Salute 9 Giugno 2026 11:18

Artrite cronica: al Rizzoli nuova tecnica blocca i vasi infiammati che alimentano il dolore

Nuova sperimentazione clinica su una tecnica mininvasiva per la monoartrite resistente alle cure, con l’obiettivo di ridurre l’afflusso di sangue alle articolazioni infiammate e interrompere il processo infiammatorio. Il progetto coinvolge pazienti con forme croniche non responsivi ai trattamenti tradizionali

di Viviana Franzellitti
Artrite cronica: al Rizzoli nuova tecnica blocca i vasi infiammati che alimentano il dolore

L’IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli ha avviato uno studio clinico su una nuova strategia terapeutica per la monoartrite infiammatoria resistente alle terapie convenzionali. Il progetto, denominato ADVENTURE, punta a valutare sicurezza ed efficacia dell’embolizzazione transarteriosa (TAE), una procedura che agisce sui piccoli vasi sanguigni responsabili del mantenimento dell’infiammazione articolare. La sperimentazione coinvolgerà circa 30 pazienti affetti da patologie delle grandi articolazioni e si svilupperà nell’arco di 36 mesi, con l’obiettivo di capire se ridurre selettivamente il flusso sanguigno possa tradursi in un miglior controllo della malattia.

Una tecnica mininvasiva per “spegnere” il circuito dell’infiammazione

Il principio alla base della TAE è intervenire sui microvasi che si sviluppano nelle articolazioni infiammate, riducendo temporaneamente l’apporto di sangue attraverso il rilascio mirato di microparticelle. In questo modo si tenta di interrompere il meccanismo che alimenta l’infiammazione cronica, limitando l’arrivo di cellule e mediatori responsabili del dolore e del danno articolare. Si tratta di una procedura eseguita in radiologia interventistica, attraverso microcateteri inseriti nei vasi sanguigni e guidati fino alla zona da trattare.

Un bisogno clinico ancora insoddisfatto per molti pazienti

Le artriti croniche colpiscono una quota significativa della popolazione e possono diventare fortemente invalidanti quando non rispondono alle terapie infiltrative o, nei casi più complessi, ai farmaci immunosoppressori. Proprio i pazienti con forme localizzate e persistenti rappresentano spesso una categoria con poche alternative terapeutiche efficaci, con un impatto diretto su dolore, funzionalità articolare e qualità di vita. In questo contesto, lo studio punta a verificare se un approccio mirato e locale possa colmare un vuoto terapeutico ancora presente nella pratica clinica.

Dalla sperimentazione alla possibile applicazione clinica

L’obiettivo della ricerca non è solo dimostrare la fattibilità tecnica della procedura, ma anche comprendere se la riduzione selettiva del flusso sanguigno possa tradursi in un miglioramento concreto dei sintomi e della gestione della malattia. I ricercatori sottolineano che si tratta ancora di una fase sperimentale, ma i dati preliminari raccolti suggeriscono un potenziale ruolo della TAE tra le opzioni future per il trattamento delle artriti localizzate resistenti alle cure.

Impatto potenziale per i pazienti e per i percorsi di cura

Se i risultati saranno confermati, questa strategia potrà aprire a un nuovo modello di trattamento per una parte dei pazienti oggi difficili da gestire, riducendo la necessità di terapie sistemiche e potenzialmente migliorando la qualità di vita. Dal punto di vista dell’organizzazione sanitaria, si tratterebbe di una possibile integrazione tra reumatologia e radiologia interventistica, con percorsi più personalizzati e mirati per le forme di artrite non responsive.

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