Alla HTIDE Conference di Genova, il confronto su diagnosi tempestive, uso appropriato degli antibiotici e collaborazione tra medici e farmacisti
L’antibiotico-resistenza non è più soltanto un problema degli ospedali. I batteri resistenti circolano anche nella comunità, nelle strutture residenziali per anziani e negli ambienti assistenziali territoriali, rendendo più difficile trattare infezioni comuni come quelle urinarie. In alcuni casi, antibiotici utilizzati per anni con buoni risultati possono perdere efficacia, aumentando il rischio di complicanze, ricoveri e difficoltà terapeutiche, soprattutto nelle persone più fragili. Per contrastare questa emergenza servono diagnosi tempestive, prescrizioni appropriate e terapie mirate, ma anche una maggiore integrazione tra ospedale e territorio. È il messaggio al centro della settima edizione della HTIDE Conference – Hot Topics in Infectious Diseases, in programma a Genova il 14 e 15 ottobre 2026, sotto la presidenza di Matteo Bassetti, presidente della Società italiana di terapia antinfettiva (SITA).
I dati della sorveglianza AR-ISS, coordinata dall’Istituto superiore di sanità, confermano la rilevanza del fenomeno nel nostro Paese. Nel 2024 la percentuale di resistenza alle cefalosporine di terza generazione in Escherichia coli ha raggiunto il 27,7%, rispetto al 26,7% registrato nel 2023. Per Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi, invece, il valore si è attestato al 24%, in diminuzione rispetto all’anno precedente, ma ancora su livelli elevati. Si tratta di microrganismi particolarmente rilevanti nella gestione delle infezioni batteriche, anche perché la resistenza agli antibiotici di uso comune può ridurre le opzioni terapeutiche disponibili e rendere necessario il ricorso a trattamenti più complessi. La sorveglianza ha inoltre ampliato il monitoraggio alle urinocolture, contribuendo a documentare la diffusione della resistenza anche tra i batteri responsabili delle infezioni urinarie. “L’Italia resta tra i Paesi europei più esposti all’antimicrobico-resistenza – sottolinea Matteo Bassetti – Gli antibiotici che per anni sono stati farmaci di riferimento, come i carbapenemi, sono sempre meno efficaci contro diversi microrganismi resistenti”. Un problema che emerge anche dall’appropriatezza delle prescrizioni. Secondo un’analisi citata dal presidente SITA, quasi il 60% delle terapie antibiotiche utilizzate nei pazienti critici con infezioni sostenute da batteri resistenti ai carbapenemi risulta inappropriato. Un dato che richiama l’attenzione sulla necessità di intervenire non soltanto sulla disponibilità dei farmaci, ma anche sulla tempestività della diagnosi e sulla capacità di individuare il trattamento più adatto.
La strategia contro l’antimicrobico-resistenza si sviluppa lungo tre direttrici: identificare rapidamente il microrganismo responsabile dell’infezione, scegliere l’antibiotico più appropriato e stabilire durata, dosaggio e modalità di somministrazione adeguati. “La prima leva è la diagnostica – spiega Bassetti -. Dobbiamo ridurre il ricorso alla terapia empirica quando non è necessaria e arrivare prima all’identificazione del patogeno. Questo vale in ospedale e sul territorio”. La terapia empirica, avviata prima di conoscere con certezza il microrganismo responsabile, può essere indispensabile in alcune situazioni cliniche, soprattutto quando è necessario intervenire rapidamente. Il passaggio successivo consiste però nel rivalutare il trattamento sulla base dei risultati diagnostici e della risposta clinica, così da confermare o modificare la scelta iniziale. Anche la durata della terapia rappresenta un elemento decisivo. Trattamenti più lunghi del necessario possono aumentare il rischio di effetti indesiderati e la pressione selettiva sui batteri, favorendo la comparsa e la diffusione di nuove resistenze. L’appropriatezza riguarda inoltre la scelta del principio attivo, il dosaggio, gli intervalli tra le somministrazioni e la via di somministrazione. Non esiste, infatti, un antibiotico valido per tutte le infezioni: la scelta deve tenere conto del quadro clinico, del microrganismo sospettato o identificato e delle eventuali resistenze.
Le infezioni urinarie rappresentano uno degli esempi più significativi della diffusione dell’antibiotico-resistenza oltre il contesto ospedaliero. Sono frequenti, soprattutto nelle donne, e possono diventare particolarmente difficili da trattare quando si ripresentano nel tempo o sono sostenute da batteri resistenti. I dati AR-ISS relativi al 2024 indicano che il 15,8% degli isolati di Escherichia coli da urinocoltura è risultato resistente alle cefalosporine di terza generazione. Per Klebsiella pneumoniae da urinocoltura, la resistenza ai carbapenemi ha raggiunto il 10,6%. Questi valori evidenziano la necessità di prestare attenzione anche alle infezioni diagnosticate e trattate fuori dall’ospedale. Quando le opzioni antibiotiche orali risultano inefficaci, infatti, la gestione può diventare più complessa e richiedere ulteriori accertamenti o trattamenti in ambito specialistico. “Le infezioni urinarie sono probabilmente l’esempio più evidente di come l’antimicrobico-resistenza sia uscita dall’ospedale”, afferma Bassetti. “Una cistite complicata, acquisita a casa, può diventare difficile da trattare perché gli antibiotici orali non funzionano più”. Particolare attenzione è necessaria nelle strutture residenziali per anziani e negli ospedali, dove la presenza di persone fragili, l’utilizzo di cateteri e l’esposizione ripetuta agli antibiotici possono contribuire ad aumentare il rischio di infezioni sostenute da microrganismi resistenti. In questi contesti, prevenzione delle infezioni, corretta gestione dei dispositivi, diagnosi appropriata e uso razionale degli antibiotici devono procedere insieme.
La lotta all’antimicrobico-resistenza richiede un coinvolgimento che vada oltre gli specialisti in malattie infettive. Medici di medicina generale, farmacisti e servizi territoriali possono contribuire a migliorare l’appropriatezza delle cure, favorire l’orientamento delle persone e promuovere un uso responsabile degli antibiotici. In questa prospettiva si inserisce anche l’evoluzione della farmacia dei servizi, che può ampliare le opportunità di accesso a determinate prestazioni nell’ambito delle competenze previste e dei percorsi organizzativi definiti. “Il Decreto Gemmato e l’evoluzione della farmacia dei servizi vanno in una direzione importante: avvicinare il cittadino alla diagnosi, all’interno di percorsi regolati e in raccordo con medici e specialisti, favorendo un miglior uso degli antibiotici e una riduzione dei trattamenti inutili”, osserva Bassetti. La collaborazione tra professionisti deve tuttavia inserirsi in percorsi chiari, nei quali siano definiti ruoli, responsabilità e modalità di comunicazione. L’obiettivo è evitare trattamenti non necessari, individuare tempestivamente i casi che richiedono approfondimenti e assicurare che la prescrizione antibiotica sia basata su una valutazione clinica appropriata. Accanto alla diagnostica e alla stewardship antibiotica, anche la prevenzione vaccinale può contribuire a ridurre il fenomeno, limitando alcune infezioni e, di conseguenza, il ricorso agli antibiotici.
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