Analizzati oltre 3mila adulti: ogni 1.000 passi giornalieri in più sono associati a prestazioni migliori in attenzione, concentrazione e autocontrollo. La pressione sanguigna spiega solo in parte il legame.
Camminare di più ogni giorno per un periodo prolungato è associato a migliori prestazioni cognitive, in particolare nell’attenzione sostenuta, nella concentrazione e nella pianificazione delle ricompense. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Scientific Reports, che ha analizzato i dati di 3.093 adulti di età compresa tra 18 e 93 anni, partecipanti al programma di ricerca statunitense All of Us. I ricercatori hanno monitorato il numero di passi giornalieri attraverso dispositivi Fitbit e ricostruito l’andamento della pressione sanguigna mediante le cartelle cliniche elettroniche, nell’arco di 14 anni, dal 2009 al 2023. Al termine del periodo, i partecipanti hanno svolto quattro test computerizzati per valutare differenti abilità mentali. I risultati hanno mostrato un’associazione tra un maggior numero di passi quotidiani e punteggi più elevati in tre ambiti cognitivi. In particolare, ogni 1.000 passi aggiuntivi al giorno erano associati a prestazioni migliori. La pressione sistolica più elevata, invece, risultava associata a risultati peggiori soltanto nel test decisionale.
Memoria, concentrazione, attenzione e autocontrollo non sono capacità utili soltanto nello studio o in ambito lavorativo, ma influenzano numerose attività quotidiane, dalle interazioni sociali alla gestione delle decisioni. Preservarle nel corso della vita rappresenta una sfida crescente, anche alla luce dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento previsto dei disturbi cognitivi. Negli Stati Uniti, secondo le stime riportate nello studio, i casi di lieve deterioramento cognitivo potrebbero passare da 14,37 milioni nel 2025 a 21,55 milioni nel 2060. Nello stesso periodo, quelli di demenza potrebbero aumentare da 7,16 milioni a 13,85 milioni.
Le evidenze scientifiche suggeriscono da tempo che l’attività fisica possa favorire la salute cerebrale, mentre l’ipertensione è stata associata a un maggiore rischio di problemi cognitivi. Tuttavia, una parte consistente delle ricerche precedenti presentava limiti metodologici. Una revisione citata dagli autori aveva rilevato che 44 studi su 46 utilizzavano misure dell’attività fisica basate sulle dichiarazioni dei partecipanti. Queste valutazioni possono essere imprecise, perché le persone tendono talvolta a sovrastimare o sottostimare quanto si muovono. Inoltre, attività fisica e pressione sanguigna sono state spesso esaminate separatamente, senza considerarne l’andamento congiunto nel tempo. Il nuovo lavoro ha cercato di superare questi limiti attraverso misurazioni oggettive dell’attività e l’analisi dei dati clinici raccolti longitudinalmente.
Lo studio ha adottato un disegno in due fasi: una lunga osservazione delle abitudini motorie e della pressione sanguigna, seguita da una valutazione cognitiva al termine del periodo considerato. I ricercatori hanno analizzato sia la pressione sistolica, cioè il valore massimo registrato durante la contrazione cardiaca, sia quella diastolica, corrispondente al valore minimo tra due battiti. I test finali misuravano quattro aree: attenzione sostenuta e concentrazione; controllo cognitivo e capacità di filtrare le distrazioni; autocontrollo e pianificazione delle ricompense; riconoscimento delle emozioni sociali.
Per approfondire il rapporto con l’attività fisica, i partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi in base al numero medio di passi giornalieri. Il primo comprendeva le persone meno attive, con circa 5.100 passi al giorno; il secondo quelle con un’attività intermedia, pari a circa 8.900 passi; il terzo i partecipanti più attivi, che raggiungevano mediamente 14.200 passi quotidiani.
I risultati hanno evidenziato prestazioni cognitive significativamente migliori nei due gruppi più attivi rispetto a quello meno attivo. L’associazione riguardava soprattutto la capacità di mantenere l’attenzione, concentrarsi e controllare le risposte impulsive. I dati suggeriscono quindi che un livello di movimento quotidiano più elevato sia correlato a una migliore efficienza in alcune funzioni mentali.
È importante, tuttavia, distinguere l’associazione dalla causalità. Il fatto che chi cammina di più ottenga risultati migliori non dimostra, da solo, che l’aumento dei passi sia direttamente responsabile del miglioramento cognitivo. Inoltre, poiché i test sono stati somministrati soltanto al termine del periodo di osservazione, lo studio non consente di ricostruire direttamente l’evoluzione delle capacità mentali dei singoli partecipanti nel corso dei 14 anni.
Un risultato rilevante riguarda il rapporto tra pressione sanguigna e prestazioni cognitive. La pressione diastolica non ha mostrato associazioni significative con i punteggi dei test, mentre una pressione sistolica più elevata è risultata collegata a risultati peggiori soltanto nella prova relativa al processo decisionale. Gli effetti, dunque, non sono stati uniformi nelle diverse funzioni mentali esaminate.
L’analisi ha inoltre indicato che la pressione sanguigna più bassa spiegava soltanto il 4,8% dell’associazione tra attività fisica e autocontrollo. Questo dato suggerisce che gli eventuali benefici cognitivi legati al movimento non siano riconducibili esclusivamente alla riduzione della pressione arteriosa. Gli autori ipotizzano che possano intervenire altri meccanismi biologici, tra cui il sostegno alla neuroplasticità, la riduzione dell’infiammazione sistemica e il miglioramento del metabolismo del glucosio. Si tratta, tuttavia, di possibili spiegazioni che richiedono ulteriori verifiche.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato