Salute 17 Marzo 2026 10:25

Cannabis terapeutica, dubbi sui benefici per la salute mentale

Lo studio su The Lancet Psychiatry mette in discussione l’uso diffuso: nessuna prova per ansia e depressione, con possibili effetti negativi.

di Arnaldo Iodice
Cannabis terapeutica, dubbi sui benefici per la salute mentale

Una vasta revisione pubblicata su The Lancet Psychiatry conclude che non esistono prove solide a sostegno dell’efficacia della cannabis terapeutica nel trattamento di disturbi mentali come depressione, ansia e disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Si tratta della più ampia analisi mai realizzata sul tema, basata su 54 studi clinici randomizzati condotti tra il 1980 e il 2025.

Il risultato arriva in un contesto in cui l’uso di cannabis a fini terapeutici è sempre più diffuso. I dati emersi mettono quindi in discussione una pratica sempre più comune, suggerendo che le aspettative sui benefici psicologici della cannabis potrebbero essere largamente sopravvalutate rispetto alle evidenze scientifiche disponibili.

I rischi: possibili effetti negativi sulla salute mentale

Oltre alla mancanza di efficacia, lo studio solleva anche preoccupazioni sui potenziali rischi legati all’uso della cannabis terapeutica in ambito psichiatrico. Secondo il principale autore, Jack Wilson, l’uso routinario potrebbe addirittura peggiorare gli esiti di salute mentale. Tra i possibili effetti negativi figurano un aumento dei sintomi psicotici, il rischio di sviluppare un disturbo da uso di cannabis e il ritardo nell’accesso a trattamenti più efficaci e validati.

Questo punto è cruciale: affidarsi a una terapia non supportata da prove può significare perdere tempo prezioso per interventi che invece hanno dimostrato efficacia. In altre parole, il problema non è solo che la cannabis non funziona in questi casi, ma che il suo utilizzo può indirettamente aggravare la condizione dei pazienti, creando una falsa percezione di cura.

Possibili benefici, ma prove deboli e limitate

La revisione non esclude completamente l’utilità della cannabis terapeutica, ma ne ridimensiona fortemente il ruolo. Alcune evidenze suggeriscono possibili benefici in condizioni specifiche, come il disturbo da uso di cannabis, l’autismo, l’insonnia e la Sindrome di Tourette, ma la qualità delle prove è generalmente bassa.

Esistono invece dati più solidi per altre applicazioni mediche, come la riduzione delle crisi epilettiche in alcune forme di epilessia, la spasticità nella Sclerosi multipla e il trattamento di alcuni tipi di dolore. Tuttavia, questi ambiti sono distinti dai disturbi mentali, dove le evidenze restano insufficienti.

Lo studio evidenzia anche effetti contrastanti nei disturbi da dipendenza: se da un lato la cannabis può aiutare a ridurre il consumo in chi soffre di dipendenza da cannabis stessa, dall’altro può aumentare il desiderio di cocaina nei soggetti con dipendenza da questa sostanza, rendendone sconsigliato l’uso in questi casi.

Crescono le prescrizioni, ma servono regole più rigide

L’aumento rapido dell’uso e delle prescrizioni di cannabis terapeutica ha sollevato preoccupazioni tra importanti organizzazioni mediche, soprattutto per la mancanza di regolamentazione e per l’incertezza sui reali benefici. Gli autori dello studio sottolineano la necessità di un approccio più prudente e basato su prove scientifiche, invitando a rafforzare i controlli e a guidare le decisioni cliniche con dati affidabili. L’obiettivo è evitare che i pazienti vengano indirizzati verso trattamenti inefficaci o potenzialmente dannosi, garantendo invece l’accesso a terapie realmente utili.

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