Salute 9 Giugno 2026 11:33

Artrosi del ginocchio, le nuove terapie rallentano la malattia e posticipano la protesi

Dalle infiltrazioni di acido ialuronico al plasma ricco di piastrine, fino alle terapie cellulari e agli innovativi innesti sintetici realizzati con la stampa 3D. La SIO punta l'attenzione sulle strategie di conservazione articolare

di Redazione
Artrosi del ginocchio, le nuove terapie rallentano la malattia e posticipano la protesi

L’artrosi del ginocchio è una delle patologie muscolo-scheletriche più diffuse e rappresenta una delle principali cause di dolore cronico e limitazione funzionale nella popolazione adulta e anziana. Con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dell’aspettativa di vita, il numero delle persone che convivono con questa malattia è destinato a crescere, così come il ricorso agli interventi di sostituzione articolare. In Italia vengono eseguite ogni anno oltre 85 mila protesi di ginocchio, ma oggi la ricerca e l’innovazione stanno aprendo nuove prospettive terapeutiche per intervenire prima che il danno articolare diventi irreversibile.

Preservare l’articolazione il più a lungo possibile

L’obiettivo dell’ortopedia moderna non è soltanto sostituire l’articolazione quando necessario, ma anche individuare strategie in grado di rallentare la progressione della malattia e mantenere più a lungo possibile il ginocchio naturale. “Il paziente con artrosi non deve pensare che l’unica prospettiva sia necessariamente la protesi – spiega Pietro Simone Randelli, presidente della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT) e professore di Ortopedia e Traumatologia all’Università degli Studi di Milano -. Nelle fasi iniziali e intermedie esistono diverse strategie per controllare il dolore, migliorare la funzione e rallentare l’evoluzione della malattia. Ma la scelta del trattamento deve sempre partire da una diagnosi corretta e da una valutazione complessiva del paziente”. In questo contesto assume sempre maggiore importanza il concetto di joint preservation, ovvero la conservazione dell’articolazione attraverso interventi mirati nelle fasi in cui la cartilagine non è ancora completamente compromessa.

Dall’acido ialuronico alle terapie biologiche

Tra i trattamenti consolidati trovano spazio le infiltrazioni di acido ialuronico, utilizzate soprattutto nei casi di artrosi lieve o moderata. Questa sostanza contribuisce a migliorare la lubrificazione dell’articolazione, favorendo la riduzione del dolore e una maggiore fluidità dei movimenti. Negli ultimi anni si sono affermate anche le cosiddette terapie biologiche. Tra queste, una delle più utilizzate è il PRP, il plasma ricco di piastrine, ottenuto dal sangue dello stesso paziente e successivamente infiltrato nell’articolazione. L’obiettivo è sfruttare i fattori biologici coinvolti nei processi di riparazione dei tessuti. Secondo le più recenti indicazioni scientifiche internazionali, il PRP può rappresentare una valida opzione in pazienti accuratamente selezionati con artrosi nelle fasi iniziali o moderate, sempre all’interno di un percorso specialistico personalizzato.

La frontiera della medicina rigenerativa

Grande interesse sta suscitando anche la ricerca sulle cellule stromali mesenchimali derivate dal tessuto adiposo. Si tratta di approcci ancora in fase di studio e perfezionamento, ma che potrebbero offrire nuove opportunità terapeutiche nei pazienti con gonartrosi non avanzata. “L’obiettivo delle nuove strategie biologiche non è sostituire la chirurgia protesica, ma preservare il più a lungo possibile l’articolazione naturale quando esistono ancora margini terapeutici – sottolinea Randelli -. La medicina rigenerativa rappresenta oggi uno degli ambiti più dinamici della ricerca ortopedica internazionale, ma deve essere applicata secondo criteri rigorosi e sulla base delle evidenze scientifiche disponibili”.

Gli innesti stampati in 3D

Tra le innovazioni più promettenti vi sono gli impianti sintetici realizzati mediante stampa tridimensionale per il trattamento delle lesioni focali della cartilagine. Queste lesioni interessano spesso persone giovani o di mezza età, ancora molto attive, che non possono essere considerate candidate a un intervento di protesi. Gli innesti vengono progettati per adattarsi al difetto cartilagineo e funzionano come una struttura di supporto capace di integrarsi progressivamente con i tessuti circostanti, favorendo i processi di riparazione locale. Una delle nuove soluzioni sviluppate in questo ambito sarà presentata al congresso annuale della American Orthopaedic Society for Sports Medicine (AOSSM), in programma a Seattle nel luglio 2026, dove Randelli parteciperà in qualità di relatore e presidente della SIOT. “Il prodotto non è ancora utilizzabile in Europa, ma è importante comprenderne fin da ora i possibili impieghi e le precise indicazioni – precisa Randelli -. Queste tecnologie sono destinate soprattutto ai pazienti che non necessitano ancora di una protesi ma presentano lesioni cartilaginee in grado di compromettere la funzionalità del ginocchio”.

I segnali da non ignorare

Gli specialisti ricordano che una diagnosi precoce può fare la differenza nel percorso di cura. Dolore persistente, rigidità articolare al risveglio, gonfiore ricorrente e difficoltà nei movimenti quotidiani, come salire o scendere le scale, sono sintomi che meritano una valutazione specialistica. Anche il controllo del peso corporeo riveste un ruolo fondamentale. Ogni chilogrammo in eccesso aumenta infatti il carico sulle articolazioni del ginocchio, accelerando il deterioramento della cartilagine. Infine, l’attività fisica regolare resta una delle armi più efficaci per contrastare l’evoluzione dell’artrosi. Camminata, cyclette, nuoto ed esercizi mirati di rinforzo muscolare consentono di mantenere una buona funzionalità articolare senza sovraccaricare il ginocchio. “Le innovazioni per il trattamento dell’artrosi del ginocchio aprono prospettive importanti per una medicina sempre più personalizzata, orientata alla conservazione articolare e alla qualità di vita del paziente- conclude Randelli – . Per questo è fondamentale rivolgersi allo specialista fin dalle prime fasi della malattia, così da individuare il percorso terapeutico più appropriato”.


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