conclusivo è chiaro: l’empatia artificiale può diventare un alleato prezioso per la sanità del futuro, ma solo se rimane uno strumento di supporto. La relazione umana, ricordano gli autori, resta insostituibile e continua a essere il vero cuore della cura.
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