Uno studio internazionale lancia l’allarme: milioni di famiglie nei Paesi a basso reddito usano la plastica come combustibile quotidiano. Rischi gravissimi per salute, ambiente ed equità sociale
Bruciare la plastica per cucinare o riscaldare la casa non è un fenomeno marginale, né episodico. È una pratica diffusa, silenziosa e sottovalutata che coinvolge milioni di famiglie nei Paesi in via di sviluppo, con conseguenze potenzialmente devastanti per la salute umana e l’ambiente. A riportare l’attenzione su questa emergenza globale è un nuovo studio condotto dalla Curtin University e pubblicato sulla rivista Nature Communications. La ricerca ha coinvolto oltre mille intervistati in 26 Paesi, tra ricercatori, funzionari pubblici e leader comunitari che operano a stretto contatto con quartieri urbani a basso reddito. Un’indagine ampia e strutturata, che per la prima volta restituisce un quadro globale del fenomeno.
Plastica come combustibile di ultima istanza
Secondo i dati raccolti, una persona su tre tra gli intervistati è a conoscenza di famiglie che bruciano plastica, e molti hanno dichiarato di aver assistito direttamente a questa pratica all’interno delle proprie comunità. Una quota più ridotta, ma comunque significativa, ha ammesso di averlo fatto personalmente. Il ricercatore principale, Bishal Bharadwaj, del Curtin Institute for Energy Transition (CIET), spiega che lo studio è il primo a dimostrare su scala globale che la plastica non viene bruciata solo per smaltire i rifiuti, ma anche per soddisfare bisogni primari quotidiani. “Quando le famiglie non possono permettersi combustibili più puliti e non dispongono di un sistema affidabile di raccolta dei rifiuti, la plastica diventa sia un problema sia una fonte di energia di ultima istanza – afferma Bharadwaj -. Abbiamo trovato prove di persone che bruciano di tutto, dai sacchetti e dagli involucri di plastica fino alle bottiglie e agli imballaggi, semplicemente per cucinare, riscaldare le abitazioni, accendere fuochi o tenere lontani gli insetti”. Una pratica che resta in gran parte invisibile perché confinata in contesti marginalizzati. “È un fenomeno che si è sviluppato lontano dai riflettori ed è stato difficile ottenere dati accurati. Questa indagine ci permette finalmente di capire cosa sta realmente accadendo”, aggiunge il ricercatore.
Fumi tossici nelle case e nei quartieri più poveri
Lo studio evidenzia come la combustione della plastica avvenga spesso in condizioni estremamente precarie. Le famiglie utilizzano stufe rudimentali, come i fuochi a tre pietre, stufe a carbone o fornelli improvvisati, con la conseguente produzione di fumi altamente tossici all’interno delle abitazioni e in aree densamente popolate. Le categorie più esposte sono donne, bambini, anziani e persone con disabilità, già vulnerabili dal punto di vista sanitario e sociale. Il coautore Hari Vuthaluru, professore alla Western Australian School of Mines (WASM) della Curtin University, sottolinea in particolare i rischi legati alla combustione di plastiche miste e di cloruro di polivinile (PVC). “Quando il PVC viene bruciato, rilascia diossine e furani altamente tossici, tra gli inquinanti più pericolosi conosciuti – spiega -. Queste sostanze persistono nell’ambiente, si accumulano nella catena alimentare e possono causare gravi problemi di salute, tra cui tumori, disturbi riproduttivi e danni al sistema immunitario. Il fatto che il PVC sia la terza plastica più comunemente bruciata è estremamente preoccupante”.
Il rischio invisibile della contaminazione alimentare
Oltre all’inalazione dei fumi, lo studio mette in evidenza un altro rischio spesso ignorato: la contaminazione di cibo e acqua. Il dottor Pramesh Dhungana, della School of Molecular and Life Sciences della Curtin University, sottolinea che il 60% degli intervistati ritiene “estremamente probabile” che le sostanze tossiche sprigionate dalla combustione della plastica contaminino alimenti e risorse idriche. “Non si tratta solo di un’ipotesi teorica – afferma Dhungana –. Studi condotti vicino a siti di combustione della plastica hanno riscontrato composti tossici in uova e campioni di suolo. Quando la plastica viene bruciata vicino alle abitazioni e alle aree di preparazione dei cibi, queste sostanze possono depositarsi sui raccolti, entrare nelle fonti d’acqua e accumularsi negli alimenti”. Il risultato è una crisi sanitaria silenziosa, che colpisce comunità già segnate da povertà, insicurezza alimentare e accesso limitato ai servizi sanitari.
Non basta vietare: servono soluzioni strutturali
Secondo gli autori, affrontare il problema richiede molto più che semplici divieti o campagne informative. Peta Ashworth, direttrice del CIET e coautrice dello studio, sottolinea che la plastica viene bruciata perché mancano alternative reali. “Le persone ricorrono a questa pratica solo perché non hanno opzioni più sicure, a causa di fattori strutturali come la povertà energetica estrema, il costo elevato dei combustibili puliti e servizi di gestione dei rifiuti inadeguati – spiega -. È fondamentale intervenire migliorando i servizi igienico-sanitari, garantendo l’accesso a fonti energetiche moderne per la cucina e lavorando con le comunità per sviluppare soluzioni pratiche e culturalmente appropriate”. Un’urgenza destinata a crescere: secondo le stime, l’uso globale della plastica triplicherà entro il 2060. “Questa ricerca fornisce finalmente una base di evidenze solida per progettare interventi che possano davvero sostenere le popolazioni urbane più vulnerabili”, conclude Ashworth.
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