Al 26° Convegno nazionale a Torino il confronto su formazione, governo delle tecnologie, sviluppo industriale e sostenibilità. Dalle istituzioni e dalle imprese l’appello a rafforzare la collaborazione tra sanità, ricerca, università e sistema produttivo
Formazione, innovazione, governo delle tecnologie sanitarie, sviluppo industriale e sostenibilità dell’healthtech.
Sono questi i temi che hanno segnato la giornata inaugurale del 26° Convegno nazionale dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC), in corso a Torino fino al 13 giugno presso le Officine Grandi Riparazioni. Al centro del confronto il ruolo sempre più strategico dell’ingegnere clinico, chiamato oggi non solo a gestire le tecnologie, ma a integrarle nei percorsi assistenziali, valutarne l’impatto e contribuire alla costruzione di nuovi modelli organizzativi per la sanità.
Una riflessione che ha attraversato le due sessioni del pomeriggio – “Touchpoint ingegneria clinica”, dedicata a scuole, università e formazione avanzata, e “Connessioni di Valore: impresa, sanità e innovazione”, focalizzata sul rapporto tra sistema sanitario, industria e programmazione – e che ha restituito l’immagine di una professione in piena trasformazione.
Dalla manutenzione al governo delle tecnologie sanitarie
A ripercorrere l’evoluzione della figura professionale è stato Lorenzo Leogrande, presidente del 26° Convegno nazionale. Un percorso iniziato negli anni Sessanta, quando l’ingegnere clinico era prevalentemente impegnato nella manutenzione delle apparecchiature, e progressivamente ampliatosi fino a comprendere la valutazione delle tecnologie e il loro impatto sull’organizzazione sanitaria. “Oggi non basta far funzionare un dispositivo in sicurezza o acquistare in modo sostenibile: l’ingegnere clinico deve impattare sui processi e il loro utilizzo, ottimizzare i processi. Nel futuro questo professionista non sarà solo parte, ma motore dell’innovazione”, ha affermato.
Una trasformazione che richiede competenze sempre più trasversali. Lo ha sottolineato Giovanni Poggialini, componente del Direttivo AIIC e coordinatore dei corsi di formazione del Convegno, ricordando come la responsabilità dell’ingegnere clinico non si esaurisca più nella dimensione tecnica. “Partecipare alla progettazione di una sala operatoria, ibridizzarla, riempirla di tecnologia non basta: devo sapere quanti pazienti posso curare, come organizzare il sistema perché possa fornire più salute. Questa è la gestione operativa: studiare i processi produttivi dell’azienda sanitaria e fare in modo che i processi produttivi vengano ottimizzati”.
La centralità delle competenze umane
In un contesto segnato dall’accelerazione tecnologica e dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, il tema della formazione è stato affrontato anche da Paola Freda, già presidente AIIC e prima donna a guidare l’associazione. “Per un’autentica formazione, è necessaria la curiosità e l’originalità di essere umani ed anche in tempi di intelligenza artificiale ed evoluzione tecnologica galoppante, è l’umano a fare la differenza”, ha osservato. Un richiamo alla necessità di affiancare alle competenze tecniche capacità critiche, visione e sensibilità organizzativa, elementi sempre più decisivi in un sistema sanitario che integra innovazione e assistenza.
Una “professione ponte” tra tecnologia e cura
Il ruolo dell’ingegnere clinico è stato definito come una vera e propria “professione ponte” da Filippo Molinari, prorettore del Politecnico di Torino. “Un ponte tra chi sviluppa e produce la tecnologia e chi la impiega per risolvere problemi”, ha spiegato, evidenziando come a questa figura sia affidato il compito di integrare le innovazioni nei percorsi clinici, diagnostici e terapeutici. Secondo Molinari, proprio la sanità rappresenta uno degli ambiti in cui le innovazioni vengono assorbite più rapidamente, grazie alla capacità di migliorare diagnosi, trattamenti ed esiti di salute. Da qui la necessità di una valutazione rigorosa delle nuove tecnologie, misurate sul valore effettivamente generato per cittadini e pazienti.
Piemonte laboratorio dell’healthtech
La riflessione sul rapporto tra innovazione e sviluppo territoriale è stata rilanciata dall’assessore regionale alla Formazione Daniela Cameroni che, in un contributo scritto, ha evidenziato la necessità di una stretta collaborazione tra istituzioni, sistema sanitario, università e imprese. Per Cameroni, il Piemonte dispone delle condizioni necessarie per assumere un ruolo di primo piano grazie alla presenza di eccellenze universitarie, centri di ricerca internazionali, un tessuto industriale innovativo e competenze professionali di alto livello. In questo scenario gli ingegneri clinici rappresentano il collegamento tra ricerca, innovazione tecnologica e bisogni assistenziali.
Sulla stessa linea Andrea Tronzano, assessore regionale al Bilancio e alle Attività produttive, che ha indicato l’healthtech come uno degli ambiti a maggiore potenziale economico e sociale per il territorio. Tronzano ha inoltre evidenziato come il Piemonte possa candidarsi a diventare uno dei principali ecosistemi italiani ed europei delle tecnologie per la salute, un ambito nel quale l’healthtech è in grado di generare valore economico e sociale per il territorio.
“Gli ingegneri clinici rappresentano il punto di incontro tra bisogni di cura, innovazione tecnologica e capacità organizzativa. La sfida che abbiamo davanti è costruire una governance stabile e una visione condivisa che metta in connessione ospedali, università, centri di ricerca, imprese e istituzioni”, ha sottolineato.
Le preoccupazioni delle imprese
Nel confronto con il mondo produttivo è emersa anche la necessità di creare condizioni favorevoli agli investimenti e all’innovazione. Alessandro Preziosa, presidente dell’Associazione Elettromedicali e Servizi Integrati di Confindustria Dispositivi Medici, ha ricordato le difficoltà affrontate dal settore negli ultimi anni, tra payback, pressione fiscale, crisi internazionali e instabilità dei mercati. “Da soli non riusciremo più a sostenere il peso di un mercato che è sempre più esigente, che chiede innovazione continua”, ha avvertito, sottolineando come la capacità di continuare a investire in ricerca e sviluppo dipenda dalla costruzione di un contesto più favorevole all’innovazione e alla crescita delle imprese.
Anche Cesare Mangone (Unione Industriali Torino), Gennario Broya de Lucia (Conflavoro PMI Sanità), Alberta Pasquero (Bio Industry Park) e Adriano Leli (FARE) hanno richiamato l’attenzione sulle criticità che interessano startup e piccole e medie imprese, ma anche sulle opportunità offerte da un settore in forte evoluzione e da modelli di procurement capaci di valorizzare l’innovazione.
Verso un nuovo modello di sanità
A chiudere il confronto è stato Mario Alparone, direttore generale di FinPiemonte, che ha richiamato la necessità di ripensare l’attuale modello sanitario per garantirne la sostenibilità futura. “Un modello non lo si costruisce a tavolino, ma partendo dalle competenze reali, dal coinvolgimento strategico di professionisti che sono in grado di offrire già la prima risposta concreta”, ha affermato.
In questo contesto Cesare Mangone ha proposto la creazione di tavoli permanenti di confronto tra professioni, istituzioni, sistema sanitario e mondo produttivo per sviluppare forme sempre più avanzate di collaborazione nel comparto delle tecnologie per la salute. Una proposta accolta con favore dal presidente AIIC Umberto Nocco e dal coordinatore AIIC Piemonte Alessio Rebola.
A conferma della possibilità che gli ingegneri clinici siano sempre più un ponte tra professioni, ambiti strategici e tra presente e futuro dell’innovazione per la salute.